Secondo il professor Gabusi (Unito/T.wai) l’accordo sugli investimenti con la Cina è l’inizio della terza via dell’Unione europea. Ma è anche un segnale di Xi a Biden di disponibilità al dialogo

Che cosa ha portato all’accelerazione che ha fatto sì che dopo 7 anni e 35 round negoziali Unione europea e Cina firmassero mercoledì l’accordo sugli investimenti? Che impatto avrà quest’intesa sui rapporti transatlantici? Formiche.net l’ha chiesto a Giuseppe Gabusi, docente di International Political Economy e Political Economy dell’Asia Orientale presso l’Università degli Studi di Torino e direttore del programma Asia Prospects di T.wai (Torino World Affairs Institute).

Professore, come valuta quest’accordo?

È un accordo molto importante, anche se soltanto di principio, perché per la prima volta la Cina accetta di lasciare all’Europa condizioni non concesse prima ad altri partner in tema di accesso al mercato, sviluppo sostenibile, trasparenza sussidi e necessità per le imprese di Stato di comportarsi seguendo considerazioni commerciali.

Quanto ha pesato l’intervento del presidente Xi Jinping?

L’intervento di Xi si è reso necessario per sbloccare lo stallo nei negoziati. Da molto tempo l’Unione europea chiedeva reciprocità lamentando una certa asimmetria a favore delle imprese cinesi. L’entrata in campo del presidente cinese dimostra come questo accordo abbia un significato economico ma anche, soprattutto, politico.

In che senso?

Credo che Xi abbia visto una finestra di opportunità prima dell’insediamento dell’amministrazione statunitense di Joe Biden, che vorrà sicuramente recuperare quel rapporto privilegiato con l’Unione europea che Donald Trump ha invece voluto non considerare come prioritario nei suoi anni alla Casa Bianca. Il presidente potrebbe aver temuto pressioni di Washington su Bruxelles e le capitali europee per rimandare l’intesa.

E l’Unione europea? Perché questa accelerazione?

L’Unione europea ha portato a casa un accordo che le consente di confermare la sua posizione sulla Cina, definita dal 2019 allo stesso tempo “partner negoziale, competitor economico e rivale sistemico”.

I primi due punti sono evidenti. Ma il terzo?

Questo accordo dimostra che c’è engagement di Pechino su temi di interesse europeo come sostenibilità, level playing field e adeguamento agli standard che proibiscono il lavoro forzato: in altre parole, si cerca di evitare che il rivale sistemico sostenga e diffonda le proprie regole. Inoltre, l’intesa permette all’Unione europea di affermare la propria autonomia e percorrere una sorta di “terza via” tra l’opposizione totale a Pechino e un assoluto allineamento alle posizioni cinesi, che non è e non può essere nelle corde delle democrazie occidentali.

Sui giornali di oggi abbiamo letto di un presidente del Consiglio Giuseppe Conte “irato” per non essere stato invitato alla videoconferenza con Xi a cui hanno partecipato la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron.

Penso che il presidente Conte dovrebbe ricordare di essere stato il capo di governo del primo Paese G7 a firmare il Memorandum d’intesa sulla Via della Seta. Se in questo momento si sente irato dovrebbe domandarsi come si sentirono allora Merkel e Macron. È evidente che quando Xi lasciò l’Italia e volò a Parigi, Macron non a caso invitò Juncker e Merkel con il presidente cinese che si trovò davanti al fatto compiuto. In quel caso Macron tracciò una linea rossa: Pechino non pensi di dividere il fronte europeo firmando memorandum d’intesa con Paesi importanti come l’Italia.

Si potrebbe obiettare che Merkel e Macron non abbiano dato segno di unità europea in occasione della videoconferenza con Xi. Anzi, sembra abbiano voluto rimarcare la centralità dell’asse franco-tedesco.

Mi verrebbe da dire “meno male che c’è il motore franco-tedesco che funziona”, soprattutto in questo periodo complicato. L’Italia negli ultimi anni è stata spesso assente dal dibattito europeo, non possiamo sorprenderci ora.

A nulla sembra essere servita la firma di quel memorandum d’intesa.

Per Xi quella firma ha rappresentato un accordo politico importante, tanto che è stato disposto ad accettare un testo un po’ annacquato rispetto al format che la Cina di solito propone ai potenziali partner. L’Italia, invece, faceva un ragionamento privo di logica e da media potenza in errore, forse addirittura da media potenza in declino: il nostro governo ha sempre sottolineato il lato economico di quell’intesa, sostenendo che avrebbe aiutato le imprese italiane a recuperare il terreno perduto negli anni. Ma se Francia e Germania continuano a commerciare con la Cina molto di più senza aver firmato quel memorandum, allora ecco che quel memorandum siglato dall’Italia si dimostra non essere condizione necessaria né sufficiente ad aumentare gli scambi.

Biden spera di costruire un fronte di democrazie con i partner in Europa e nell’Indo-Pacifico per portare il confronto con la Cina su una dimensione multilaterale. Ora, con l’accordo Ue-Cina e quello Rcep, cosa cambia?

Già con il pivot to Asia e il Tpp (che Trump ha rinnegato) era evidente che è in atto da tempo un tentativo di raccogliere Paesi cosiddetti like-minded per stabilire gli standard del XXI secolo. Ma c’è un problema: molti Paesi che possono rientrare in questo discorso — come Australia, Corea del Sud e Giappone — sono molto legati economicamente alla Cina, che presto diventerà la prima economia del mondo. Ecco il problema: che cosa intende fare l’Occidente con i Paesi che democratici non sono? Vuole rinunciare al legame economico attuando il decoupling o è disposto a commerciare con Paesi che non condividono (del tutto) i valori occidentali?

E l’Europa come può muoversi in questo contesto?

La “terza via” europea deve essere di questo tipo: se faccio engagement con Paesi come la Cina, destinati a dominare la scena economica mondiale, posso continuare a discutere con loro senza essere supino o silente dinanzi a certi loro comportamenti. Penso sia inevitabile che Pechino si renda conto prima o poi che la normalizzazione di Hong Kong, la stretta sulla libertà di espressione e il trattamento delle minoranze nello Xinjiang, in Tibet e nella Mongolia Interna abbiano impattato molto negativamente sul suo soft power globale. La Cina non rivedrà certo le sue posizioni, ma è importante che su questi temi continui il confronto, se l’Occidente ha tratto lezioni dalla sua storia, che è stata pure una storia di dominio coloniale. Sono convinto che la firma di questo accordo sia anche un segnale della Cina a Biden: a certe condizioni di mutuo rispetto Pechino è disposta a far ripartire il dialogo.

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