Il dazio climatico e anti-dumping che l’Ue sta implementando ai suoi confini rischia di colpire lo sviluppo (e la transizione verde) dei Paesi emergenti. La chiave della soluzione è nei fondi che ne deriveranno. Il punto di Piergiuseppe Morone, professore di politica economica all’Unitelma Sapienza, e Alessandra Alfino

Ad ottobre 2023 è entrato in vigore, sebbene ancora in una fase di applicazione transitoria, il cosiddetto “Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere dell’Unione Europea” (The EU Carbon Border Adjustment Mechanism, o “Cbam”), che andrà a gravare di un dazio aggiuntivo i beni esteri importati nell’Ue in ragione delle emissioni di CO2 associate alla loro produzione. Questa misura fa parte del pacchetto legislativo “Pronti per il 55%” (Fit for 55), che delinea un insieme di iniziative volte ad ottenere, entro il 2030, una riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. Detto pacchetto è, a sua volta, ascrivibile al quadro complessivamente delineato dal cosiddetto “Green Deal europeo”, che delinea le azioni da attuare e le politiche da intraprendere al fine di raggiungere l’ambizioso obiettivo di un’Europa climaticamente neutra entro il 2050.

In particolare, il Cbam costituisce uno strumento volto a scongiurare il rischio di carbon leakage, vale a dire la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, fenomeno tanto più preoccupante quanto più aumenta il divario tra gli obiettivi climatici dell’Unione e gli standard ambientali dei Paesi terzi.

Il carbon leakage ha due conseguenze principali: la prima consiste nella delocalizzazione delle attività produttive che generano la maggior quantità di emissioni di CO2 al di fuori dei confini dell’Unione, mentre la seconda determina una sostituzione dei prodotti europei con dei prodotti importati, generalmente più economici in quanto risultanti da processi industriali maggiormente carbon-intensive. Attraverso il Cbam, dunque, l’Unione si propone di combattere la pratica della rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, promuovendo allo stesso tempo la decarbonizzazione dei processi industriali e una “transizione verde” nei Paesi terzi, così da ottenere una generalizzata riduzione delle emissioni di gas serra.

Come anticipato, dal 1° ottobre 2023 il Cbam si applica nel contesto di un periodo do transizione, destinato a durare fino al 31 dicembre 2025. Per tutta la durata di questo periodo, il Meccanismo si applicherà esclusivamente a prodotti particolarmente carbon-intensive, e quindi fortemente esposti al rischio di carbon leakage, quali cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti ed energia elettrica e prevederà esclusivamente obblighi di comunicazioni relativi alle emissioni incorporate nei beni importati.

A partire dal 1° gennaio 2026, quando entrerà pienamente in vigore, il Meccanismo verrà applicato ad una più vasta gamma di merci importate, così da ottenere una piena simmetria tra attività di produzione localizzate nell’UE soggette al “Sistema di scambio di quote di emissione dell’Unione Europea” (EU Emissions Trading System, “Eu Ets”) e corrispondenti beni importati sottoposti al Cbam, in aggiunta ad un graduale superamento della necessità di quote Eu Ets assegnate a titolo gratuito (le cosiddette free allowances attualmente previste dal sistema). Le quote gratuite sono infatti concesse ai settori ritenuti maggiormente a rischio di carbon leakage in quanto particolarmente carbon-intensive: l’introduzione del Cbam, contrastando la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio, attenuerà progressivamente detta esigenza di tutela.

Questo quadro, così come delineato, rappresenta sicuramente una tappa fondamentale nel processo di contrasto al cambiamento climatico intrapreso dall’Unione, ma ha suscitato più di qualche perplessità tra gli studiosi per l’inevitabile impatto che avrà sui Paesi terzi esportatori, in particolare i Paesi in via di sviluppo del Sud del Mondo (come già discusso su queste colonne). A seguito dell’introduzione del Cbam, l’aumento dei prezzi dei beni prodotti nei Paesi in via di sviluppo determinerà verosimilmente una contrazione nella domanda europea dei beni stessi, arrecando enorme pregiudizio ai Paesi esportatori che dipendono fortemente dai rapporti commerciali instaurati con l’Unione. Questa situazione avrà logicamente delle ripercussioni sul mercato del lavoro dei Paesi di produzione, con conseguenze sul welfare della popolazione locale.

La condizione particolarmente pregiudizievole in cui potrebbero venirsi a trovare taluni Paesi ha fatto sorgere in letteratura dubbi sulla compatibilità del Cbam tanto con il principio delle “common but differentiated responsibilities” (a norma del quale, pur in un contesto di responsabilità comuni e condivise, devono essere i Paesi che maggiormente contribuirono ad aggravare la situazione climatica ad intraprendere gli sforzi maggiori in vista del ripristino dell’equilibrio ambientale), quanto con la cosiddetta “Enabling Clause” prevista dall’Organizzazione Mondiale del Commercio (in virtù della quale è possibile accordare un trattamento speciale e differenziato a certi Paesi emergenti per venire incontro alle loro esigenze di sviluppo).

Il timore diffuso è infatti che il Cbam ponga i Paesi del Sud del mondo di fronte alla difficile scelta tra rinunciare ad un importante partner commerciale quale l’Ue, per rivolgersi a mercati dove i loro prodotti possano ancora presentarsi come competitivi, oppure tentare di mantenere lo status quo ante intraprendendo processi di decarbonizzazione. Tanto la prima quanto la seconda strada si presentano però difficilmente percorribili: da un lato, infatti, vi sono Paesi particolarmente esposti e vulnerabili, in quanto estremamente dipendenti dall’Ue e poco adattabili al mutamento delle circostanze; dall’altro, i processi di decarbonizzazione richiederebbero un investimento economico ed un grado di sviluppo tecnologico sovente non appannaggio di questi Paesi.

La complessità della situazione ha portato gli studiosi a delineare diverse modalità attraverso le quali l’Unione potrebbe fornire assistenza ai Paesi che rischiano di essere danneggiati dal Cbam. Tra le molte, si è proposto di garantire un’esenzione dall’applicazione del meccanismo almeno per i Paesi più deboli, o anche di destinare i proventi del Cbam a sostegno dei Paesi esportatori da questo maggiormente colpiti. La prima soluzione potrebbe alleviare la “questione sociale” sottesa all’attuazione del Cbam, ma rischierebbe di aggravare la situazione ambientale; la seconda potrebbe essere invece una strada maggiormente percorribile.

Giovandosi delle entrate prodotte dal Cbam, l’Unione potrebbe, secondo un crescente numero di studiosi ed analisti, finanziare investimenti green, sostenere programmi di sviluppo e promuovere la decarbonizzazione delle industrie nei Paesi in via di sviluppo, accompagnando così questi ultimi nel loro processo di transizione verde ed aiutandoli a conseguire i loro obiettivi di sviluppo sostenibile. L’Unione ha già manifestato il proprio impegno a garantire un sostegno finanziario a questi Paesi nei processi di decarbonizzazione e trasformazione delle loro industrie. La sfida del futuro sarà tener fede a questo impegno, così da evitare un ulteriore ampliamento del divario tra Nord e Sud del mondo.

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