La spettacolarizzazione del rilascio dei pescatori è stato l’episodio di punta del reality show di governo. Ma almeno a un certo punto il Grande Fratello Vip finisce… L’analisi di Martina Carone, consulente in strategie di comunicazione per Quorum/YouTrend e docente di Analisi dei media all’Università di Padova

Che ormai la politica parli tramite uno schermo più che da un giornale è cosa nota. Eppure, il fatto che la politica sarebbe diventata una sorta di reality show, con una comunicazione veloce, diretta e real time, invece, è ancora una conseguenza a cui facciamo fatica ad abituarci.

Da tempo si parla infatti di celebrity politics, tendenza per cui i politici si atteggiano a star per aumentare il proprio consenso, per governarlo e per sondarlo.

A ben vedere, però, la situazione che viviamo non assomiglia in alcun modo a Hollywood: lì ci sono celebrità altamente note, di cui magari ci interesserebbe sapere gli amori, i vizi, le virtù. Qui invece il paragone che rende meglio l’idea è quello con il Grande Fratello Vip, in cui personalità poco note sono sempre sotto ai riflettori e tra di loro battibeccano sacrificandosi al dio dello share. Allo stesso modo, i politici di governo cercano di raccontare la versione migliore di sé salvo poi litigare e scontrarsi su ogni questione durante la messa in onda, alimentando i dissapori a favor di camera, del consenso personale e dello share.

A un occhio critico le similitudini non finiscono qui: così come nel Grande Fratello Vip, le persone sotto ai riflettori non sono affatto vip (tantomeno celebrities) anche se — come si dice a Roma — “je piacerebbe”. Alcuni politici, come alcune starlette, sono saliti alla ribalta per mediazione, non per reale conoscenza o capacità; per capacità di “agenti” in grado di piazzare il loro nome nel momento giusto, e non per reale abilità. Il tutto, purtroppo, si vede nei risultati: pochi ascolti, poco interesse reale, e un pubblico un po’ deluso e stanco di dover inseguire una quotidianità con pochi contenuti.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si sono resi — volenti o nolenti — protagonisti di uno degli eventi che raccontano meglio la situazione odierna: la decisione di andare insieme a Bengasi a “riprendersi” i pescatori di Mazara del Vallo, episodio di punta del reality show di governo, evidentemente in difficoltà negli ascolti. Tutto apparecchiato da un ex gieffino, Rocco Casalino.

Entrambi, invece di aspettare i pescatori nell’aeroporto di arrivo, han preferito la photo opportunity in loco, creando anche qualche grattacapo diplomatico: c’è infatti chi si è chiesto quanto fosse opportuno che un presidente del Consiglio e un ministro degli Esteri siano andati a dialogare con un generale senza alcun riconoscimento internazionale.

Senza entrare nella questione, l’analisi che ne consegue è che evidentemente sì, conveniva, perché le logiche del consenso lo richiedevano.

Ciò che appare evidente è che il ministro degli Esteri e il presidente del Consiglio abbiano provato a riaccendere i riflettori su eventi positivi, su successi diplomatici, su frame congeniali. Una logica che però tradisce una difficoltà di tutto il governo: non si vedeva una simile passerella dalle treccine fatte a Maria Elena Boschi in aereo dai bambini del Congo, e sicuramente non si è vista in occasione della liberazione di Silvia Romano, attesa diligentemente a Fiumicino.

Sicuramente, tanti sono stati gli obiettivi di questa decisione: uno di questi, direbbero i malpensanti, potrebbe essere il provare a riprendersi un’agenda mediatica ormai tutta incentrata sulle difficoltà di gestire delle festività natalizie, cercando di veicolare messaggi positivi; oppure, un altro obiettivo potrebbe essere quello di riaffermare il ruolo di Di Maio alla Farnesina: in fondo si parlava proprio qualche tempo fa di rimpasto (al Grande Fratello Vip direbbero “di nomination”), e il ministro, già untouchable, potrebbe aver provato ad affermare la propria centralità attraverso un successo mediatico. O ancora, la decisione di andare in loco potrebbe essere servita al premier Conte per intestarsi proprio quel successo, cercando di non legare la propria figura unicamente alla pandemia e alla sua gestione, potendo così — un domani — portare qualche risultato sul tavolo.

Tutti motivi molto validi, dal punto di vista del consenso. Dal punto di vista di chi osserva, però, resta una sola, amara, conclusione: il Grande Fratello Vip — per quanto criticato, osteggiato, dileggiato — a un certo punto, volenti o nolenti, finisce. Qui, l’impressione, è che invece ci sia ancora tanto da vedere.

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