Ecco il petrolio cinese che tiene in vita Pyongyang

Ecco il petrolio cinese che tiene in vita Pyongyang
L'analisi del ricercatore Luca Longo

Cosa succederebbe se la Cina dovesse interrompere il rifornimento di petrolio alla Corea del Nord dopo i ripetuti test nucleari e missilistici di Pyongyang?
La maggior parte degli analisti concorda sul fatto che una battuta d’arresto nell’approvvigionamento di energia che la Corea del Nord importa dall’estero innescherebbe il panico in tutto il partito, fra i militari e fra i vertici dello Stato, paralizzando tutte le strutture per la gestione del potere, dato che il Nord attualmente importa più del 90% del suo petrolio proprio dalla Cina. In un evento come questo, un ambizioso ma ancora giovane leader potrebbe non essere in grado di tenere il potere più di qualche giorno.

Il petrolio cinese che prende la via della Corea del Nord parte dall’impianto di distribuzione di Dandong, proprio sul fiume Yalu che segna il confine. Attraverso un oleodotto dedicato, supera lo Yalu e raggiunge l’impianto di stoccaggio a Baekma, nei pressi di Sinuiju nella provincia di Pyongan Nord. Qui si trovano le riserve che riforniscono le agenzie statali, le fabbriche legate ai trasporti e le basi militari, che ovviamente hanno la priorità. Ogni giorno, treni e autocisterne fanno la spola fra Baekma e Pyongyang per rifornire direttamente le strutture statali e di partito, l’esercito e i servizi logistici e di trasporto.

Ma i rifornimenti principali partono in ferrocisterne da Baekma – un po’ troppo a ridosso del confine cinese per i gusti dei militari – per alimentare le due vere riserve strategiche della Corea del Nord. Queste sono situate una a Nampo, sulla costa occidentale ma all’interno dell’estuario del fiume Taedong che bagna anche Pyongyang, e l’altra a Munchon, sulla costa orientale ma protetta dalla baia di Wonsan. Da questi stoccaggi viene alimentata l’intera rete statale, le fabbriche, i trasporti e la popolazione: 25 milioni di abitanti sparsi su 120mila chilometri quadrati.
L’intera Corea del Nord non ha giacimenti propri ed è al 142esimo posto fra i Paesi consumatori: 16mila barili di petrolio al giorno (erano 20mila nel 2000). I consumi pro capite sono fra i più scarsi del mondo: 0,23 barili per abitante (erano 0,32 nel 2000); nella classifica mondiale si piazza tra la Nigeria e lo Zimbabwe.

Per confronto, la Corea del Sud (50 milioni di abitanti su 100mila chilometri quadrati) ha una, seppure modesta, produzione petrolifera autonoma (20mila barili al giorno) ma, con le sue enormi infrastrutture industriali è il decimo consumatore mondiale di petrolio con ben 2350mila barili al giorno ed è addirittura la quarta al mondo come consumi pro capite (17,32 barili per abitante). Nel gas, è il sesto importatore con 52,50 miliardi di metri cubi all’anno; con impianti di rigassificazione in grado di gestire l’intera importazione e che le permettono di assicurarsi rifornimenti da tutto il pianeta anche per il gas.
Questa enorme differenza energetica fra le due Coree è visibile anche dallo spazio: una immagine notturna di questa regione evidenzia il sud della penisola coreana illuminato quasi a giorno mentre il nord, con l’unica eccezione di un puntino luminoso in corrispondenza della capitale, rimane completamente avvolto dalle tenebre.

In breve, la Corea del Nord è ridotta alla fame, con un prodotto interno lordo per abitante pari a 621 dollari (i cugini del Sud vantano invece il 28esimo posto mondiale con 27.513 dollari) e fra embarghi ed assenza di infrastrutture non può diversificare il suo approvvigionamento ma si trova a dipendere praticamente dalla sola Cina.
Se quest’ultima staccasse la spina, rimarrebbero solo le riserve strategiche – pari a tre mesi di autonomia, evidentemente destinate al solo esercito – e poi si fermeranno tutte le entità statuali, le fabbriche, le comunicazioni e per ultimo anche l’esercito.

Il blackout è destinato a sconvolgere le operazioni all’interno del Partito, i suoi organi di controllo centrali e periferici, gli organi amministrativi e militari. Tutti gli organismi di comando, controllo e comunicazione saranno prima senza riscaldamento, poi senza carburante e infine senza energia elettrica per fare funzionare la rete informatica e le comunicazioni. I treni diesel, la colonna vertebrale dei trasporti e delle comunicazioni nordcoreane, non si muoveranno più. Le attività nelle fabbriche dovranno fermarsi, anche perché i lavoratori non potranno raggiungerle per il blocco della rete dei trasporti pubblici.

