Il 5 settembre del 1963 usciva il capolavoro di Francesco Rosi. Aveva vinto il Leone d’oro a Venezia XXIV. Una regia incalzante, alla Welles, univa film politico e film d’inchiesta. Un’opera ancora attuale contro i nuovi abusivismi edilizi. Un film che i giovani dovrebbero conoscere

«Lo so che il piano regolatore dice che la città va di là. Ma noi la città la portiamo qua. Questo terreno è agricolo. Lo possiamo pagare 500, 700 lire a metro. Domani questa terra varrà 60.000, 70.000 anche di più». E con un bastone raccolto in terra il costruttore Edoardo Nottola (il perfetto rude Rod Steiger), nonché consigliere comunale di destra, disegna un quadrilatero sbilenco, ossia il «metro quadrato», per far capire ai suoi sodali consiglieri comunali di destra, piuttosto perplessi, come sia semplice. Come si possa fare tutto. In barba alla legge, alla città vivibile, all’urbanistica integrata.

Siamo nei primi anni del boom economico a Napoli. Le mani sulla città (1963) di Francesco Rosi otteneva il Leone d’Oro a Venezia. Chi non ricorda il forte incipit: panoramica in campo lungo, da sinistra a destra, su nuovi casermoni popolari, circondati da ampi scavi nei terreni limitrofi, sedi di futuri cantieri edilizi; una groviera di palazzine e voragini aperte per nuove gettate di cemento. Poi, a seguire, le riprese dall’alto (in elicottero probabilmente: i droni ancora dovevano essere inventati) su una città gulasch: blocchi di cemento di caseggiati in via di ultimazione, alcuni già terminati, alternati a catapecchie e stabili fatiscenti, a terreni agricoli incolti con accanto baracche ad uso alloggio, inframezzati da altri appezzamenti già squarciati dalle ruspe e pronti per le colate di pilastri e travi.

Nel montaggio sincopato, dopo i titoli di testa in sovrimpressione sulla città, ecco una vecchia palazzina che crolla sollecitata dai lavori di un nuovo fabbricato senza che il costruttore abbia messo in sicurezza il vecchio stabile. Il responsabile direttore dei lavori si nasconde, è il figlio di Edoardo Nottola.

Il bel racconto di Francesco Rosi sceneggiato con Raffaele La Capria in pochi secondi ha già portato lo spettatore in medias res: un dramma sull’abusivismo edilizio, sulla corruzione politica, sulla buona politica. Un racconto con i tempi filmici, ancor oggi, perfetti: quelli di una “indagine” politico-amministrativa, punteggiata da una delicata e netta suspense investigativa, voluta dal caparbio consigliere di sinistra De Vita (il bravo sindacalista Cgil e poi senatore del Pci Carlo Fermariello: Rosi lo scelse per le sue capacità, insieme, argomentativa e ironica). Una inchiesta destinata, purtroppo, a concludersi, nonostante le denunce supportate da prove del consigliere, con un “legale” insabbiamento.

L’intervento di De Vita è ancora attualissimo in quanto può riferirsi a inciuci che oggi prendono forme sofisticate quali, “affidamento”, “collaborazione”, “contratto quinquennale (rinnovabile)” di beni pubblici affidati a privati. Ascoltiamo l’intervento di De Vita nella Commissione che sta indagando su presunti illeciti della amministrazione comunale di Napoli. «Cosa ha accertato la Commissione (rappresentata da tutti i partiti del consiglio comunale, n.d.r.)? Che un suolo destinato a uso pubblico è stato venduto con delibera della giunta comunale a una impresa privata. Questa impresa privata appartiene a un consigliere comunale in carica. Sono questi i fatti. La Commissione lo metta a verbale». La destra si oppone ma interviene, a sorpresa, il medico Balsamo (Angelo D’Alessandro: recitazione posata e tagliente), consigliere del centro, che appoggia la ricostruzione di De Vita. «Attenzione, voi andate contro la legge servendovi del diritto di maggioranza. Quel suolo ad uso pubblico poteva ospitare un giardino, una scuola, un ospedale. Questo fatto che il suolo sia stato ceduto a un privato componente della giunta comunale senza che lo sapesse il consiglio comunale, che rappresenta tutti i cittadini, inclusa l’opposizione, è qualcosa di grave. L’istituto democratico si fonda sul diritto di controllo dell’opposizione».

La regia di Rosi, in alcuni passaggi, ricorda le soluzioni stilistiche di Orson Welles in Citizen Kane (1941). Non solo i ripetuti plongée, ma anche le mega-immagini della città, sia in pianta che in foto, chiamate a tappezzare lo studio di Nottola, fanno pensare al mega-redazione in cui Kane ospita il suo quotidiano. Là Kane subirà la sconfitta elettorale in cui appare depresso e vinto, qui Nottola, nella notte in cui è solo e in crisi, accetta di fare un passo indietro di fronte alla Commissione: ordina a suo figlio, responsabile del crollo, di costituirsi.

Il finale è affidato all’inaugurazione di una nuova area edificabile, cerimonia tenuta da tutti i politici di centro e di destra, confermati dalle elezioni alla guida della città, alla presenza, inoltre, di un parlamentare e di un cardinale. Naturalmente l’aspetto politico-ideologico di Rosi è fortemente marcato, e va letto in relazione alla sua personale posizione politica, oltre che al contesto storico del periodo, anni in cui si tentavano i primi governi Dc-Psi con il Pci sempre all’opposizione.

Al netto della “ideologia” del film, la denuncia sociale, politica e morale di Le mani sulla città rimane intatta. Naturalmente negli anni, giunte comunali di piccole e grandi città, sia di destra che di sinistra, hanno, spesso, contribuito a deturpare tessuti urbanistici privi di un progetto ecosostenibile. Diverse periferie, anche europee, sono composte di palazzi dormitori, con qualche piccola area verde o pavimentata, poco vivibile, in quanto inserita come riempimento e non come parte integrante di un progetto urbanistico-antropologico funzionale.

Le mani sulla città, con una incalzante colonna sonora, fiati e contrabasso, di Piero Piccioni, è un’opera che, dopo settanta anni, ti inchioda alla sedia. Un film che i giovani dovrebbero conoscere.

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