Il nostro Paese può assumere il ruolo di protagonista nell’ecosistema della food innovation. L'analisi di Marco Gualtieri

Il valore del settore food a livello mondiale è di oltre 5 trilioni di euro, mentre il 40% della forza-lavoro globale è impiegata proprio nel food system. Basterebbe leggere questi dati per capire quanto il comparto del food sia fondamentale nello sviluppo e nella crescita dell’economia… Ma c’è molto di più.

Oggi, infatti, siamo di fronte a grandi sfide per tutta l’umanità: aumento della popolazione mondiale, flussi migratori, cambiamenti climatici, incremento delle malattie legate a un’alimentazione sbagliata. Tutte da affrontare tempestivamente e con interventi e iniziative non procrastinabili, molti dei quali strettamente correlati l’un con l’altro in un pericoloso circolo vizioso, accomunati da un minimo comune denominatore: la sicurezza stessa degli Stati, di ampie aree geografiche, dell’intero pianeta. È per questo motivo che sempre più Paesi hanno messo la sicurezza alimentare tra le loro priorità strategiche. Come tutti sappiamo, però, insieme alle sfide importanti si presentano anche le opportunità per chi saprà trovare e sviluppare le soluzioni per affrontarle.

L’Italia, con Expo Milano 2015, ha avuto la lungimiranza e la capacità di riunire, per la prima volta, il mondo intero a discutere del cibo, non in quanto tale, ma come elemento centrale e fondamentale del futuro dell’umanità. Non era, appunto, mai capitato prima e gli addetti ai lavori sanno come quell’esperienza possa essere considerata un punto di svolta epocale e quanto quei sei mesi abbiano marcato la consapevolezza degli operatori, dei policy maker, ma soprattutto dei cittadini. Non si esagera nell’affermare che quello è stato il momento dell’inizio del cambiamento del modo in cui il cibo è prodotto, trasformato, distribuito.

Un cambiamento che vedrà soccombere tutti quegli operatori che non sapranno adattarsi per tempo e che vedrà l’affermazione di nuovi, così come il consolidamento di quello che si può considerare un vero e proprio nuovo settore economico capace di generare volumi di miliardi in termini di fatturato e la creazione di migliaia di posti di lavoro. La consapevolezza collettiva e globale che quello che si è fatto negli ultimi decenni non sia più sostenibile trova nella sostenibilità la sua sintesi più perfetta di come dovrà essere il cibo del futuro: sostenibile per l’ambiente e per la salute, il che in maniera neanche troppo volgare significa anche guardare all’impatto della spesa sanitaria sui bilanci degli Stati.

Solo contestualizzando il food in questa visione si può cogliere appieno l’importanza e l’opportunità per l’Italia di cavalcare l’ecosistema della food innovation, potendone acquisire il ruolo di protagonista. Infatti, da una parte è evidente la necessità (per non dire l’urgenza) per il Paese di difendere e valorizzare uno dei propri asset principali, rendendolo competitivo in relazione ai nuovi trend e sfruttando gli strumenti oggi a disposizione (e-commerce, intelligenza artificiale, ecc.).

Dall’altra si aprono orizzonti legati alla creazione i nuovi modelli, prodotti, tecnologie, know how e servizi capaci di soddisfare la domanda di decine di Stati che hanno già annunciato stanziamenti di miliardi per i prossimi anni per raggiungere l’obiettivo della sicurezza alimentare. Per fare un esempio: oggi si possono produrre frutta e ortaggi nel mezzo del deserto, in siti industriali in disuso, risparmiando l’80% di acqua e senza l’utilizzo di pesticidi, attraverso l’idroponica, l’aeroponica oppure produrre proteine animali grazie all’acquaponica, in un circolo chiuso, completo e sostenibile. Si tratta del cosiddetto Controlled environment agriculture (Cea), per alcuni aspetti più noto come vertical farming. Soluzioni e infrastrutture che necessitano di competenze agronomiche, ingegneristiche, tecnologiche, ma anche di architettura e design e di creatività. Tutte cose in cui l’Italia compete e spesso eccelle.

Si tratta appunto solo di un esempio pratico, attuale e concreto per evidenziare l’importanza di presidiare la food innovation in un modello capace anche di stimolare altri settori e creare così un indotto virtuoso sul sistema economico e di conseguenza su quello occupazionale. Noi italiani siamo consapevoli che quando si parla di cibo abbiamo competenze quindi credibilità: ora si tratta di sfruttare questa credibilità per essere leader nell’innovazione e nel futuro del cibo.

Una metafora, infine, per rappresentare lo stato dell’arte e quindi i possibili rischi o le grandi opportunità per l’export agroalimentare italiano. Oggi è come se noi avessimo la più bella compilation di musica al mondo, ma non siamo dentro le grandi piattaforme come iTunes, Spotify, Shazam. E questo non ha nulla a che fare con la grande distribuzione, riguarda la nostra assenza negli strumenti e nei canali che guidano la conoscenza e quindi stimolano gli acquisti dei prodotti. È fondamentale colmare velocemente questa lacuna. È un rischio enorme non farlo, ma è relativamente facile e certamente possibile realizzarlo; così come, con la stessa urgenza e velocità, è necessario affermare una piattaforma di food blockchain italiana che sia una dorsale di riferimento per il sistema globale del cibo.

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