“Non è colpa degli Stati Uniti, ma piuttosto è la constatazione che soltanto l’alleanza fornisce la garanzia di sicurezza che gli Stati europei desiderano”, spiega il docente della University of Mary Washington. Con l’ingresso di Finlandia e Svezia, Paesi come l’Italia “dovranno impegnarsi ancora di più per far sentire la loro preoccupazione per le minacce provenienti dal Mediterraneo”

Kelly A. Grieco, resident senior fellow della New American Engagement Initiative presso lo Scowcroft Center for Strategy and Security del think tank statunitense Atlantic Council, ha evidenziato su Defense News l’impatto dell’invasione russa dell’Ucraina sulle truppe Nato in Europa orientale. Prima di febbraio, gli Stati Uniti avevano circa 6.500 uomini in quella regione, che rappresentavano circa il 60% del dispiegamento di forze avanzate della Nato sul fianco orientale. Oggi, dopo l’invasione, gli Stati Uniti contribuiscono a circa l’80% dei dispiegamenti di forze avanzate della Nato. “È una situazione insostenibile”, ha scritto l’esperta.

Penso che gli Stati Uniti dovrebbero tornare al totale di truppe dispiegate in Europa del 2021, ma vedo il vantaggio di avere più truppe statunitensi dispiegate nei Paesi del fianco orientale”, commenta con Formiche.net Jason Davidson, professore di Scienze politiche alla University of Mary Washington e nonresident senior fellow presso l’Atlantic Council, autore di America’s Entangling Alliances (Georgetown University Press).

L’esperto sostiene: “È importante tracciare una linea di demarcazione decisa su quanto gli Stati Uniti faranno nei confronti della minaccia russa, perché per Washington la Cina è la sfida più importante. Vale anche la pena ricordare che il contributo più importante che gli Stati Uniti danno è quello del loro arsenale nucleare attraverso la deterrenza estesa”. Un ragionamento che lo conduce a conclusione netta: “Penso che il progetto di autonomia strategica dell’Unione europea, perlomeno in termini di difesa indipendente, sia morto. Non è colpa degli Stati Uniti, ma piuttosto è la constatazione che soltanto la Nato fornisce la garanzia di sicurezza che gli Stati europei desiderano”.

Alla vigilia del summit Nato di Madrid è arrivata la decisione della Turchia di far cadere il veto sull’ingresso di Svezia e Finlandia. Questi due Paesi “rafforzeranno il blocco della Nato che si concentra sulla Russia”, osserva Davidson. Quando ne faranno parte, “aumenteranno notevolmente la capacità dell’alleanza di difendere il Mar Baltico e questa è la ragione più importante per cui dovrebbero essere ammesse”, spiega ancora. Ma, continua, “è vero che le consentiranno anche di migliorare la sua posizione nell’Artico”. Infatti, il blocco scandinavo rappresenta un cuneo geostrategico in mezzo alle proiezioni della Russia e della Cina verso il Nord Atlantico.

Questo allargamento, come detto, rafforzerà il fronte baltico della Nato. Ciò significa, dice Davidson, “che i Paesi del fianco meridionale della Nato, come l’Italia, dovranno impegnarsi ancora di più per far sentire la loro preoccupazione per le minacce provenienti dal Mediterraneo”.

Novità del Concetto strategico è la Cina, che entra per la prima volta nel documento Nato e viene identificato come una “sfida sistemica”. Secondo Davidson è “il risultato dell’errata politica statunitense che cerca di spingere i Paesi che, giustamente, non sono molto preoccupati dalla minaccia cinese a concentrarsi su di essa. È importante, tuttavia, che gli alleati europei sembrino aver reagito e abbiano insistito affinché la Cina venga etichettata come una sfida piuttosto che come una minaccia”, conclude.

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