L'articolo di Cristiana Rizzo

L’obiettivo viene subito messo in chiaro nelle prime pagine: “Questo libro intende essere un contributo alla perenne lotta per contrastare l’impunità dei crimini commessi dai più forti”. Si chiama “Delitto e castigo nella società globale. Crimini e processi internazionali” (Le Navi) il nuovo volume di Daniele Archibugi, dirigente del Cnr, docente presso l’Università di Londra e consulente dell’Unione Europea e delle Nazioni Unite.

L’IMPATTO DELLA NUOVA GIUSTIZIA GLOBALE

Cuore della pubblicazione è l’effetto delle trasformazioni della giustizia internazionale degli ultimi 25 anni: i giudici nazionali sono diventati sempre più audaci nel perseguire i reati commessi altrove, le Nazioni Unite hanno istituito specifici tribunali internazionali e un numero ampio di Stati ha creato una Corte penale internazionale permanente. “Siamo di fronte a una nuova giustizia globale oppure alla volontà dei più potenti di processare i propri nemici?” si chiedono Archibugi e Alice Pease, coautrice del libro con una formazione in storia e relazioni internazionali presso le Università di Edimburgo e di Bologna e collaboratrice della Commissione Europea per i diritti umani. Attraverso l’analisi di alcuni spettacolari processi (Augusto Pinochet, Slobodan Milošević, Radovan Karadžić, Saddam Hussein e Omar al-Bashir) il libro percorre gli effetti che i procedimenti hanno avuto a livello locale e globale. E rivendica un ruolo attivo della società civile per giungere finalmente a una giustizia imparziale.

PERCHÈ I TRIBUNALI INTERNAZIONALI “HANNO FALLITO”

“Perché se la sono presa sostanzialmente con i deboli”, chiarisce l’autore, “mentre avrebbero avuto molto più effetto se fossero riusciti a mettere sotto torchio anche qualche forte. Nessun innocente è finito sotto le grinfie della giustizia penale internazionale, sono tutti criminali. Però non basta prendersela con dei criminali, quando poi ci sono altri capi di stato che sono passati indenni. Da questo punto di vista è mancato coraggio anche da parte dei tribunali e dei giudici che li compongono”.

I CASI PIÙ ECLATANTI DEL PASSATO: PINOCHET E SADDAM HUSSEIN 

L’impatto più significativo per l’autore è stato quello del processo a Pinochet, “che non è mai entrato in un’aula giudiziaria. Però il fatto che il giudice Garzòn della Corte spagnola lo abbia prima incriminato e poi abbia attivato un complesso meccanismo giuridico, ha fatto sì che lui tornasse in Cile e a quel punto c’è stato molto più coraggio da parte dei magistrati internazionali. Grazie a quella incriminazione in Spagna si è riaperta la scatola nera di tutti i crimini commessi nel suo Paese”. L’altro è il processo a Saddam Hussein, “avvenuto di fronte a un tribunale speciale nazionale puntellato dalle forze di occupazione americane”, si legge nel libro. “Un processo che ha creato grande clamore non per i crimini imputati a Saddam, ben certificati dalla Storia, ma per l’assenza di garanzie per la difesa, tanto che ben tre avvocati difensori sono stati assassinati. E, soprattutto, per l’impunità di cui hanno goduto George W. Bush e Tony Blair, i due capi di Stato responsabili della guerra d’aggressione”. D’altro canto, però, dice Archibugi, “c’è stata una capacità perversa di trasformare uno dei più feroci criminali del ventesimo secolo in un martire”.

OGGI: KIM-JONG-UN E ASSAD

“Quello della Nord Corea è il classico caso in cui un capo di governo può sentirsi impunibile. Quando si parla di cose importanti come il rischio di un conflitto nucleare non sono i processi che possono risolvere i problemi, ma gli strumenti della diplomazia, tuttavia c’è stato un falimento della comunità internazionale nello stabilire il principio che anche i capi di governo debbano essere puniti e oggi quello che fanno Trump e Kim-Jong-Un dimostra che entrambi si sentono al di fuori di qualsiasi rendicontabilità. Nel caso di Assad invece”, continua, “si tratta di rendere più efficace e imparziale la Corte penale internazionale”. Ad esempio il fatto che non sia stata capace di incriminare Assad, mentre ha incriminato Gheddafi, secondo Archibugi è la dimostrazione della sua parzialità: “Assad non è stato incriminato perchè la Cina e la Russia hanno posto il proprio veto nel Consiglio di Sicurezza”.

COSA C’È DA SALVARE

“Da salvare c’è molto. Tanto per cominciare sono stati salvati dei princìpi. Il primo e più importante è che ci sono dei crimini perseguibili anche da magistrature internazionali. Grazie a 25 anni di attivismo (di cui Archibugi stesso è stato protagonista sin dagli anni Novanta, per l’istituzione della Corte penale internazionale) non c’è più la totale impunità. Potenzialmente i rischi per i dittatori che massacrano i propri sudditi sono aumentati. Oltre al rischio è necessario che la minaccia della sanzione sia credibile e finora non lo è stata”.

LE SOLUZIONI

Il libro contiene una serie di proposte e di meccanismi che si possono attivare nei tribunali e iniziative della società civile globale: “Fondamentale è il ruolo dei tribunali di opinione, che non hanno la possibilità di somministrare una sentenza, ma possono dare una condanna morale che può essere ugualmente importante. Il Tribunale permanente dei popoli di Roma e il World Tribunal on Iraq, ad esempio, hanno spesso colmato il vuoto della cultura giuridica tradizionale e ancora oggi richiamano la politica liberale alle sue vere responsabilità”.

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