Ecco cosa dovrebbe valutare l’Italia sulla Siria

Ecco cosa dovrebbe valutare l’Italia sulla Siria
Gli Usa cercano alleati con cui sostituire le proprie forze in Siria. C'è un contesto delicato da valutare qualora arrivasse la richiesta d'aiuto a Roma

In questi giorni si sta parlando della possibilità che alcuni stati aiutino gli americani per sostituire parte del contingente che gli Stati Uniti hanno posizionato in Siria orientale in chiave anti-terrorismo, così da alleggerire Washington dal peso della missione. Si è parlato di Francia e Regno Unito, che avrebbero già accettato di aumentare la proprie presenza, e di altri paesi europei in fase di valutazione per eventuali dispiegamenti. Tra questi la Germania, che pare aver declinato l’offerta, e l’Italia.

Ci sono alcune valutazioni da fare rispetto alla richiesta da parte americana. In primo luogo, come precisato ieri dallo stesso Ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, non c’è mai stata una richiesta di tipo formale e ufficiale da parte statunitense in tal senso. Un altro aspetto, non certo trascurabile, è la mancanza di un quadro giuridico internazionale nell’ambito del quale si andrebbe a concretizzare l’azione italiana. Non c’è né la richiesta di assistenza da parte di alcun paese, né una risoluzione delle Nazioni Unite. 

La Siria, infatti, dopo più di otto anni di guerra, presenta ancora molte variabili rispetto ai futuri assetti del paese. I quadranti di crisi interni vedono una conflittualità crescente nella provincia di Idlib, con uno scontro sempre più evidente tra forze regolari siriane e Turchia; una situazione di precario equilibrio a ridosso del confine con Israele per via delle tensioni con l’Iran e gli Hezbollah; da ultimo, ma non meno importante, una profonda incertezza sull’assetto della Siria orientale. La presenza statunitense in quell’area, dopo la sconfitta territoriale dell’ISIS, è sempre più percepita a Damasco e non solo come una forza di occupazione. L’eventuale assunzione di responsabilità da parte di forze armate di altri paesi europei in quell’area, come in parte già sta avvenendo con forze speciali francesi e britanniche, si pone automaticamente in antitesi con Damasco, Russia ed Iran, alleati decisivi per le sorti di Bashar al Assad. Anche un addestramento delle milizie curde presenti nelle Siria orientale rappresenterebbe qualcosa di molto differente rispetto all’operazione “Prima Parthica”, quando appunto i militari italiani addestrarono i Peshmerga curdi dell’Iraq, per contrastare l’avanzata dei miliziani dello Stato Islamico. Anche in quell’occasione, è bene ricordarlo, si andò ad operare con molta prudenza e in accordo con le autorità irachene, onde evitare fraintendimenti rispetto alle finalità dell’addestramento rivolto ai Peshmerga. 

Nel caso siriano, dove operano vari gruppi armati quali le Forze Democratiche Siriane, milizie curdo arabe sostenute dalla Coalizione, e le Unità di Protezione Popolare (YPG) dei combattenti curdi, ci troviamo a tutti gli effetti in presenza di non state actors e l’eventuale sostegno o addestramento rappresenterebbe un ulteriore elemento di complessità che si andrebbe ad aggiungere alle dinamiche della crisi siriana, rispetto alla quale l’amministrazione statunitense ha mandato, sia con l’amministrazione Obama, sia con quella Trump, segnali non sempre chiari rispetto agli obiettivi e all’end-state.

Le condizioni della Siria di oggi, senza una svolta significativa sia nell’ambito dei negoziati di Ginevra sia negli incontri tra Russia, Turchia e Iran voluti da Putin attraverso la formula di Astana e poi Sochi, restano pertanto incerte e, senza una sorta di “Yalta siriana” in cui tutti gli attori, vincitori e vinti, possano sedersi, non consentono margini d’azione per iniziative che rischierebbero di aumentare soltanto la tensione in un’area, quella siriana, che rischia concretamente di andarsi a saldare con la crisi tra Usa e Iran. 

Va infine evidenziato come lo sforzo, in termini di presenze militari e non solo, messo in campo dal nostro Paese in Libano, in Afghanistan e in Kosovo, solo per citare le più rilevanti delle 41 missioni in 24 paesi a cui l’Italia partecipa con circa 7.200 militari, abbinato alla sempre maggiore attenzione rivolta allo scenario libico e più in generale all’area d’instabilità della sponda Sud del Mediterraneo, imponga, come ricordato recentemente dal Ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, un importante impegno per la stabilizzazione di questo arco di crisi così sensibile per il nostro Paese. 

ultima modifica: 2019-07-11T09:30:45+00:00 da Matteo Bressan
  • alfapenta

    Dove richiesta del legittimo governo? Forse aitore articolo non sa che ci vorrebbe forse?