Il Muro di Berlino e lo scontro metafisico tra Comte ed Hegel

Il Muro di Berlino e lo scontro metafisico tra Comte ed Hegel
Guardare al futuro, a trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, significa per l’uomo di oggi guardarsi dentro, ritrovare il fondamento autentico e misterioso del proprio essere. La riflessione di Benedetto Ippolito che sarà pubblicata sul numero di Nazione Futura, diretto da Daniele dell’Orco, dedicato alla caduta del Muro di Berlino

Esattamente trent’anni fa cadeva il Muro di Berlino. Anche se per le successive generazioni il nuovo ordine del mondo si è presentato come un dato di fatto, per le precedenti tale evento si è proposto simbolicamente come la fine di un’epoca storica consolidata, con tutte le sue relative certezze. Non soltanto l’Europa della Seconda guerra mondiale, ma l’intero assetto moderno del Vecchio continente sono stati sconvolti da questo accadimento. L’impero sovietico, che dal 1917 rappresentava la grande realtà politica dell’Est, un esperimento su cui si erano consumati chilometri di inchiostro e su cui si erano proiettate molte speranze ed infrante altrettante utopie, si era sgretolato in modo repentino davanti agli occhi increduli dell’opinione pubblica, con la stessa rapidità con cui, nelle celebrazioni di un anno dopo, il muro eretto dai Pink Floyd davanti alla Porta di Brandeburgo vedeva cadere a terra tutti i suoi mattoni.

Certamente non è stato soltanto lo sbriciolarsi della cortina di ferro a cambiare la storia, ma la presa d’atto della fine del Comunismo, evidenziata nella gioia con cui la liberazione dall’oppressione sovietica è stata avvertita dalla gente comune nella Germania orientale. Perciò andare a Berlino genera tanta emozione ed è molto istruttivo. La città, che è stata quartier generale del Nazismo, è diventata durante la Guerra Fredda il luogo di divisione ideologica tra l’Est e l’Ovest, o, come allora si diceva, tra il mondo libero e il mondo oppresso.

Qui subito s’insinua un primo grande paradosso. Quell’area del pianeta in cui la rivoluzione marxista aveva impiantato il proprio sogno di futuro, quella zona rossa in cui il socialismo doveva mostrare la propria istanza liberatrice, era divenuta ormai per tutti, dopo la Perestroika e Glasnost, il luogo di una tra le più dure e pianificate dittature che l’umanità abbia conosciuto.

Ecco perché comprendere il senso di ciò che abbiamo vissuto dopo il 1989 implica risalire a quanto è avvenuto in passato, cogliendo la filiazione storico-politica del ‘900 in relazione ai grandi sistemi filosofici del XIX secolo. La storiografia, si sa, cambia al mutare del presente. Questo asserto crociano è verificabile perfettamente nell’ermeneutica dell’‘800. Due imponenti sistemi metafisici di allora si ergono al nostro sguardo contemporaneo: l’Idealismo di Hegel e il Positivismo di Comte. Già l’opposta provenienza nazionale dei due filosofi, tedesco il primo e francese il secondo, guidano bene la suggestione. Nel loro modo opposto di leggere la realtà si celano due modi contrari di concepire il mondo, destinati a durare per decenni.

L’Idealismo conteneva al suo interno la logica stessa della Rivoluzione marxista, allo stesso modo in cui il Positivismo era veicolo di ogni mentalità reazionaria che si sarebbe affacciata nella storia. Visitando il Museo berlinese della Ddr, si può rivivere l’inquadramento disciplinato assoluto che il Comunismo ha imposto alla società tedesca orientale, nonché la tragedia immane che il sogno hegeliano di uno Stato etico è riuscito a creare. Visitando Aushwitz, invece, possiamo toccare con mano che cosa il culto biologico della razza può generare di inumano, crudele e sistematico, nel quadro di una filosofia irriducibilmente positivista.

Il Comunismo è stato la materializzazione politica totalitaria dell’onnipotenza teutonica dello Spirito Assoluto, un processo di umanizzazione forzata guidato da quella tendenza onnipotente al materialismo quale senso ultimo della logica marxista. Nell’Enciclopedia delle Scienze Filosofiche di Hegel, lo Spirito supera dialetticamente la Natura, attuando la libertà sostanziale, ossia la marxiana società senza classi e senza disuguaglianze individualiste. Parimenti, l’Unione Sovietica poteva giustificare la violenta e crudele oppressione stalinista alle tradizioni nazionali e religiose dei popoli soggetti al Patto di Varsavia in nome della giustizia e della cultura socialista materializzata nel Bolscevismo.

Per capire cosa è crollato trent’anni fa è indispensabile comprendere il secolo di rivoluzione che dal 1789 ha attraversato, conquistato, spaventato e deluso l’Occidente europeo. La parola chiave è “superamento”. Tale destino necessario, infatti, avrebbe dovuto attuare la vittoria politica finale dell’universale sul particolare, della giustizia sulla forza, dello spirito umano sulla natura biologica.

Per il Comunismo il vero nemico da battere, a partire dagli anni ’20, è diventato il Nazifascismo. Ernst Nolte ha sostenuto, a dire il vero, che le dittature di destra sono nate per reazione all’incombente diffusione minacciosa delle rivoluzioni di sinistra. E, al di là dello scandalo che riesce a suscitare ogni volta, tale tesi storiografica è e resta incontrovertibile. Il Nazismo hitleriano non avrebbe mai avuto il consenso che sappiamo se i tedeschi non avessero percepito come tangibile il pericolo della rivoluzione sovietica, incarnata da Stalin. Ma, oltre questo, le diverse forme di Fascismo, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, nonché la difesa del sistema capitalistico euroatlantico, altro non sono state che modalità diverse con cui il Positivismo naturalista si è opposto irriducibilmente all’Idealismo materialista: identità nazionale versus universalismo economico, libero mercato versus pianificazione di Stato, particolarità naturale dei popoli versus universalismo globale.

