L’agenzia di rating interviene per la prima volta dalla nascita del governo dell’ex governatore della Bce. Nel 2021 il Pil salirà del 5,3% ma gli effetti della cura Draghi tarderanno a manifestarsi. E comunque Mr Europa ha due anni di tempo per tirare fuori il Paese dalle sabbie mobili

Standard&Poor’s, la più importante agenzia di rating al mondo interviene per la prima volta da quando Mario Draghi è al governo. La sintesi del report dedicato all’Italia appena pubblicato è più o meno questa: l’ambiziosa agenda di riforme dell’Italia non ha un impatto immediato sul rating del Paese.

“Il nuovo governo di unità nazionale, guidato dall’ex presidente della Bce ha detto che si focalizzerà sulla risposta alla pandemia e sul sostegno alla ripresa economica. L’esecutivo inizierà anche a elaborare un piano strategico per investire la quota di circa 200 miliardi del Next Generation Eu. Le aspettative che il nuovo governo, che rappresenta il 90% circa dei seggi parlamentari, la maggioranza più grande di qualsiasi altro governo del Dopoguerra, possa riformare l’economia, il sistema fiscale e giudiziario dell’Italia sono alte. Questi sviluppi non hanno, tuttavia un impatto immediato sul nostro giudizio del merito di credito, ad oggi BBB/A-2, con outlook stabile.”

Di qui, una ripresa un po’ meno tonica e un po’ più in là. “Prevediamo una ripresa della crescita economia dell’Italia al 5,3% nel 2021, sulla base di una normalizzazione della situazione sanitaria e del mantenimento dello stimolo di bilancio e monetario”. Una cosa è certa, Draghi ha due anni di tempo per risollevare il Paese dalla lunga notte in cui è scivolato, prima cioè che finisca la legislatura. Gli esperti di S&P ne sono più che convinti. “Poiché le elezioni devono aver luogo entro giugno 2023, il governo Draghi ha solo due anni per raggiungere i suoi obiettivi”.

“Le sfide strutturali a lungo termine dell’Italia”, si legge nel report, “comprendono l’invecchiamento della popolazione, un mercato del lavoro e dei prodotti altamente regolamentato, le grandi diseguaglianze economiche ed educative tra nord e sud e la scarsa capacità di attrarre investimenti dal resto del mondo. Il nuovo governo dovrà inoltre monitorare da vicino lo stato di salute del settore finanziario, data la sua bassa redditività e l’elevata esposizione alle piccole e medie imprese, duramente colpite dalla pandemia”. Dallo scorso anno, ricorda S&P, il governo italiano ha accettato di rilasciare garanzie fino al 25% del Pil a sostegno della liquidità per famiglie e imprese. Se si richiamassero queste garanzie, “il debito pubblico aumenterebbe oltre le nostre attuali aspettative”.

Si parte, comunque, dall’abisso. Nel 2020, il Pil si è contratto dell’8,8% “poiché le restrizioni Covid hanno pesato sui consumi privati e sugli investimenti. Eppure, l’Italia è probabilmente ancora in una posizione leggermente migliore rispetto ad alcuni suoi vicini, grazie al settore manifatturiero, che è stato meno colpito del settore dei servizi dal secondo lockdown. Se l’Italia, destinata a essere il maggior beneficiario del Next Generation Eu, utilizzasse efficacemente la sua quota del fondo, ciò potrebbe stimolare gli investimenti pubblici, che sono stati inferiori di circa il 30% rispetto a prima dell’ultima crisi finanziaria”.

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