Nell’imperversare dell’emergenza pandemica di fine anno, sembra essere sfuggita la scomparsa di un indiscusso protagonista dell’innovazione analitica e metodologica in economia internazionale: Richard Newell Cooper.

Nato nel giugno 1934 a Seattle, ha studiato economia alla London School of Economics and Political Science, poi PhD ad Harvard. Membro del Council of Economic Advisers di J.F. Kennedy dal 1961 al 1963, Associato alla Yale dal 1963 al 1966, diventa poi Professor of International Economics fino al 1973. La sua carriera continua sempre sul doppio binario degl’interessi accademici e degl’incarichi di natura politica: tra il 1977 e il 1981 è Sotto-Segretario di Stato agli Affari Economici con Jimmy Carter e dal 1981 insegna ad Harvard, prima di essere nominato Presidente della Federal Reserve Bank di Boston e, dal 1995 al 1997, Presidente del National Intelligence Council.

Nel 1968 scrive un volume The Economics of Interdpendence destinato ad innovare gli ambiti di studio dell’economia internazionale; è da quel contributo che prenderanno le mosse le prime idee di quella disciplina, inesistente in Italia ma molto di moda in Inghilterra e negli Usa (le cui metodologie di analisi si sono nel tempo radicalmente divaricate), definita “international political economy”: un tentativo di combinare considerazioni di economia politica e di relazioni politiche internazionali per spiegare l’evoluzione dei sistema economico e politico mondiale, fino a quel momento rigorosamente scisso in due ambiti disciplinari separati.

Una contaminazione che non sempre è piaciuta in termini accademici, dove la ‘purezza’ e l’autarchia metodologica di economisti e politologi hanno sempre guardato con sufficienza a chi tentava di rendere giustizia della complessità ed interdisciplinarietà di una materia in cui sono davvero inestricabilmente legate considerazioni di carattere economico e politico. Il successo delle due riviste di riferimento del settore, International Political Economy e Review of International Political Economy, lo attesta in maniera netta.

Nel 1971 Cooper è autore di un pionieristico contributo in controtendenza rispetto alla smania dilagante di approfittare della fine di Bretton Woods per svalutare le monete nazionali, nel quale segnalava come una svalutazione ha solitamente effetti restrittivi, al contrario delle aspettative di chi la pone in essere. E che i governi che l’hanno attuata, nel corso della storia, hanno registrato un’enorme probabilità di non essere ancora in carica ad un anno di distanza. Per un lungo periodo è stato Review Editor di Foreign Affairs, offrendo chiavi di lettura imperdibili ed originali della letteratura economica corrente.

In un simpatico necrologio pubblicato sul suo blog, Jeffrey Frankel scriveva di come Cooper avrebbe potuto approfittare del suo nome per fare un po’ di marketing, proponendosi come “padre della Cooper-azione internazionale”. Si tratta di un’iperbole, ma solo fino ad un certo punto: è stato davvero uno studioso ed un policymaker di grande spessore, pioniere ed innovatore nello studio delle dinamiche economiche, monetarie e politiche della cooperazione internazionale.

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