Nessun accordo sulla riforma fiscale, rimandata alla prossima legislatura. Si ferma così anche la riforma del Catasto, che tanti dubbi aveva sollevato negli scorsi mesi. Ecco perché

Nei giorni scorsi i capogruppo al Senato non hanno trovato alcun accordo sul varo definitivo della riforma fiscale, per cui hanno rinviato il tutto a dopo la pausa estiva, cioè al prossimo 6 settembre, alla ripresa dei lavori parlamentari. Difatti così tutta la riforma praticamente slitterà alla prossima legislatura.

La causa principale dello stop, che è venuto da tutto il centrodestra, è la revisione del Catasto seppur nella riformulazione che era venuta fuori sull’art. 6.

Il testo dell’articolo “incriminato” – come noto – era derivato da un accordo che praticamente pareva accontentare tutti, perché ciascun partito sosteneva di aver portato a casa qualcosa: il centrodestra diceva di aver vinto la battaglia, “perché non ci saranno tasse sulla casa”; il centrosinistra, confermava che era stata premiata la sua lealtà al governo Draghi, perché praticamente non cambiava niente rispetto al testo originario che era uscito da Palazzo Chigi.

A chi scrive per la verità restavano tante perplessità dal momento che è vero che veniva eliminato il riferimento esplicito ai “valori patrimoniali” dell’immobile, che se fosse rimasto sarebbe stato un vero e proprio disastro, ma si confermava però anche che le rendite catastali attuali sarebbero state affiancate da “una rendita ulteriore” con aggiornamento periodico. E questa rendita doveva essere determinata in base ai criteri del Dpr 138/1998 , quello che già consente ai Comuni di aggiornare i parametri catastali alle mutate condizioni degli immobili. Palazzo Chigi cosi non rinunciava a tenere aperta una finestra sui valori Omi, che indicano già i prezzi di mercato divisi per zone: nel testo iniziale sarebbero stati il riferimento per rivedere i valori patrimoniali che rimanevano come dato di consultazione nell’accesso alla banca dati catastale.

In effetti il dato chiamato a fotografare la situazione aggiornata sarebbe stato una “rendita ulteriore” da calcolare in base ai criteri dettati dal Dpr 138 del 1998. Dove (articolo 5 comma 2) la revisione delle tariffe d’estimo si basa sui “canoni annui ordinariamente ritraibili” e sui “valori di mercato”: che quindi, usciti dalla porta della citazione esplicita dopo mesi di battaglie, sarebbe rientrato dalla finestra.

Ogni immobile, dunque, avrebbe avuto due rendite: quella ufficiale di oggi, che è la base su cui si calcolano le imposte, e quella “ulteriore”, che misura la sua situazione aggiornata, anche se la seconda non poteva essere utilizzata “per la determinazione delle basi imponibili”, come recita la clausola anti-tasse.

Era evidente però che da questo nuovo tipo di accertamento sarebbero potuti derivare aumenti di tasse a carico di chi, per esempio, negli anni ha ristrutturato, ampliato, modificato la propria casa. La conseguenza perciò sarebbe stata certamente un aumento delle imposte.

Con questa operazione in effetti Draghi aveva caricato a pallettoni il fucile che avrebbe potuto sparare a seconda dell’orientamento dei futuri governi. Per concludere: scompare il riferimento al “valore patrimoniale”, il che è molto importante. “Ma nella consultazione catastale” entreranno anche i valori Omi (Osservatorio dei mercati immobiliari). Il testo della delega approvato dal consiglio dei ministri prevedeva per ogni immobile una doppia rendita. Quella attuale, che rimane come base di calcolo dell’Imu e delle altre tasse sulla casa, e “una rendita attualizzata in base, ove possibile, ai valori normali espressi dal mercato”. La nuova versione dell’Articolo 6 prevedeva invece l’attribuzione a ogni immobile di una “rendita ulteriore”, calcolata in base ai criteri del Dpr 138/1998. Si tratta per la verità dell’insieme di regole che oggi i Comuni già utilizzano per attribuire le rendite ai nuovi immobili.

Bene perciò hanno fatto tutti i partiti del centrodestra ad affossare definitivamente la Riforma fiscale e con essa quella del Catasto.

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