Dal Brussels effect sulla regolamentazione alla privacy, dalle criptovalute cinesi alla blockchain. Allacciate le cinture: il 2022 sarà l’anno della resa dei conti (digitali) tra Cina, Ue e Usa. L’analisi del prof. Fabio Bassan (Roma Tre), in libreria con “Digital platforms and global law” (Elgar)

Il 2022 sarà un anno decisivo per lo sviluppo del mondo digitale e per il posizionamento dei principali attori, pubblici e privati.

L’attenzione degli osservatori è concentrata, in Europa, sull’approvazione del Digital Markets Act – entro il primo trimestre dell’anno, secondo l’agenda Macron, decisiva per la presidenza francese – che dovrebbe imporre ai gatekeepers vincoli di comunicazione e di comportamento indipendenti dall’accertamento di pratiche anticoncorrenziali.

È un esempio di ‘concorrenza regolata’: ibrida in quanto interviene ex ante e non solo a posteriori. Non è però strumento nuovo: nelle comunicazioni elettroniche da circa trent’anni gli operatori di rete sono sottoposti a verifiche periodiche e sono tenuti, quando detengono una posizione di mercato significativa, ad adottare comportamenti imposti.

La novità oggi è che questo impianto si estende alle piattaforme digitali ed è accentrato: l’intervento non spetta più alle autorità nazionali di settore ma alla Commissione. A quest’ultima è riservato quindi il compito di negoziare con le piattaforme digitali: è la nuova ‘regolazione negoziata’, che è diversa dalla co-regulation classica che ha accompagnato in Europa negli ultimi venti anni l’evoluzione dei mercati. Vedremo se l’accentramento sarà efficace e consentirà alla Commissione di intervenire sullo sviluppo della tecnologia, dato che le regole sono ‘incorporate’ in questa.

L’esito di questa attività è decisivo sotto almeno un duplice profilo. Il primo è proprio quello delle regole: via Brussels’ effect, il welfare europeo continentale e con esso le garanzie minime per i cittadini (non solo consumatori e utenti) sono divenuti uno standard, adottato da molti paesi extra-Ue ma anche dalle piattaforme digitali, che lo ‘incorporano’ nel proprio sistema. Il secondo è quello industriale: poiché le regole sono incorporate nella tecnologia, definire le prime vuol dire aprire il mercato (anche) a operatori europei (Gaia X ne è l’esempio più recente).

La distanza tra le due sponde dell’Atlantico rischia di ampliarsi: negli Stati Uniti l’impostazione è lasciar fare al mercato (self-regulation), solo l’intenzione di monopolizzarlo viene punita, e l’intervento a quel punto è decisamente più incisivo: break-up e misure strutturali. Certo, spinte (disegni di legge) per una regolamentazione ve ne sono anche negli Usa, ma percorreranno una strada molto accidentata. Negli Stati Uniti l’intervento delle regole (divieti, più che altro) nella tecnologia c’è ed è significativo, ma nei confronti di imprese straniere ritenute pericolose per la sicurezza nazionale.

E arriviamo quindi al convitato di pietra. Mentre gli Usa promuovono la ‘libera iniziativa statunitense’ e l’Unione europea estende a nuovi mercati una regolazione vecchia e già dimostratasi efficiente solo in parte, settori progressivamente crescenti dell’economia entrano in un ambiente non regolato: per scelta (Usa) o per il ritardo strutturale rispetto al mercato (Ue).

Mi riferisco in particolare alla blockchain, che non è solo l’ambiente di sviluppo per le criptovalute: è un vero ecosistema, e non è alternativo ma integra quello attuale. L’assenza di regolazione ritarda lo sviluppo di questo mercato. La Cina, invece, è pronta. In occasione delle Olimpiadi invernali, Pechino lancerà ufficialmente lo yuan digitale. L’evento è di quelli disruptive: solo criptovalute private vengono scambiate oggi sul mercato, e quelle degli operatori più rilevanti (da Facebook a Telegram per intenderci) sono ferme in attesa delle regole.

Ora a partire sarà una moneta digitale statale. Che consentirà alla Cina, in prospettiva, di superare i noti problemi di validità delle banconote, di far emergere un sommerso importante, di chiudere il cerchio della vigilanza digitale (dal rating del cittadino in giù). Ma consentirà alla Cina anche, su un piano geopolitico, di imporre la propria moneta sui mercati. Euro e dollaro digitale sono in ritardo e comunque avranno funzioni e limiti diversi. È ragionevole pensare che – per cultura e per necessità – gli Stati Uniti (prima che l’Unione europea) autorizzeranno a questo punto le monete digitali private in grado di competere.

Ma la moneta è la punta dell’iceberg: sotto c’è la blockchain, che può assistere l’intero sistema dei servizi (sanitari, bancari, assicurativi, dei mercati finanziari, dell’energia, dei trasporti) ed è rilevante, più dello strumento di scambio o del mezzo di pagamento. Siamo abituati, nella geopolitica internazionale, a un confronto tra potenze, con le multinazionali che diventano strumento. Per la prima volta assistiamo oggi a uno scontro tra ‘ecosistemi’ che sono impermeabili e non ammettono il confronto. Il rischio è la radicalizzazione, con tutto ciò che abitualmente ne consegue.

Rammendare, spetta all’Unione europea: la Cina, partendo da una posizione di vantaggio non ne ha interesse, e gli Stati Uniti non hanno questa cultura nell’approccio. La narrativa dominante finora ci ha rappresentato la blockchain come incompatibile con la regolazione europea: i nodi della rete favoriscono la collusione, l’incancellabilità dei dati si scontra con il diritto all’oblio del GDPR. Le blockchain di nuova generazione (3.0) sembrano invece nascere compatibili con il diritto della concorrenza e con la regolazione europea di settore: il Brussels’ effect funziona e orienta i mercati.

Se così è, le blockchain sono il filo con cui sanare le fratture almeno tra le due sponde dell’oceano. Negoziare con gli operatori le regole inserite nella tecnologia, e sviluppare servizi anche nella blockchain, potrebbe consentire all’Unione europea di promuovere l’economia e riprendersi il ruolo di potenza industriale, anche nel settore. Moneta e sistemi di pagamento saranno non il motore ma la diretta conseguenza di questa evoluzione, in quanto strumenti necessari. Del resto, che la moneta non sia il pivot su cui far leva per promuovere l’evoluzione istituzionale, in Europa ormai lo abbiamo compreso.

 

Le idee espresse qui sinteticamente sono sviluppate dall’autore in un libro pubblicato in questi giorni ‘Digital Platforms and Global Law’ 

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