Conversazione con il presidente della nuova Elv: obiettivi e sfide della società che farà ricerca applicata nel segmento dei lanciatori spaziali

C’è una nuova realtà pubblico-privata che ha l’obiettivo di mantenere l’Italia all’avanguardia nel settore dei lanciatori spaziali. Si chiama SpaceLab, è frutto della collaborazione tra l’Agenzia spaziale italiana (Asi) e Avio (l’azienda di Colleferro guidata da Giulio Ranzo) ed è presieduta da Marcello Onofri, professore ordinario di Propulsione aerospaziale presso l’Università la Sapienza di Roma. La nuova società eredita la proficua collaborazione che i due enti hanno istituito dal 2000 con Elv, l’azienda che si è occupata di sviluppare Vega, il piccolo lanciatore made in Italy che tanto consenso ha riscosso in ambito internazionale. Ora, tale cooperazione passa a SpaceLab e sarà presieduta da Onofri, presidente del Cluster tecnologico nazionale aerospaziale (Ctna) e direttore del Centro ricerca aerospaziale sapienza (Cras) dal 2008. Con lui abbiamo parlato della nuova sfida che lo attende, ma anche della competizione internazionale nel comparto dei lanciatori e del ruolo del Cluster per lo sviluppo tecnologico del Paese.

Professore, partiamo da SpaceLab. Come è nata questa operazione?

La nuova realtà nasce da ELV, creata nel 2000 con partecipazione finanziaria del 70% di Avio e del 30% di Asi, con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo e la successiva commercializzazione del lanciatore Vega. Tale obiettivo è stato pienamente raggiunto: Vega è un gioiello tecnologico dell’industria italiana, le cui operazioni di commercializzazione sono attive. Ciò significa che il ruolo dell’Asi come promotore di attività innovativa di sviluppo è stato esaurito. Di conseguenza, anche per uniformità con quello che è avvenuto in Europa con il lanciatore pesante Ariane 5, si è deciso di procedere allo stesso modo, e cioè di trasferire la commercializzazione alla società produttrice: Avio. Così, l’azienda ha ricomprato la quota dell’Asi, divenendo l’unico responsabile per sviluppo, produzione e commercializzazione di Vega.

Quanto è valso l’investimento dell’Agenzia spaziale italiana in Elv?

Per il settore pubblico, l’operazione è stata particolarmente positiva, con un ritorno dal punto di vista economico che è valso almeno il doppio dell’investimento iniziale. È stata un’operazione di grande lungimiranza che è divenuta di riferimento per le attività future.

Tra cui dunque SpaceLab.

Esatto. Accanto all’operazione su Elv, l’assemblea degli azionisti ha pensato di replicare l’esperienza creando una società che avesse come obiettivo lo sviluppo di tecnologie innovative nel settore dei lanciatori in modo più ampio, dai materiali ai sistemi propulsivi, fino a tutte quelle tecnologie innovative legate ai vettori spaziali.

Come ha accolto questo nuovo incarico?

Mi è stato proposto di assumere la presidenza di SpaceLab per conto dell’Asi, al fine di coprire l’interesse pubblico nella realizzazione di questa nuova società, il cui compito è fare ricerca applicata e innovativa nel settore del trasporto spaziale. È una proposta che mi ha fatto piacere, perché è proprio il ruolo che sto svolgendo nel settore da innumerevoli anni, a partire da quello che, come Università La Sapienza, abbiamo fatto nello sviluppo del Vega. Nel nostro percorso, siamo intervenuti a risolvere difficoltà tecnologiche che si erano palesate, forti della tradizione dell’ateneo nata negli anni 70 sullo sviluppo di un piccolo lanciatore italiano. La presidenza di SpaceLab è dunque la continuazione di un lavoro che svolgo in università e per cui posso contare su un gruppo di ricercatori estremamente valido, che adesso si proietta in una collocazione più direttamente industriale, passando a una ricerca applicata.

A quali finanziamenti punta SpaceLab e che sfida sarà per lei?

