Propaganda, pressioni politiche e una pioggia di soldi. Il fondo sovrano russo è a caccia di aziende farmaceutiche che producano il vaccino. La strategia di dividere per vincere nello scacchiere globale

Prosegue, a passi lunghi e accelerati, la propaganda russa del vaccino Sputnik V. Nel corso degli anni, la politica estera del Cremlino si era concentrata sulle esportazioni del gas e il petrolio, e anche sull’impero militare. Eppure, da qualche mese le risorse diplomatiche sono indirizzate alla diffusione del successo del vaccino anti-Covid, “l’oro liquido” che può salvare il mondo dalla devastazione sanitaria, economica e sociale della pandemia. Una promozione che va avanti, anche senza avere ancora tutte le approvazioni necessarie (come racconta in quest’approfondimento pubblicato su Formiche.net Otto Lanzavecchia).

Il presidente  Vladimir Putin ha discusso oggi con il premier lussemburghese, Xavier Bettel, sulla possibilità di fornire Sputnik V al piccolo Paese europeo. La notizia della telefonata è stata diffusa dal Cremlino, impegnato in queste settimane a mostrare “l’impegno” della Russia nella crisi sanitaria.

“I due leader hanno prestato particolare attenzione alla cooperazione nel campo della lotta alla diffusione del contagio da coronavirus – si legge nel comunicato della presidenza russa -, compresa la possibilità di forniture al Lussemburgo del vaccino russo Sputnik V”.

Ad oggi, circa 50 Paesi, tra cui Egitto, Iran, Argentina, Ungheria, Messico, Slovacchia, Venezuela, Kazakistan, Siria, Paraguay, Iraq, Guatemala e Nicaragua, hanno già registrato Sputnik V e prenotato le dosi.

Altri Paesi invece ci hanno ripensato. Dopo avere annunciato che avrebbe acquistato il vaccino russo, il governo della Turchia ha fatto dietrofront, sostenendo che i test per lo sviluppo di Sputnik V non era del tutto soddisfacente. Il ministero per la Sanità turco ha dichiarato che “la Russia non è in condizioni di rispettare (le buone pratiche), per cui non è possibile che l’Organizzazione Mondiale per la Sanità compri il loro vaccino. E noi non possiamo omologarlo”. Così il governo di Recep Tayyip Erdoğan ha preferito alla fine privilegiare l’acquisto di 50 milioni di dosi della farmaceutica cinese Sinovac Biotech.

CHI (NON) VUOLE PRODURRE SPUTNIK V

Mosca sta puntando sui Paesi che non sono riusciti ad acquistare i vaccini prodotti dalle grandi aziende farmaceutiche europee e americane, come Pfizer-BioNTech, AstraZeneca, Sanofi o Moderna.

Tuttavia, la Russia non è in grado di soddisfare la richiesta globale di vaccini, per cui sta gestendo la consegna dei brevetti per la produzione altrove.

In Spagna, per esempio, diverse aziende farmaceutiche, tra cui IberAtlantic, con sede a Vigo, e la biofarmaceutica Zendal, con sede a Porriño (Pontevedra), sono in trattativa con il Fondo Russo di Investimento Diretto per la produzione del vaccino russo sul territorio spagnolo.

Il ministero della Sanità spagnolo ha dichiarato che non è a conoscenza di nessun contratto per produrre Sputnik V in Spagna, ma non esclude che ci siano conversazioni in corso. Il fondo russo però ha dato per certo l’accordo in Spagna, Francia, Germania e anche in Italia.

Altri Paesi che stanno cercando di acquistare i diritti per produrre il vaccino russo, tramite le imprese farmaceutiche private, sono Corea del Sud, Egitto, India, Messico, Nepal, Kazakistan e Uzbekistan.

IL CASO ITALIANO

Secondo il sito Swissinfo.ch, la Camera di Commercio Italo-Russo hanno confermato che la compagnia farmaceutica Adienne, con sede a Lugano, ha siglato un accordo per produrre Sputnik V nella sede a Monza: “Se l’accordo tra il fondo sovrano russo, che commercializza Sputnik a livello internazionale, e Adienne è approvato dalle autorità italiane, la produzione potrebbe partire da giugno”. Questa sarebbe la prima fabbrica di Sputnik V in Europa. La speranza, aggiunge il sito, è produrre 10 milioni di dosi del vaccino entro la fine del 2021.

