Una ricerca empirica, condotta all’università La Sapienza di Roma, svela il divario tra domanda e offerta dell’equity crowdfunding: mentre l’impresa rintraccia nello strumento un valido supporto per la crescita dimensionale, propedeutica a quella internazionale, l’offerta si colloca ancora ai margini del fenomeno, rimanendo appannaggio di un’élite di investitori con solide competenze finanziarie. L’analisi di Mario Venezia, professore di Economia aziendale e Marina Polito, dottoressa magistrale in Comunicazione d’impresa della Sapienza

Il tessuto produttivo domestico è storicamente afflitto da debolezze strutturali: le piccole e piccolissime imprese sono caratterizzate da un miope attaccamento al modello family business o addirittura a socio unico, dalla reticenza all’apertura ai capitali esterni e da una stretta dipendenza dal canale bancario. A preoccupare non è soltanto la piccola dimensione, lungi dal ritenere che lo sviluppo economico debba necessariamente passare attraverso le big corporations, quanto piuttosto la scelta di un modello finanziario che non si può più ritenere adeguato alle soluzioni di gestione manageriale contemporanee. La logica del “tutto in proprio” si è tradotta in un eccessivo ricorso al debito, che a sua volta ha favorito l’orientamento al profitto nel breve periodo, inibendo scelte d’investimento ad ampio ritorno votate all’innovazione e alla crescita, e nel peggioramento del rating bancario.

Tali criticità, unite alle perplessità di finanziamento manifestate dai circuiti bancari e alla marginalità del private equity, hanno tuttavia rappresentato un importante allarme per tante realtà imprenditoriali che hanno finalmente riconsiderato il ruolo dell’alternative finance e degli strumenti del FinTech. In specie, hanno visto nell’equity crowdfunding non soltanto una possibile fonte di capitali, ma soprattutto un’opportunità per rafforzare la propria struttura finanziaria e aprirsi alla crescita e al cambiamento, superando lo svantaggio competitivo accumulato.

Lo svolgimento di una tesi di laurea magistrale della Sapienza università di Roma ha offerto la possibilità di condurre un’analisi approfondita sullo stato dell’arte dell’equity crowdfunding in Italia, attraverso un’indagine esplorativa del mercato, secondo una prospettiva evolutiva, che ne ha isolato i connotati più rappresentativi e l’iter che ne ha decretato l’affermazione. La ricerca preliminare è stata condotta sulla base di dati secondari riportati principalmente su testate specialistiche di settore, quali Osservatorio sul CrowdInvesting della School of management del Politecnico di Milano e Crowdfunding Buzz. A questa prima parte, è seguita un’analisi empirica originale, di stampo qualitativo, che ha visto coinvolto un campione di 23 imprese finanziate con successo (il 5% circa del totale), volta a inquadrare le loro caratteristiche principali, il ruolo ricoperto dalle campagne nel contesto di più ampie strategie di business, le ragioni delle scelte operate, i principali ostacoli e benefici riscontrati. Sebbene i risultati non possano considerarsi rappresentativi dell’universo delle imprese finanziate, danno adito a significativi spunti per l’individuazione e conseguente validazione di macro-tendenze.

L’analisi ha evidenziato come negli anni dal 2014 al 2016 si sia verificata una partenza alquanto arrancata, con scarse adesioni sia lato domanda che offerta, le cui cause sono riconducibili a: limiti normativi allora esistenti, diffuso analfabetismo tecnologico e ampia diffidenza nei confronti dello strumento, nonché ad un mercato ancora poco “strutturato” (poche piattaforme, ambito di operatività ristretto alle sole start-up innovative, poca conoscenza dello strumento, mancanza di una vera e propria “industry” di settore). L’approccio liberale successivamente adottato dalle Autorità di regolazione, unito alla crescente specializzazione di parte dei soggetti coinvolti, hanno però consentito all’equity crowdfunding di trasformarsi in un’industria ad ampio margine di crescita e di raggiungere la tanto auspicata maturità.

Ad oggi, l’equity crowdfunding si è dimostrato capace di ripristinare la disponibilità di mezzi finanziari per le imprese, sopperendo alle carenze del sistema bancario e a quelle del mercato del Venture Capital. L’innovativo canale di finanziamento ha difatti movimentato un ammontare totale di capitale raccolto dall’avvio del mercato italiano pari a circa 252 milioni di euro, rafforzando la credibilità finanziaria degli emittenti e proiettandoli verso un cambio di paradigma. Tuttavia, a dispetto dei traguardi appena esposti, il format italiano tradisce in parte la natura stessa del fenomeno. L’equity crowdfunding si fonda sul principio della democratizzazione finanziaria, apre cioè il finanziamento dell’imprenditoria alle masse, e a queste offre possibilità d’investimento prima precluse.

Tali opportunità si traducono in un nulla di fatto se non supportate da un’adeguata cultura finanziaria dei cittadini. Il quadro italiano non ha mai concesso al fenomeno di qualificarsi come “di massa”, ma ha assunto fin dall’inizio le caratteristiche del private equity online (forse si potrebbe parlare anche di venture capital online o, meglio ancora, di club deal online o addirittura di “open innovation” on line), data l’esiguità degli aderenti e l’importanza della sottoscrizione media per persona fisica, rimanendo appannaggio di gruppo ristretto di investitori, sebbene retail, connotati da preparazione finanziaria, esperienze pregresse d’investimento e tendenza alla serialità.

Fonte: Elaborazione a cura degli autori sulla base dei dati rinvenuti su Crowdfunding Buzz e Osservatorio del Politecnico di Milano

 

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Fonte: Elaborazione a cura degli autori sulla base dei dati rinvenuti su Crowdfunding Buzz e Osservatorio del Politecnico di Milano

 

Proprio questo scarso tasso di partecipazione, unito a una diffusa disinformazione sul fenomeno, è stato identificato, da circa il 65% delle imprese intervistate, come uno dei principali fattori che ha impedito, per ora, al fenomeno italiano di decollare e di fare la differenza per l’economia reale.

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Fonte: Elaborazione a cura degli autori sulla base delle risposte delle imprese intervistate

Tra i risvolti positivi del profilo ricercato dei sottoscrittori, si rintraccia la facilitazione di finanziamento per tante nuove realtà prive di una storia sul mercato, valutate sulla base delle opportunità di crescita prospettate dai settori di riferimento oltre che dalla validità del progetto, operando dunque come strumento di livellamento tra le possibilità di accesso alle risorse necessarie all’avvio del progetto imprenditoriale. Non a caso il comparto è sempre stato dominato da startup innovative nella misura complessiva del 72%, e del 60% solo nell’ultimo anno, dato che trova riscontro anche in riferimento al campione intervistato, composto da queste per l’87%.

L’analisi di questa particolare tipologia di investitori ha poi portato alla luce alcuni driver di successo delle campagne: l’importanza della valorizzazione del capitale umano aziendale, in quanto segnale di credibilità dell’idea imprenditoriale, dell’attività di accountability in ogni fase, per garantire trasparenza e mitigare le asimmetrie informative tra le parti, e della prospettiva, offerta agli investitori, di un maggior coinvolgimento nella vita aziendale. Difatti, tra gli esiti di una campagna è ricorrente il forte processo di engagement che si attiva con il finanziatore, il quale si lega al progetto non solo per il profitto realizzabile, ma anche per la prospettiva di diventare “ambasciatore” dello stesso nelle aree territoriali di riferimento e/o di business.
La domanda nel tempo ha fatto propria tale dinamica; ha iniziato a dar luogo a open day in azienda con potenziali finanziatori e sviluppato canali di comunicazione dedicati, massimizzando il valore intangibile dell’operazione. L’ottica della collaborazione sembra quindi essersi affermata, il 67% delle imprese censite ha coinvolto maggiormente alcuni sottoscrittori nella vita aziendale, e con questi ha dato vita a ulteriori progetti.

Nonostante la varietà di ragioni che muovono gli emittenti, entrambe le fasi di ricerca hanno evidenziato l’incremento del peso specifico dei vantaggi connessi alla dimensione sociale e di network, quali fattori di legittimazione della scelta del canale. Sulla base dei risultati emersi, il rafforzamento della brand awareness, anche internazionale, il consolidamento delle partnership, lo sviluppo di reti di supporter, specie in caso di progetti green e dal forte impatto sociale, costituiscono le motivazioni determinanti nel 40% dei casi. Per di più, il campione, quasi all’unanimità, ha riconosciuto i primi due aspetti come estensioni naturali di una campagna e nello strumento una potente leva di marketing e vettore di reti di relazioni. L’accesso a ulteriori fonti di finanziamento in fasi successive ha, invece, motivato il 60% delle imprese censite, soprattutto nell’ottica del rafforzamento della configurazione finanziaria.