Il vero dato sconcertante di questa dialettica è quanto accaduto dopo la caduta del Muro. In definitiva, come François Fejto ha ben spiegato, non soltanto la Filosofia dello Spirito non ha vinto la sua battaglia epurativa, non soltanto lo sradicamento dei popoli dalla loro natura non è avvenuto, ma la demolizione della sovrastruttura sovietica ha determinato il ritorno dei tanto odiati nazionalismi. Tutto l’ultimo decennio del secolo scorso è stato accompagnato dal rientro dei conflitti tra identità etniche in tutta l’ex Unione Sovietica, cominciando dalla vicina Jugoslavia. Da lì, progressivamente, la Comunità degli Stati Indipendenti ha ceduto il passo, rapidamente, alla riapparizione ineluttabile degli antichi popoli nativi e dei loro Stati.

La fine del sogno socialista si è trasformato così, anche in Oriente, nella ragione stessa della crisi del progetto europeo, il quale viene, ormai ovunque, equiparato ad un’oppressione paradossalmente simile, se non peggiore, alla precedente. I nazionalismi antieuropeisti, in effetti, sono più forti laddove più dura è stata la dittatura sovietica. E la vendetta di Comte su Hegel si può esprimere adesso nella stessa popolarità dei sovranismi che si propagano tanto in Francia e in Inghilterra, quanto in Germania e in Italia.

Il fatto vero è che, dopo l’Illuminismo e a seguito il fallimento della sua attuazione rivoluzionaria nel Marxismo, l’Europa non è in grado di governare un mondo umano che non segue le sue leggi, che ha rifiutato in blocco tutta la narrazione progressista, e che ha rivelato non solo di concepire come fantasia la filosofia artificiosa del controllo politico della realtà, ma ha sentito come un incubo oppressivo causato dal potere il miraggio di una oggettivazione dello Spirito, intesa come criterio di attuazione universale dell’ordine globale al di sopra della vita concreta delle persone.

Comte, insomma, ha vinto su Hegel semplicemente perché la natura umana può essere governata soltanto se soggettivamente si rispettano le leggi oggettive della vita, quelle forme ontologiche che definiscono e caratterizzano l’essenza metafisica dell’uomo nel lento protrarsi del tempo, ben prima e ben al di sopra della politica stessa. Niente e nessuno, infatti, può eliminare la specifica appartenenza di una persona alla sua famiglia, alla sua nazione, alla sua realtà oggettiva. La mentalità del nostro tempo è allergica alle grandi elaborazioni razionaliste della modernità, mentre ha consistenti affinità con la filosofia dell’essere che il Medioevo cristiano ha pensato in precedenza e diffuso in seguito con il Positivismo dentro i cuori della gente comune.

Questi trent’anni che ci separano dalla fine del Comunismo sono stati accompagnati, in sostanza, dall’imponente ritorno della natura umana come principio orientativo della storia, concretizzato nel bisogno di forme sempre più radicali di democrazia, spesso irrispettose del classico principio di rappresentanza. Questa trasformazione si
è accelerata dopo il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, e a seguito dell’emergenza prodotta dai fondamentalismi religiosi e dai grandi fenomeni migratori.

Le spinte della vita, il bisogno di sopravvivenza sono fattori esistenziali che trascendono la forza programmatica di qualsiasi piano strategico internazionale, chiamando in causa categorie di prossimità, tra loro opposte, come l’auto conservazione e la solidarietà umanitaria, in grado di scuotere le coscienze e di radicalizzare le contrapposizioni interpersonali.

È anche in questo senso che oggi Comte ha vinto su Hegel: non è lo spirito umano a dominare la natura, ma è la natura umana a dominare lo spirito politico. Perciò è così importante attualmente, specialmente per le nuove generazioni, la questione ecologica: essa registra il ritorno dell’antico umanesimo cosmocentrico, frontalmente contrapposto al moderno umanesimo antropocentrico. L’uomo di domani non governerà con il potere tecnologico la natura, ma dovrà sintonizzare il suo essere tecnocratico con le risorse disponibili, comprendendo come e in che modo la propria specificità possa durare sulla Terra senza fargli perdere consistenza ontologica.

Guardare al futuro, a trent’anni dalla fine della Guerra Fredda, significa per l’uomo di oggi guardarsi dentro, ritrovare il fondamento autentico e misterioso del proprio essere, riposto molto più sulla potenza veritativa del sacro e del religioso che sulla spinta volontaria dell’azione razionalizzatrice. Mettere un argine morale al proprio agire, d’altronde, che cos’è per l’umanità se non tornare a pensare la distinzione anselmiana tra libertà e potere? Che cos’è se non considerare con Tommaso d’Aquino il rapporto tra verità e volontà o tentare di risolvere la dualità agostiniana tra grazia e peccato? Oggi come ieri dobbiamo tornare a pensare e ripensare la dieresi originaria tra eterno e temporale e tra spirito e materia, dando un senso metafisicamente possibile alla nostra storia.

ultima modifica: 2019-11-08T11:50:29+00:00 da Benedetto Ippolito

 

 

 

 

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