Per Vincenzo Trani, presidente della Camera di Commercio Italo-Russa, il fatto si può considerare “storico, la prova del buon stato dei rapporti tra i nostri Paesi, che dimostrano che le imprese italiane possono guardare oltre le differenze politiche”. Un portavoce della Camera però ha spiegato all’agenzia Afp che se il vaccino non è autorizzato in Europa entro il 1° luglio del 2021, le dosi prodotte in Italia saranno ricomprate dal fondo russo e distribuite nei Paesi dove sì è approvato il vaccino”.

NON TUTTO È COME SEMBRA

Come scrive il quotidiano The New York Times, fino ad oggi 50 Paesi, dall’America latina all’Asia, hanno chiesto 1,2 miliardi di dosi del vaccino; un fatto che ha contribuito a migliorare l’immagine della Russia (e la sua ricerca scientifica) e aumenta l’influenza di Mosca nel mondo.

“Nondimeno, in Russia non sempre le cose sono come sembrano – sottolinea il NYT -, e questo apparente trionfo della diplomazia del soft power può non essere esattamente come lo presenta il Cremlino. Anche se Sputnik V è efficace, la sua produzione è in ritardo, per cui ci sono dubbi sulla capacità di Mosca di rispettare le promesse di esportazione, a svantaggio dei propri cittadini”.

C’è anche la questione della capacità tecnologica per la produzione. Dmitri Morozov, direttore esecutivo della compagnia Biocad a San Pietroburgo, che ha ottenuto il contratto per la produzione a settembre 2020, ha spiegato al New York Times perché a inizio febbraio hanno potuto produrre solo 1,8 milioni di dosi, una cifra molto lontana dai centinaia di milioni promesse dal Cremlino. Si tratta di una tecnologia “molto capricciosa, la produzione è una vera sfida”.

Morozov ha aggiunto che la sua fabbrica ha la capacità di produrre il doppio dei vaccini, ma “i contratti sono così costosi che perde denaro nella produzione, per cui è stato costretto lo scorso autunno a riservare la metà della capacità produttiva per un farmaco contro il cancro molto più redditizio”.

LA FORMULA RUSSA

Allora perché, se è svantaggioso, c’è la fila delle aziende farmaceutiche pronte per produrre Sputnik V, in Europa e non solo? La strategia russa prevede, prima di tutto, la divisione, come spiega Eduard Soler, ricercatore senior del Barcelona Centre for International Affairs. A 20 minutos, ha spiegato che la Russia “gioca sistematicamente a dividere gli europei, perché è un obiettivo della loro politica estera”, prima lo facevano sfruttando l’energia, ora cercano di farlo usando il vaccino. Lo fanno soprattutto in America latina, dove “accolgono” le richieste dei Paesi che si sentono respinti dagli Stati Uniti, cioè, Venezuela, Bolivia e Argentina.

Gioca a suo favore che la Russia, come d’altronde la Cina, è un Paese chiaramente autoritario dove il governo può permettersi di comunicare all’opinione pubblica che non stanno immunizzando la popolazione, ma usano queste dosi in cambio di rapporti con altri Paesi.

INVESTIMENTI PER LA RICONVERSIONE

E poi c’è il fattore economico, messo a disposizione dal fondo sovrano russo. Un industriale che è stato contattato da Mosca per la produzione di Sputnik V in Europa, e che ha un laboratorio con i macchinari necessari per la produzione di vaccini basati su adenovirus, ha spiegato a Repubblica i vantaggi della formula russa: “Per un’azienda che ha già il know-how, servono in media 20-30 milioni per la conversione degli impianti. Gli emissari dei russi mettono sul tavolo risorse quattro volte superiori”; quattro volte di più degli altri.

Nella corsa geopolitica del vaccino tutto sembra valere. Repubblica riferisce che gli emissari del Cremlino si presentano “con valigette piene di depliant, progetti di technology transfer (trasferimento di tecnologia indispensabile per la fabbricazione) e contratti preliminari (Memorandum of Understanding) in cui chiedono l’impossibile e sono disposti a pagarlo bene”.

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