Eliminato al-Qurashi, lo Stato islamico è davanti alla scelta del successore. Nominarlo o no, è il primo interrogativo. L’analisi di Stefano Dambruoso, magistrato ed esperto di terrorismo internazionale, e Francesco Conti, ricercatore, Master’s Degree in Terrorism, Security and Society al King’s College London

Lo scorso 3 febbraio le forze speciali degli Stati Uniti hanno eliminato il leader dello Stato islamico Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurashi, che era succeduto al più noto Abu Bakr al-Baghdadi, ucciso nell’ottobre del 2019, anche lui da unità del Joint Special Operations Command. I due defunti leader dello Stato islamico, entrambi iracheni, si sono uccisi facendo detonare una cintura esplosiva che in entrambi i casi ha causato vittime civili (tra cui minori). Inoltre, sia al-Baghdadi che al-Qurashi sono stati eliminati nel Nord della Siria, in due cittadine distanti tra loro circa 23 chilometri in una zona del Paese sotto il controllo di Hay’at Tahrir al-Sham (l’ex Fronte al-Nusra di matrice qaidista) apparentemente rivale dello Stato islamico.

Chi prenderà allora il posto di guida, chi sarà cioè il nuovo “numero uno”, dell’organizzazione jihadista? In quanto tempo verrà proclamato il successore di al-Qurashi, rammentando che lo stesso venne ufficialmente nominato califfo quattro giorni dopo la morte di al-Baghdadi?

Alcuni analisti sostengono che la nomina di un nuovo capo potrebbe al momento non essere utile allo Stato islamico. Tale proclama potrebbe infatti generare ulteriori attività di controllo da parte dell’intelligence e delle forze speciali antiterrorismo americane, in un periodo in cui il gruppo ha necessità di riorganizzarsi, approfittando anche delle endemiche debolezze securitarie delle zone più remote della Siria e dell’Iraq, continuando così a generare terrore (e la propaganda del terrore) di cui si nutre. Proprio ora che gli Stati Uniti sembrano aver attenuato lo sforzo bellico dal teatro mediorientale per focalizzarsi più sul contrasto alla Russia, quest’ultima attrice primaria dell’attuale crisi in Ucraina, e impegnata al contempo sulla competizione, non solo in Asia, con la Repubblica popolare cinese.

Annunciare un nuovo leader potrebbe essere quindi deleterio per le attuali necessità dello Stato islamico, che, a quasi tre anni dalla caduta di Al-Baghuz Fawqani, l’ultima roccaforte del Califfato), sta ancora cercando di sopravvivere tra la Siria e l’Iraq, mantenendo un basso profilo ma comunque continuando a rimanere fedele ad una parte del suo motto “Baqiyah wa Tatamaddad” (“restare ed espandersi“) portando cioè avanti operazioni terroristiche nei due Paesi. Secondo il Counter Extremism Project, nel 2021, lo Stato islamico è riuscito a mettere a segno all’incirca 300 attacchi solamente in Siria, tra cui anche uno a Damasco nello scorso settembre dove è stata quasi danneggiata una centrale termica nella capitale, facendo piombare l’intero Parse in un blackout di diverse ore.

Inoltre, il recente assalto alla prigione di al-Sina’a nella regione di Hasakah, realizzato facendo uso di autobombe, attentatori suicidi e armi pesanti (espressione quindi di una complessa pianificazione ed esecuzione), ha evidenziato che l’organizzazione terroristica è ancora in grado di impensierire le forze di sicurezza locali, soprattutto ora che la presenza dei militari occidentali nella regione è minore rispetto agli anni scorsi.

Inoltre, benché tali attacchi in Medio Oriente non sembrano preoccupare direttamente l’Occidente (a differenza degli spettacolari attacchi nel cuore dell’Europa del periodo 2015-2017), le operazioni più complesse come l’assalto alla prigione di fine gennaio sono in grado di generare una notevole eco propagandistica nei canali social usati dai seguaci del Califfato, e fra questi anche quelli basati in Europa. È sempre alta la preoccupazione dell’effetto emulativo che potrebbe portare alcuni fra loro ad entrare a loro volta in azione. Inoltre, vi è anche il timore che il successore di al-Qurashi possa rivelarsi più aggressivo, soprattutto programmando e stimolando di agire con più operazioni all’estero del tipo lone actor.

D’altro canto il Califfato necessita di una guida, di un capo che lo rappresenti all’esterno, anche se l’importanza ideologica e politica di tale figura è diminuita a seguito della sconfitta del califfato sul territorio. Avere al proprio vertice un capo carismatico è importante per un’organizzazione terroristica come lo Stato islamico: Al-Qurashi non aveva certamente la statura politico-religiosa di al-Baghadi, immortalato nella preghiera presso la Grande moschea di al-Nuri di Mosul nel 2014 anche perché su di lui pesava l’onta di aver rivelato dettagli sull’organizzazione terroristica durante interrogatori resi agli americani nel 2008, eppure era stato nominato califfo solo quattro giorni dopo l’uccisione del suo predecessore.

Nonostante la perdita di territorio, fonte primaria di ricchezza per lo Stato islamico, si stima comunque che l’organizzazione disponga ancora di ingenti somme di denaro. Secondo il più recente report dell’Analytical support and sanctions monitoring team delle Nazioni Unite (reso pubblico lo stesso giorno del raid che ha portato alla morte di al-Qurashi), l’organizzazione madre in Siria e Iraq disporrebbe ancora di una cifra fra i 25 e i 50 milioni di dollari. Con tali somme sarebbe possibile finanziare una moltitudine di attacchi stile Bataclan, oltre a potenziare economicamente gli affiliati al di fuori del Medio Oriente. Senza un capo centrale in grado di amministrare tali somme, o comunque di impartire ordini riguardo a esse, lo Stato islamico potrebbe facilmente subire problemi di coordinamento, soprattutto oggi con le organizzazioni affiliate in Africa (come quelle nel Grande Sahara , nella provincia dell’Africa occidentale e nell’Africa centrale) molto attive in questo periodo, pienamente in grado di sfruttare l’endemica debolezza securitaria, la corruzione e i contrasti etnici locali in molte nazioni africane a proprio favore. In questi mesi poi la provincia afghana dello Stato islamico è impegnata a scontrarsi con i loro rivali talebani, ora in controllo dell’intero Paese.

Per quanto riguarda le operazioni antiterrorismo mirate per eliminare i leader nemici, vi sono opinioni contrastanti sulla loro reale efficacia a lungo termine contro gruppi strutturati ma fra loro diversi, come al-Qaida o lo Stato islamico. Secondo alcuni sono un mezzo imprescindibile per combattere il terrorismo, dato che rimpiazzare leader capaci di guidare un gruppo è molto più complicato che reclutare semplici membri. Secondo i detrattori, tali operazioni avrebbero efficacia relativa, dato che la potenza e la pericolosità di molti terroristi è data dalle loro idee, in grado di sopravvivere la loro morte e, anzi, in grado di aumentare di influenza con l’eliminazione fisica, il martirio del leader.

In alcuni casi va anche considerato che l’eliminazione di un soldato può nuocere al gruppo terroristico più della morte di un leader. È accaduto per esempio nello Yemen, dove l’uccisione di una figura tecnica come l’esperto di esplosivi Ibrahim al-Asiri (colpito da un drone nel 2017) è stato un importante fattore che ha notevolmente ridotto le capacità aggressiva di al-Qaida nella Penisola arabica affievolendo al contempo la minaccia contro Stati Uniti ed Europa. Si ritiene che al-Asiri sia stato coinvolto in diversi attacchi contro l’aviazione, sia commerciale che cargo, tra il 2009 e il 2012, utilizzando esplosivi plastici, a volte anche sperimentali. Tali attentati, fortunatamente non andati a segno, avevano però un potenziale distruttivo molto elevato e causarono infatti allarme in molte agenzie di intelligence mondiali per la facilità con cui l’organizzazione terroristica era stata in grado di piazzare gli ordigni sui velivoli. Invece, l’ultimo attacco di al-Qaida nella Penisola arabica su suolo americano, avvenuto a dicembre 2019 presso una base militare a Pensacola (Florida), nonostante abbia causato quattro vittime, ha visto l’utilizzo di una semplice pistola semiautomatica.

I raid antiterrorismo sono comunque vittorie simboliche e la grande visibilità che gli esecutivi americani danno a tali avvenimenti dimostra come gli StatiUniti siano consci che il contrasto al terrorismo non può prescindere dalla comunicazione e che il campo di battaglia della propaganda e della contro-propaganda sia fondamentale nel ventunesimo secolo.

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