L’invito al summit russo, che si terrà una settimana dopo il G20 a Roma, è esteso anche a Cina, Pakistan, Iran e India. Così il Cremlino esalta l’efficacia del modello autocratico – e schiaffeggia il G20 italiano

La Russia inviterà anche i talebani a un summit sull’Afghanistan il 20 ottobre a Mosca. A darne notizia è l’agenzia stampa russa Tass, che riporta le parole dell’inviato speciale del Cremlino per l’Afghanistan, Zamir Kabulov. La riunione diplomatica avverrà nel contesto del Moscow format, un meccanismo di consultazione che vede la partecipazione di Afghanistan, Cina, Pakistan, Iran e India oltre alla Russia.

La notizia è tanto più importante se considerato che appena una settimana prima, il 12 ottobre, si terrà a Roma la riunione del G20 a guida italiana sull’Afghanistan. Fortissimamente voluto dal premier Mario Draghi per promuovere un approccio multilaterale alla crisi in divenire, l’evento è in fase di organizzazione dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Kabul e avrebbe previsto la partecipazione degli attori con influenza regionale, tra cui Cina e Russia.

Tuttavia, i leader di queste ultime rimangono a debita distanza – sia ideologicamente che fisicamente. Il presidente cinese Xi Jinping ha fatto sapere che non verrà di persona a Roma, mentre il collega russo Vladimir Putin non scioglie la riserva su quello che va dicendo da settimane, ossia che deciderà se partecipare quando saranno chiariti tutti i dettagli del summit romano.

La decisione del Cremlino di invitare i rappresentanti dei talebani alla riunione di Mosca lancia un messaggio fortissimo all’Occidente. L’evento è pregno di significato nel contesto della competizione tra i due modelli di società, quello delle democrazie liberali – che prioritizza i diritti umani e ritiene impossibile normalizzare i rapporti con i talebani, almeno alle condizioni attuali – e quello tipicamente più “pragmatico” dei Paesi più autocratici.

Al momento nessun Paese occidentale ha un’ambasciata aperta a Kabul. Per loro l’approccio verso la crisi afghana si sviluppa attraverso aiuti che devono essere perlomeno etichettati come umanitari, per non favorire direttamente un regime che vìola platealmente una serie di diritti umani, in particolar modo quelli delle donne. Sono perfettamente consci del fatto che l’economia afghana è destinata a soccombere senza aiuti esterni ma devono rispondere ai rispettivi connazionali riguardo ai finanziamenti.

Di contro, Cina, Pakistan e Russia hanno tenuto le ambasciate aperte. A grandi linee condividono le stesse preoccupazioni fondamentali degli occidentali, ossia il collasso socio-economico dell’Afghanistan e le relative ripercussioni sulla sicurezza. Anche loro hanno in mente di aiutare i civili, mantenere la stabilità ed evitare le recrudescenze del terrorismo, sia domestico che internazionale.

Tuttavia i loro leader non devono rendere conto alla popolazione e hanno modo di sostenere direttamente l’Afghanistan parlando con i talebani e aggirando lo sconveniente inghippo dei diritti umani. Del resto Pechino e Mosca sono sempre le prime a spingere sull’utile narrativa del “si tratta di questioni interne che non devono interessare ai Paesi stranieri”, come nel caso di Hong Kong.

Semplicemente, la tesi di base che il Cremlino vuole fare emergere organizzando il summit di Mosca, in contrapposizione a – e a una sola settimana da – quello di Roma, è che il sistema autocratico funziona meglio. Probabilmente i deliverables che potrebbero emergere dal Moscow format saranno più tangibili, per forza di cose, non dovendo essere soggetti alle stesse restrizioni degli aiuti occidentali. Tutto questo rafforza l’offensiva propagandistica della Russia – e dà un sonoro schiaffo allo sforzo multilaterale organizzato dall’Italia seno al G20.

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