Di Maio, Salvini e l’oro di Bankitalia. La versione di Brogi

Di Maio, Salvini e l’oro di Bankitalia. La versione di Brogi
Nei palazzi della vigilanza si respira un certo nervosismo dopo gli attacchi dei due vicepremier. Ma per l'economista della Sapienza il vero problema è nella comunicazione. Criticare l'operato di qualcuno può andare bene, ma non così e senza gridarlo alla piazza

In Banca d’Italia, raccontano i bene informati, l’uno-due arrivato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini lo hanno sentito eccome e alla fine pure incassato. Il governo ha messo sotto tiro l’intera vigilanza italiana: bancaria (Bankitalia), assicurativa (Ivass) e finanziaria (Consob), chiedendone un po’ a slogan, l’azzeramento dei vertici. Non è la prima volta che Movimento Cinque Stelle e Lega attaccano pesantemente le istituzioni in questione. Era già avvenuto ai tempi del crack della quattro banche e delle due popolari venete, solo che stavolta è diverso perché i due partiti sono al governo e la differenza si sente. In Europa, la pensano diversamente, condividendo il pensiero del ministro dell’Economia Giovanni Tria: la vigilanza deve rimanere indipendente e lontana dai giochi della politica. “L’autonomia della Banca d’Italia e della Vigilanza sulle banche è uno dei principi su cui si basa l’eurosistema delle banche centrali ed è importante che venga preservata”, ha affermato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombvrovskis.

Ambienti Bankitalia assicurano comunque che il malumore e un certo spaesamento dinnanzi a questa zampata ci sono tutti (Salvini ha tirato in ballo anche le riserve auree protette ne caveau di Palazzo Koch, chiedendone la certificazione), soprattutto all’Ivass. A Via Nazionale è finito nel mirino il vicedirettore generale Luigi Signorini, il cui mandato scade oggi e che al 99,9% non verrà rinnovato. Ma l’operatività dell’istituto centrale non è pregiudicata visto che lo Statuto di Bankitalia prevede infatti che il Direttorio, che dalla riforma della governance risalente al 2006 è il fulcro dell’attività dell’istituto centrale, operi a maggioranza.

Essendo infatti composto dal governatore Ignazio Visco, dal riconfermato vicedirettore generale Fabio Panetta e, al netto di Signorini, dai soli direttore generale Salvatore Rossi (in scadenza a maggio ma comunque rinnovabile, precisano da Via Nazionale) e dalla vicedirettrice Valeria Sannucci, il Direttorio si ritroverà a quattro membri. Ma in caso di parità nelle decisioni prevale il voto del Governatore. E poi, Bankitalia rientra nella sfera del Tesoro e dunque di Giovanni Tria, decisamente più morbido rispetto a Luigi Di Maio, titolare del dicastero dello Sviluppo che invece supervisiona l’Ivass.

All’istituto di vigilanza sulle assicurazioni le cose sono diverse. L’Ivass, presieduto dallo stesso Rossi, ha un consiglio in cui siedono lo stesso Rossi e due consiglieri nominati con decreto del presidente della Repubblica previa delibera del Cdm su proposta del governatore della Banca d’Italia e di concerto con il ministro dello Sviluppo. A dicembre Visco ha proposto a Di Maio il rinnovo degli attuali consiglieri Riccardo Cesari e Alberto Corinti ma non ha ancora avuto risposta e giovedì scadono i 45 giorni di proroga dei loro mandati. Scaduta la prorogatio, in assenza di nomine l’Ivass rischia di non poter operare, in quanto il consiglio sarebbe costituito dal solo presidente e “non si potrebbero comprare nemmeno le matite”, dice una fonte.

Formiche.net ha chiesto un parere sull’intera vicenda a Marina Brogi, economista e docente di International Banking alla Sapienza di Roma. “Per come è costruito l’iter di nomina del direttorio di Bankitalia e la composizione della governance dell’Ivass mi sembra evidente come gli attori in campo (ministri, premier) possano avere dei confronti tra loro sul merito. Tuttavia credo che questi confronti vadano gestiti in una maniera diversa: è possibile che ci siano punti di vista differenti e anche l’auspicio di discontinuità”, spiega Brogi. Quello che è insomma mancato, è il messaggio dell’esperta, è il giusto tatto nell’affrontare la questione.

“La polemica, se proprio deve esserci, non è bene che sia resa pubblica. Perché questo potrebbe indebolire l’immagine dell’Italia – grande emittente di Titoli di stato – agli occhi degli investitori internazionali. Peraltro credo che una simile polemica non sia utile né tanto-meno costruttiva anche se si vuole far sentire, come nelle intenzioni del M5S, vicinanza ai risparmiatori”. C’è un altro punto di caduta nel ragionamento di Brogi. E cioè, se proprio si vuol alzare il polverone bisogna avere il classico asso nella manica. Non ha senso, insomma, attaccare qualcuno per buttarlo giù se non si sa con chi sostituirlo.

“La polemica se proprio la si vuol fare, ha senso solo se si ha una soluzione alternativa adeguata e, in questo caso specifico, rispettosa dell’indipendenza delle autorità che è considerata un valore a livello internazionale. Sarebbe come se un allenatore non è contento del suo attaccante ma non ha un rimpiazzo. Che fa? Urla e basta? E poi diciamolo, le crisi bancarie non sono colpa della vigilanza. In mezzo c’è stata la crisi mondiale e la rivoluzione tecnologica non lo dimentichiamo”.

 

ultima modifica: 2019-02-11T10:20:51+00:00 da Gianluca Zapponini

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: