Il contrasto tra l’appello di Francesco e il silenzio (consenziente) di Kirill è decisivo: vogliamo immaginare un futuro di diversità nella fratellanza di popoli e culture che si rispettano nelle loro diversità o vogliamo un imperatore (comunista) cinese che si crede “il figlio del cielo”, un imperatore bizantino (occidentale) che si crede “il vicario di Dio” e un Califfo musulmano che come lo scià si crede “l’ombra di Dio sulla terra”?

Domenica 13 febbraio. Dopo aver impartito la benedizione ai fedeli papa Francesco, in quello che viene definito “dopo Angelus”, ha detto: “Le notizie che giungono dall’Ucraina sono molto preoccupanti. Affido all’intercessione della Vergine Maria e alla coscienza dei responsabili politici ogni sforzo per la pace. Preghiamo in silenzio”. Nelle stesse ore nessuna preghiera per la pace è giunta da Mosca, eppure il patriarca di Mosca e di tutte le Russie si ritiene a capo non solo della chiesa ortodossa in Russia, ma anche in Ucraina. Per Sua Santità il patriarca di tutte le Russie, Kirill, russi, bielorussi e ucraini (come anche altri) sono un solo popolo: russo. Dunque la sua preghiera sarebbe stata importante: “Siamo fratelli, non litighiamo”. Lo avrebbe potuto dire, ma non lo ha detto, perché non riconosce identità autonoma all’Ucraina, quindi non sono fratelli, c’è un ribellismo in famiglia da domare. La Chiesa etnica è una.

Le parole di Francesco ci dicono però che in Vaticano probabilmente non credono alla fiction prodotta a Washington per cui nelle prossime ore partirà un’invincibile armata di cielo, di terra e di mare all’assalto di Kiev. Non ci credono perché non ritengono che il dottor Stranamore abbia preso il controllo della stanza dei bottoni al Cremlino. Questo, per quanto incredibilmente, è accaduto a Washington anni fa, quando davvero i neo-con lanciarono la loro invincibile armata alla conquista dell’Iraq, infliggendosi la più devastante vittoria. Mosca, con ogni probabilità non lo farà. Non ci darà quella chiarezza bianco-nero di cui si avverte un disperato bisogno per stabilire chi sia il buono e chi il cattivo, chi l’invasore e chi l’invaso, chi il la vittima e chi il carnefice. E infatti il papa cosa dice? Che affida a Maria e alla “coscienza dei responsabili politici” ogni sforzo per la pace. La coscienza dei responsabili politici…Certamente, la sua opera di “moral suasion” è stata ridotta di impatto dal movimento pacifista, che ha marcato una formidabile assenza perché questa volta non si trattava di dirsi contrario all’espansionismo a stelle strisce, ma a quello russo. Ma le ceneri del pacifismo non riducono la sostanza dell’appello pontificio, che è sempre per la comprensione e i diritti, non a giorni alterni. Dimostrandoci di esistere anche per l’Ucraina il pacifismo mondiale non avrebbe dimostrato di credere ai copioni scritti a Washington, ma di credere davvero nella pace reale. Infatti, che cos’è la pace?

L’idea diffusa da Washington è pericolosa perché ci induce a pensare che la pace sia la non-invasione dell’Ucraina. Se Putin non lancerà la sua invincibile armata allora tutto sarà andato bene, l’orso polare russo si sarà fermato, l’Ucraina sarà salva. E noi potremo tornare a pensare al Festival di Sanremo, confidando in una riduzione delle bollette del gas. E invece non è così. Perché le guerre di oggi sono ibride, come le verità. L’obiettivo di Mosca è fare di Kiev una seconda Minsk, cioè una capitale satellite? Questo si ottiene con la fuga dei capitali da Kiev, con la psicosi, con la cyber-guerra, non con una devastante invasione che segnerebbe la propria disfatta, come accadde agli americani in Iraq. Dunque, come ha avvertito Adam Michnik, grande intellettuale polacco che conosce benissimo il Cremlino, Putin qualcosa farà, magari uno Stato fantoccio nell’Ucraina orientale, per mordere e destabilizzare Kiev. Ma dopo essere stati convinti che stava per scoppiare la III guerra mondiale non ci sembrerà poca cosa?

Sono evidentemente ore da usare bene quelle che si pongono come un intervallo tra questo allarme pre-bellico e il momento in cui, con ogni probabilità, si rivelerà infondato. Siamo sulla soglia. Quale soglia però? Per capire il futuro dobbiamo guardare al passato, e così potremo immaginare cosa verrà. E quello che a mio avviso ci chiede di fare Francesco, in evidente contrasto con l’opposto silenzio del “papa russo”. È quello che ha fatto Alberto Benzoni sull’Avanti online, producendo a sua firma quella che per lui sarebbe l’ultima lettera al mondo di Michail Gorbaciov. L’espediente studiato dall’ex vicesindaco di Roma è geniale. E offre una lettura del passato dalla quale emerge una lettura del futuro. Sul passato Benzoni ricostruisce benissimo i tanti errori, soprattutto occidentali, seguiti al crollo dell’Urss, che Gorbaciov determinò con il suo coraggio e che Putin ha definito “un disastro”. Ma pone una domanda cruciale: perché la Russia non fu integrata nel nuovo ordine mondiale come accadde con la Germania e il Giappone dopo la II guerra mondiale? Già, perché?

Da questa domanda fa scaturire una conclusione potente, che nella sua immaginazione Gorbaciov avrebbe scritto così: “Contrariamente a quello che pensate, la Russia non vuole aggredire l’Europa; vuole allontanarsene sempre di più. Per solidificare definitivamente un sistema economico-sociale e una cultura che non mi piace e che considero esattamente opposta a quella che avevo sognato. Per voi, uno sbocco naturale per un Paese che considerate semiasiatico. Per le giovani generazioni e per tante forze presenti nella nostra società una iattura da evitare ad ogni costo. Evitate per favore di perorare la loro causa. Apparire come manovrati dall’esterno sarebbe, per loro, il bacio della morte. Ma cercate almeno di costruire un futuro di pace e di collaborazione tra le nazioni in cui abbiano lo spazio per fare valere le loro ragioni e le loro speranze”.

Io ovviamente non so se Putin voglia questo, ma credo che questa divaricazione tra un mondo e l’altro, una cultura e l’altra, una visione e l’altra, sia al centro delle preoccupazioni di chi ricorda il socialismo che non c’è più, la perestrojka che non c’è più, e l’umanesimo di “Fratelli tutti” che è l’unica visione globale che rimane a contrastare una globalizzazione dei mercati iperliberista nella frammentazione dei popoli rinchiusi nel ghetto degli iper-nazionalismi. È come si immaginasse un mondo segmentato da tornelli che per i popoli non si aprono mai e per le merci e i capitali invece si aprono sempre. Le immagini evocate da Benzoni dei consulenti occidentali che dopo il crollo dell’Urss aiutavano Mosca a sprofondare nella miseria e nell’accaparramento aiutano a capire cosa si intenda dire con questo.

Francesco pochi giorni fa ha detto “o diventiamo tutti fratelli o crolla tutto”. Io credo che sia così. Ma non ci riusciremo fingendo di credere che abbiamo evitato la III guerra mondiale. La III guerra mondiale è in atto e come ha spiegato Francesco si combatte a pezzi. L’illusione che esistano i buoni e i cattivi, che abbiamo vinto, che si è evitata Austerlitz o Waterloo serve solo a farci continuare a pensare che non sia così. Ecco allora che il contrasto tra l’appello di Francesco e il silenzio (consenziente) di Kirill diviene decisivo: vogliamo immaginare un futuro di diversità nella fratellanza di popoli e culture che si rispettano nelle loro diversità o vogliamo un imperatore (comunista) cinese che si crede “il figlio del cielo”, un imperatore bizantino (occidentale) che si crede “il vicario di Dio” e un Califfo musulmano che come lo scià si crede “l’ombra di Dio sulla terra”? Da una parte c’è chi immagina il futuro come un irono al passato, dall’altra c’è chi crede nella speranza e guarda avanti, non indietro, nel buio della guerra di civiltà.

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