Tali evidenze lasciano supporre che l’impresa protagonista dell’early market non abbia molto in comune con quella descritta in apertura, tipica del sistema Italia: non teme l’apertura a nuovi soci, ma rintraccia nello strumento un supporto per la propria crescita dimensionale, spesso propedeutica a quella internazionale, e finalmente individua nel rafforzamento dell’assetto finanziario un’importante leva di vantaggio competitivo.
Grazie alle recenti disposizioni legislative, con le quali sono state aperte le porte a strumenti di debito e mercati regolamentati, e all’armonizzazione delle piazze europee di crowdfunding, si delinea un quadro normativo finalmente idoneo alle potenzialità del fenomeno e alla sua capacità di innescare mutamenti di corporate governance. Percorrendo le nuove strade prospettate, si può puntare a rafforzare la propria attrattività verso i propri sostenitori (c.d. backers) e recuperare le occasioni di sviluppo perse rispetto ai nuovi soggetti che si sono imposti con forza sul mercato nell’ultimo anno e all’attesa offensiva di quelli esteri.

Le ipotesi per il prossimo futuro volgono tutte in direzione incrementale del comparto: innanzitutto le conseguenze della condizione pandemica favoriranno i circuiti della finanza alternativa, considerata la capacità di colmare i gap ancora esistenti tra economia reale e canali di finanziamento tradizionali, il peggioramento delle condizioni di liquidità e l’ulteriore inasprimento dei criteri d’accesso al credito.
I dati statistici, cui si è fatto ricorso in sede di indagine esplorativa preliminare, confermano la suddetta prospettiva, sottolineando due ulteriori macro-trend: il mercato italiano sarà trainato principalmente dal settore immobiliare, rivelatosi l’hard asset degli investimenti alternativi, e dai sempre più imponenti veicoli d’investimento.

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Fonte: Crowdfunding Buzz, febbraio 2021

 

Il peso di queste tipologie di offerte ha consentito al fenomeno di sopravvivere alla fase più critica dell’anno appena trascorso, mitigando la diminuzione degli investimenti in singole startup, causata dall’incerto quadro economico.

Tuttavia, è principalmente la realizzazione del mercato unico europeo (nonché altri fenomeni emergenti come, ad esempio, “l’avvicinamento” con il mondo del private banking) a costituire il chiaro segnale di come questo sia già destinato a identificarsi con una soluzione in ampia crescita, su cui le stesse istituzioni scommettono. L’analisi empirica ha evidenziato altresì una notevole propensione del nuovo tessuto industriale allo sviluppo del business, alla competitività internazionale e conquista di un ruolo di primo piano nell’economia nazionale, attraverso l’ingresso all’AIM e in mercati maggiori. La domanda si è dichiarata entusiasta e pronta a cogliere le opportunità offerte dal mercato unico e dal ricorso a investitori esteri, riconoscendovi la ragione per lanciare nuovi round di finanziamento. Il 70% del campione considerato, ammaliato dall’ ampliamento del raggio d’azione delle campagne, dall’opportunità di interfacciarsi con potenziali sottoscrittori contraddistinti da un maggior livello di preparazione, propensione all’investimento e capacità di valutare l’idea imprenditoriale, ha difatti programmato o addirittura già avviato nuove campagne, e non sono mancati progetti più audaci, finalizzati allo sbocco in mercati regolamentati europei.

I risultati ottenuti attraverso l’indagine empirica sul campione prospettano una crescente internazionalizzazione del tessuto produttivo italiano, insieme ad un ruolo promettente anche per mini-bond e crowdlisting. Le piattaforme generaliste dovranno fare di questi ultimi i propri must have, per poter attrarre emittenti in later stage e fronteggiare la concorrenza di quelle specializzate nell’immobiliare, uno degli ambiti di maggior sviluppo della filiera.

Ulteriori leve di vantaggio competitivo tra i portali saranno costituite dal grado di supporto garantito ai proponenti in ogni fase della campagna, indicato dal 35% del campione come fattore determinante per la scelta della piattaforma, e dalla capacità di facilitare i contatti con investitori professionali, da sempre mosche bianche per gli emittenti e il cui mancato reperimento è una delle principali ragioni di insuccesso dei progetti.
Infine, è doveroso menzionare l’attesa avanzata delle piattaforme straniere, delle quali è augurabile replicare (e superare), in tempi rapidi, la capacità di affrontare l’erosione dei confini in modo proattivo e di accendere l’interesse dell’offerta estera, orientandone i capitali verso l’economia e imprenditoria italiana.

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