Non c’è solo l’emergenza, c’è anche il “dopo”. Cosa sarà della democrazia se permettiamo a regimi autoritari di vincere la sfida digitale e montarci in casa sistemi di videosorveglianza? Anche qui si gioca la vera partita politica del (nostro) governo Draghi. Il commento di Enrico Borghi, deputato e responsabile Sicurezza del Pd, componente del Copasir

Non è riflesso condizionato post-ideologico. E neppure un comodo continuismo tardo-conservatore. No, la motivazione dell’ostinata attitudine del Pd a sollevare le questioni della trasformazione digitale in corso per leggerla come in un caleidoscopio in tutti i suoi aspetti rimanda ad una questione di fondo. A suo modo, identitaria.

E cioè: cosa ne sarà della democrazia dopo l’impatto tra l’emergenza sanitaria e la rivoluzione digitale?

Se non ci poniamo questa domanda, e immaginiamo che le scelte, le decisioni e gli approdi delle epocali sfide che abbiamo di fronte debbano essere affidata esclusivamente alla dinamica dei mercati, delle burocrazie e della finanza, possiamo anche chiudere bottega. Se invece doverosamente ci poniamo l’interrogativo, proviamo a descrivere una via di uscita alla quale ispirare criteri, scelte, linee di indirizzo.

Dentro questo percorso ci sono, ad esempio, le scelte che questo governo dovrà compiere sui temi del 5G, della rete unica, della cybersecurity. Che come tali o sono conseguenze di una valutazione politica, o semplicemente non saranno.

Può apparire paradossale che un governo nato “senza formule politiche” debba compiere scelte politiche, ma semplicemente un governo che non fa politica non è un governo. E sin qui, al contrario, ad iniziare dalle scelte sulla golden power e dal posizionamento euro-atlantico-mediterraneo per arrivare al rapporto con la Turchia, le scelte che Draghi ha fatto sono molto politiche. E – per quel che ci riguarda – molto positive.

Decidere come applicare una “golden power”, o come innervare digitalmente un Paese del G7 (e della Nato) come il nostro non sono scelte neutre. Decidere di farlo in un momento storico come questo, nel quale della fase storica di passaggio si stanno approfittando al tempo stesso da un lato le dittature e le democrature, e dall’altro i nuovi totalitarismi soft rappresentati dai nuovi monopoli naturali high tech, è un campo decisamente decisivo.

Come ci ricorda Branko Milanovic, viviamo una fase nella quale l’unico sistema economico-politico rilevante è il capitalismo. Esso, però, si sta organizzando in due forme in competizione tra loro: la “variante” liberal-democratica, imperniata attorno agli Usa, e quella politico-autoritaria, basata sull’ esperienza cinese.

Non è solo una competizione di tipo economico. Attorno a questo nuovo dualismo di gioca anche un approccio più strutturato, più profondo, che rimanda alla dimensione dell’identità più profonda della persona.

Quando il Pd, grazie all’operato dell’on. Filippo Sensi e del gruppo parlamentare della Camera, fa una battaglia contro una tecnologia da riconoscimento facciale che rischia di ledere i diritti fondamentali della persona, soprattutto dei più deboli, solleva il velo su una questione di fondo.

E cioè che nella logica cinese, che fa coincidere la cultura confuciana con quella autoritaria del partito unico, il tema dei diritti, della privacy, del personalismo sono del tutto subordinati alla concezione del bene supremo dello Stato.

Questa logica, che azzera soggettività e specificità in nome in un astratto raggiungimento di uno stadio superiore del socialismo realizzato, diventa il naturale terreno di coltura per quelle che Mario Caligiuri e Giorgio Galli hanno definito. Le “multinazionali dei Paesi senza democrazia” che generano profitti record pagando pochissimo beni materiali e lavoro e pagando ancor meno tasse.

Come ci ricorda Massimiliano Panarari, queste corporation cooperano  – via via in modo sempre più paritario – con i poteri degli Stati autocratici e illiberali, creando in tal modo una nuova forma di Stato tecnoetico.

Ecco perché per noi Democratici occuparci degli sviluppi della democrazia nel suo incrocio tra età pandemica e bio politica e sotto la lente di ingrandimento della sicurezza, non è un esercizio accademico, ma un tratto identitaria profondo.

Perché significa descrivere il modello di società di domani, e la sua cifra di libertà e di diritti che per noi va sempre insieme e congiunta, perché laddove si comprimono i diritti diminuisce la libertà e viceversa.

Non è un caso, infatti, che nei campi più delicati per la nostra sicurezza (dalle minacce alla stabilità economico-finanziaria a quella cibernetica, passando dalla minaccia ibrida) gli attori che ci troviamo dalla parte opposta della nostra barricata sono gli stessi che sotto forma di venditori di vaccini o produttori di tecnologia bussano alla nostra porta.

A riprova che il tema della sicurezza è uno dei nodi più problematici e delicati del funzionamento di una democrazia moderna.

Nelle battaglie che facciamo e che faremo, quindi, speriamo si possano ravvisare i tratti di fondo di un’azione essenziale: quella di assicurare la positiva evoluzione, e non l’alterazione come pare essere in corso, dei sistemi democratici contemporanei. Per avere più libertà e giustizia domani, e non un nuovo Leviatano pubblico-privato. “Vaste programme”, come diceva il generale De Gaulle”? Forse. Ma se non ora, quando?

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