L’instabilità del mercato e l’effetto yo-yo del prezzo del petrolio. L’analisi di Clò

L’instabilità del mercato e l’effetto yo-yo del prezzo del petrolio. L’analisi di Clò
Il duopolio Arabia Saudita-Russia, le contraddizioni di Trump e le scelte (poco politiche) dell’Opec. Conversazione con Alberto Clò, ex ministro, già ordinario di Economia applicata all’Università di Bologna e direttore della rivista Energia

La riunione dell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec) si è conclusa e sarebbe stato raggiunto l’accordo, anche con gli alleati, inclusa la Russia, su un taglio della produzione di 1,2 milioni di barili al giorno. La notizia è stata riferita da un delegato presente al summit di Vienna al sito Bloomberg. Invece secondo il Financial Times, l’Iran ha ottenuto l’esenzione dai tagli per le sanzioni Usa.

In una conversazione con Formiche.net, Alberto Clò, ex ministro, già ordinario di Economia applicata all’Università di Bologna e direttore della rivista Energia, spiega che cosa è in gioco sul tavolo dell’Opec, quali sono le tensioni geopolitiche attorno al mercato petrolifero (quasi ingestibile) e come si prospettano domanda e offerta.

Quali sono i temi sul tavolo del vertice dell’Opec a Vienna? Si faranno effettivamente i tagli alla produzione di petrolio?

La discussione verte su come ricreare condizioni di stabilità dei prezzi arrestando l’emorragia che da valori superiori a 86 doll/bbl del 3 ottobre li ha visti precipitare a circa 59,0 il 23 novembre. Il quarto mini-ciclo nell’arco dell’anno. Duplice la conclusione: (a) la gestione del mercato è diventata quasi impossibile: troppe le variabili fuori controllo per riuscirvi; (b) più che i fondamentali giocano le aspettative di mercato, esacerbate dai movimenti speculativi, tra due contrapposti timori. Lato offerta: che il groviglio di tensioni geopolitiche (Iran, Venezuela, Libia, Nigeria, etc) creasse situazioni di deficit, con una spare capacity sotto l’1% della domanda, spingendo i prezzi al rialzo come da agosto a ottobre. Lato domanda: che la decelerazione delle economie riduca la crescita della domanda ricreando situazioni di eccesso dell’offerta per il forte aumento della produzione saudita, russa, e soprattutto americana. Spingendo al ribasso i prezzi anche per il taglio delle posizioni speculative rialziste del 65% in soli due mesi. Le ultime notizie parlano di un’intesa dell‘Opec per un taglio di 1,2 mil.bbl/g, come nelle aspettative, per sostenere i prezzi, ma col rischio che debbano poi intervenire in senso contrario se nei prossimi mesi dovessero azzerarsi le esportazioni iraniane di 1,3 mil.bbl/g e la domanda fosse superiore a quanto previsto. Insomma l’equilibrio del mercato resta instabile con prevedibili ulteriori yo-yo dei prezzi.

Sarà soddisfatta la richiesta di Trump di lasciare il flusso di produzione com’è adesso?

La gestione di Trump mi sembra molto contraddittoria. Prima decide sanzioni all’Iran allo scopo di azzerarne le esportazioni, “zero tolerance”, poi si preoccupa degli aumenti dei prezzi che ha generato, imputandone maldestramente la responsabilità all’Opec, quindi per attutire l’impatto delle sanzioni ne esenta una decina di paesi. Poche idee ma confuse. Adesso teme che i paesi Opec Plus (25) riducano la produzione facendo alzare i prezzi internazionali che impatterebbero su quelli interni della benzina che assorbe il 4% del budget delle famiglie americane. Prezzi declinanti impattano peraltro sui shale producer che continuano ad essere una manna per il sistema americano.

Secondo lei le diverse vicende geopolitiche (principalmente il caso Khashoggi) condizionano le scelte dei Paesi membri?

In passato la politica non ha sostanzialmente interferito con le decisioni dell’Opec, anche perché erano in larga parte disattese dai suoi membri. Iran e Irak si sono combattute con milioni di morti ma partecipavano ugualmente ai vertici di Vienna. Anche oggi non penso (Qatar a parte) che la politica centri gran che all’interno dell’Opec, ma pesi piuttosto al suo esterno con l’alleanza del duopolio Arabia Saudita-Russia che insieme producono 22,0 mil.bbl/g, pari a un quinto della produzione mondiale.

Libia e Nigeria risponderanno all’invito di tagliare anche loro la produzione?

In passato i due Paesi erano stati esentati dal rispetto delle riduzioni decise da Vienna. Penso che le cose non cambieranno: per lo scarsissimo contributo che potrebbero dare al calo della produzione, ma anche perché i governi non hanno il pieno controllo del paese.

Quali saranno (e se ci saranno) gli effetti sul mercato petrolifero dell’uscita del Qatar dall’Opec?

Non penso vi saranno conseguenze: sia per la ridotta produzione di petrolio del Qatar (0,6 mil.bbl/g) sia per il suo intendimento di rafforzare la sua leadership nel mercato del LNG in cui pesa, con oltre 100 miliardi metri cubi, un quarto di tutti gli scambi mondiali.

Qual è la posizione della Russia?

La Russia ha raggiunto quest’anno un nuovo record di produzione di 11,8 mil.bbl/g post-Urss e non penso abbia interesse a un rialzo eccessivo dei prezzi che favorirebbero i concorrenti americani. Per giunta, Mosca ha redatto un budget statale assumendo un prezzo del greggio di 40 doll/bbl contro gli 88 doll/bbl di Ryahd. Su questa diversità di interessi si gioca la partita in corso a Vienna.

ultima modifica: 2018-12-07T09:40:11+00:00 da Rossana Miranda

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