È una grande sfida perché questa nuova realtà parte da zero. Tutti i dipendenti di Elv sono passati ad Avio, ad eccezione di alcuni tecnici che stanno svolgendo attività specifica di test su Vega C (ndr, l’evoluzione dell’attuale Vega). Dobbiamo partire dalla base; dobbiamo costruire una presenza di contratti, di personale, e raccogliere le migliori idee che possono supportare questo tipo di percorso. Dobbiamo capire su quali fondi possiamo contare, poiché per legge non possiamo acquisire quelli dell’Asi. Dobbiamo dunque puntare ad avere finanziamenti che possono venire da ambienti di ricerca europei (come Horizon2020), da fondi destinati ad attività di ricerca, dai ministeri appropriati o da altri enti potenzialmente interessati al settore dei lanciatori.

Passando al Cluster nazionale da lei presieduto, che ruolo gioca in questa fase?

Il dato importante da sottolineare è che le recenti leggi hanno reso i dodici Cluster tecnologici nazionali (Ctn, ognuno in un settore strategico) degli enti istituzionali del Miur. Ciò significa che non sono concepiti come enti finanziatori, ma piuttosto come soggetti che aggregano partenariati di industria e ricerca in settori strategici per lo sviluppo del Paese. Tale quadro si sposa bene con la necessità, per alcuni programmi, di individuare risorse a livello regionale, soprattutto per i finanziamenti europei. Così, per l’aerospazio, le regioni che hanno un vocazione nel settore possono accedere a finanziamenti in forma concorrenziale. Per farlo, bisogna partire dalle realtà esistenti di ricerca e industria nei territori, con operazioni di sinergia di risorse che permettano ai progetti di avere possibilità di vincere a livello europeo, o di attingere ai finanziamenti che i ministeri danno anche in forma di compartecipazione alle spese per le regioni del sud. La realtà del Ctna, che attualmente conta dieci regione – più due interessate – è dunque nella capacità di aggregazione che oggi esiste a partire dalle regioni. Abbiamo la possibilità di monitorare le esigenze e le prospettive di sviluppo che arrivano dai territori per farle diventare sintesi di alto profilo, e questo anche grazie alla presenza nel Ctna dell’Asi, del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) e delle associazioni industriali.

Come funziona l’azione del Cluster?

Partendo dai territori, con un processo bottom up, abbiamo la possibilità di selezionare i progetti migliori e quelli che, dal punto di vista europeo, risultano più competitivi. Se ci guardiamo intorno, non c’è altra realtà se non nella singola regione che cerca di avere voce in Europa, ma in questo le regioni francesi e tedesche appaiono più forti per contratti e progetti vantaggiosi. Il Ctna è la vera grande opportunità per lo sviluppo della presenza industriale nazionale a livello europeo, con la possibilità – maturata grazie a una serie di situazioni lungimiranti e fortunate – di  mettere in campo processi di aggregazione. In tal senso, all’interno della Cabina di Regia per lo Spazio, il Cluster è spesso riuscito a far dialogare le diverse esigenze che venivano dal Miur e dal Mise e che non erano facilmente componibili in un ruolo di sintesi per la ricerca applicata. Lo stesso ruolo lo avrà nella nuova organizzazione delle attività spaziali prevista dalla Legge di riforma, un ruolo che abbiamo avuto fino ad oggi e che si fonda su un dialogo aperto e positivo con il Miur e con il Mise, e su una serie di progetti di sintesi in partenariati inter-regionali per progetti che vengono da questi o altri ministeri.

Come si inseriscono in tutto questo i partenariati inter-regionali?

Le regioni si sono trovate spesso a dover rispondere a domande variegate provenienti da diversi settori e, ovviamente, avevano difficoltà a soddisfare la singola impresa se non con un’ottica fortemente regionale. In tal senso, i percorsi inter-regionali, come quello della Space Economy, sono stati un grande risultato, essendo riusciti a spostare l’asse dell’azione della politica dall’ottica regionale a un respiro nazionale, se non addirittura internazionale. In questo, il Ctna ha contribuito in modo molto rilevante.

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