Brexit, riprende il dibattito in vista del voto a Westminster

Brexit, riprende il dibattito in vista del voto a Westminster
Il Regno Unito, ancora una volta, si sta dimostrando, in accordo con la propria storia, una grande democrazia in grado di parlamentarizzare con un dibattito alla luce del sole tutte le scelte più delicate

Il grande dibattito è ricominciato. È la Brexit che in queste ore focalizza le attenzioni di tutti gli analisti con gli occhi puntati su ciò che sta accadendo a Westminster. Il voto parlamentare sul Withdrawal Agreement, ovvero l’accordo che regola l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, inizialmente previsto per l’11 dicembre scorso e poi rimandato, è stato scadenzato per martedì 15 gennaio, ed a Westminster è iniziata una cinque giorni di dibattito in preparazione del voto.

Il Regno Unito, ancora una volta, si sta dimostrando, in accordo con la propria storia, una grande democrazia in grado di parlamentarizzare con un dibattito alla luce del sole tutte le scelte più delicate, come dimostrato in queste ore. La situazione è ancora in evoluzione. Il dibattito si è acceso con l’approvazione di due emendamenti che prevedono, il primo una riduzione dell’autonomia del governo in materia finanziaria nel caso di un’uscita no-deal, e il secondo che impone al governo, in caso di bocciatura del Withdrawal Agreement, di ripresentarsi alla House of Commons con un piano “B” entro 3 giorni di sessioni parlamentari, quindi verosimilmente entro il 21 gennaio.

Appare sempre più evidente come le alleanze travalichino i confini dei partiti e si stiano delineando in funzione della posizione che i parlamentari hanno rispetto a Brexit e a come Brexit dovrebbe essere gestita.

A votare a favore dell’emendamento per l’immediata presentazione di un piano “B” sono infatti stati anche alcuni parlamentari conservatives guidati dall’ex ministro Jo Johnson, “remainer” e favorevole ad un nuovo referendum con l’intento di bloccare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma al contempo altri parlamentari conservatives, quale ad esempio Jacob Rees-Mogg, fautore di un’uscita no deal, hanno dichiarato che in ogni caso non si potrà fermare né rimandare l’uscita dall’Ue prevista per il 29 marzo di quest’anno.

Anche nel Labour le posizioni sono varie. Nel fronte dei “remainers” si va dalle affermazioni del leader Jeremy Corbyn secondo cui in caso di bocciatura del Withdrawal Agreement il 15 gennaio bisognerebbe tornare ad elezioni generali, fino alla posizione di diversi altri parlamentari del Labour invece favorevoli ad un nuovo referendum. Mentre alcuni laburisti favorevoli al “leave”, guidati dal parlamentare John Mann, stanno trattando con il governo sulla possibilità di fornire protezioni extra ai lavoratori e su alcuni temi ambientali per poter così sostenere l’accordo su Brexit.

La premier Theresa May sta continuando a lavorare affinché la prossimana il Withdrawal Agreement venga approvato. Se da una parte sta provando a convincere i parlamentari al momento riottosi di come questa sarebbe la soluzione più efficace per garantire in tempi rapidi certezze e stabilità, dall’altra parte continua il suo dialogo con la Commissione europea alla ricerca di un chiarimento sul meccanismo del backstop al confine irlandese, ovvero il meccanismo secondo cui l’Irlanda del Nord resterebbe nell’Unione Doganale con l’Ue fino a quando non venisse raggiunto un nuovo accordo per regolare i rapporti tra le parti per il post Brexit, che rappresenta per molti parlamentari la causa del mancato sostegno all’accordo. Su questo tema sono arrivate in queste ore delle rassicurazioni da parte del presidente della Commissione europea, Jean-Claud Junker, che si è detto disponibile a fornire ulteriori chiarimenti sull’interpretazione relativa al meccanismo del backstop al confine irlandese e sulla volontà della Commissione europea di fare tutto quanto occorra perché non si arrivi ad attivare tale meccanismo. Va detto che queste rassicurazioni non hanno valore legale sui termini di quanto stabilito nel Withdrawal Agreement, ma rappresentano un rafforzativo delle dichiarazioni di intenti formalizzate tra le parti per quanto attiene alle future relazioni nel post Brexit.

Non è semplice in questo momento fare previsioni su quello che potrà accadere a Westminster il 15 gennaio. Se da una parte l’emendamento relativo alla immediata presentazione di un piano “B” è stata letta da alcuni come un modo per scongiurare un’uscita no-deal in caso di bocciatura del Withdrawal Agreement, bisogna anche sottolineare come al momento non sembra ci sia una maggioranza per una soluzione alternativa. Le soluzioni in campo sono infatti molteplici. Dal modello Norvegia Plus, ovvero la permanenza del Regno Unito nello Spazio Economico Europeo legato in questo caso anche alla permanenza nell’unione doganale, ad un nuovo referendum, anche questa soluzione tutta da verificare perché al momento non sembra essere chiaro quale potrebbe essere il quesito referendario e che comunque si presenterebbe ad un Paese ancora diviso a metà come riportato dai principali recenti sondaggi che sulla stessa uscita dalla Ue segnalano una forte divisione seppur adesso con una leggera prevalenza per il remain, fino alle nuove elezioni generali richieste dal leader laburista Corbyn.

Di certo è auspicabile che la soluzione che verrà prescelta sia quella più adatta ad offrire in tempi rapidi certezza e stabilità, come richiesto ad esempio dai rappresentanti dei principali mondi economici. Dalle associazioni degli imprenditori, al modo finanziario della City, fino ai principali partners commerciali, come ad esempio il Giappone che per bocca del premier Abe, elogiando la premier May per gli sforzi compiuti per perseguire un’uscita dalla Ue in modo concordato, ha chiesto tutela per le molte aziende giapponesi operanti sul territorio britannico.

Ancora una volta le prossime ore saranno determinanti.

ultima modifica: 2019-01-10T09:30:55+00:00 da Mario Angiolillo

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