La vita quotidiana della popolazione sarà paralizzata: col tracollo dei trasporti, nelle città non arriverà più cibo dalle campagne. Il piano recentemente varato dal governo per sopperire con la pesca alle carenze dell’agricoltura salterà subito, perché non esisterà carburante per i pescherecci, energia per le industrie di trasformazione del pescato e trasporti per la distribuzione alla popolazione. Gli ospedali rimarranno isolati, così come i singoli medici. I prezzi delle poche derrate disponibili andranno alle stelle e saranno accessibili solo ai vertici politici e militari.

Anche l’esercito dovrà subire un duro colpo. Parliamo della più grande istituzione militare al mondo, con un milione e centomila soldati attivi cui si aggiungono otto milioni e quattrocentomila nella riserva. Un quinto di tutti gli uomini fra i 17 ed i 54 anni è arruolato nell’esercito regolare, la ferma obbligatoria è di dieci anni per tutti i cittadini. È chiaro che una macchina bellica così grande richiede praticamente la totalità dell’energia e del carburante disponibile nel Paese per fare funzionare sia i – pochi – nuovissimi armamenti che sono costati una fortuna sia i – tantissimi – mezzi militari obsoleti. Questi ultimi vanno, dalle ultime importazioni dall’Unione Sovietica ormai 25 anni fa, fino ai residuati bellici della guerra di Corea del 1950-53.
Quanto impiegherà, in queste condizioni, una popolazione completamente tagliata fuori dalla storia e in grado di ricevere informazioni solo dagli organi ufficiali prima di fare sentire il proprio malcontento?

La Russia e il Medio Oriente hanno sporadicamente rifornito di petrolio la Corea del Nord, ma l’oleodotto che collega Rason, nell’estremo nord est, con Vladivostok attraverso l’estuario del fiume Tumen, che la separa dalla Russia, è inutilizzato da anni e la sua reale operatività rimane incerta.
Il restante 10% degli approvvigionamenti energetici, infatti, arriva con le petroliere dalla vicina Vladivostok al già citato terminale di Munchon ma anche al porto di Chongjin o fino a quello di Heungnam, per essere poi inviato agli stoccaggi già descritti. I quantitativi di carburante in arrivo dal medio oriente, invece, sono risultati trascurabili nel 2015.

Il nord può tentare di acquistare carburante da altre nazioni, ma non possiede un numero significativo di petroliere in condizioni operative né si è mai dotato di impianti di rigassificazione, tagliandosi fuori dal mercato internazionale del gas naturale liquefatto.
A Kim Jong Un rimarrebbero poche opzioni disponibili: potrebbe giocare la sua unica briscola proponendo un accordo con la Russia – o con altre nazioni – per avere petrolio in cambio di diritti minerari. Infatti le attività estrattive di ferro e carbone sono praticamente gli unici due settori in cui la Corea del Nord se la cava meglio dei vicini del Sud.

È stato già notato qui che la Cina, anche se nei bilanci ufficiali ha azzerato le esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord dall’inizio del 2013, nei fatti sta continuando a rifornirla ed ha lei in mano la spina che può mandare in blackout l’intero regime di Kim Yong Un.
Ci sono evidenti considerazioni umanitarie, basti pensare che, all’inizio degli anni ’90, il contemporaneo crollo dell’Unione Sovietica combinato con una serie di alluvioni e siccità ha provocato la morte per fame di 330mila nordcoreani (ma alcune stime parlando di tre milioni e mezzo).

Ma il motivo principale è che la Corea del Nord mantiene un ruolo indispensabile come cuscinetto fra la Repubblica Popolare Cinese e il capitalismo Sud coreano e giapponese. Resta da capire su quali basi la Cina, ora nel mezzo di una profonda trasformazione sociale e industriale, vorrà mantenere rapporti con il suo sempre più bellicoso ed imbarazzante ex alleato se questo vorrà continuare a giocare coi suoi test nucleari e missilistici.

D’altra parte, all’ambizioso leader rimarrebbe un’ultima scelta prima di arrendersi: quella di pigiare il bottone nucleare. Sempre che sotto quel bottone ci sia veramente qualcosa.

ultima modifica: 2016-02-27T11:26:07+00:00 da Luca Longo

 

 

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