“La rondine” di Puccini arriva, finalmente, a Firenze

“La rondine” di Puccini arriva, finalmente, a Firenze
L'articolo di Giuseppe Pennisi

Il 17 ottobre il Maggio Musicale Fiorentino inaugura la Stagione d’opera, balletto e concerti 2017/2018. In scena l’opera La rondine di Giacomo Puccini.

La rondine arriva a Firenze – città dove non è mai stata rappresentata – e al Maggio nel centenario della prima rappresentazione a Montecarlo del 27 marzo 1917 dove ottenne esiti fastosi. La partitura completata nell’aprile 1916 dopo l’entrata in guerra dell’Italia fu poi rimaneggiata da Puccini in diversi momenti. Per l’inaugurazione della stagione, il Maggio presenta la versione originale e un nuovo allestimento concepito dal regista Denis Krief che firma anche scene e costumi e luci. Sul podio Valerio Galli che torna al Maggio immediatamente dopo aver diretto Tosca, l’ultimo dei tre titoli della “maratona” pucciniana con Butterfly e Bohème, che ha riscosso un grande successo di pubblico.

Nel catalogo pucciniano La rondine è tra le meno conosciute e rappresentate, nonostante specialisti come Alfredo Mandelli e Fedele D’Amico la considerassero il vero capolavoro del compositore lucchese. Cosa rappresenta La rondine nella storia della musica e per quale motivo ha avuto, sino a tempi recenti, così poco successo che se ne contano rari allestimenti e ci sono in commercio solo quattro edizioni in dischi?

Nasce verso il 1914 come tentativo di scrivere (con Giuseppe Adami) un’operetta che piacesse al grande pubblico e, quindi, tirasse al botteghino. Dopo una gestazione faticosa (la “prima” avviene,  come si è detto, a Montecarlo nel marzo 1917) anni di guerra in cui la scena lirica cominciava a essere minacciata dal cinema. Non è, però, un Die Fledermaus, con qualche spruzzatina di Der Rosenkalier, nonostante si riscontri elementi sia del primo (soprattutto nella situazione scenica del secondo atto) sia del secondo (nella scrittura musicale). Non è neanche una “Traviata dei poveri”, come definita, con toni sprezzanti, da alcuni critici negli anni Venti e Trenta, prima che sparisse quasi dal repertorio per rientrarvi poco più di un quarto di secolo fa. È opera modernissima sia nell’argomento sia nella partitura.

Ha come tema centrale un’avventura con finale ambiguo ed aperto, proprio come quella del film di Michelangelo Antonioni di circa sessanta anni fa. Magda, bella donna sulla trentina, è legata a Rambaldo, ricco cinquantenne che la mantiene, un “fidanzamento stagionale” (come quello tra Franco e Anna nel film di Antonioni) o poco di più. Incontra quasi per caso Ruggero, venticinquenne o giù di lì appena sbarcato dalla borghesia di provincia nel bel mondo parigino (così come, in una gita in barca, Franco incrocia Claudia). Se ne invaghisce e decide di portarselo a letto, come si addice in un contesto in cui “si vive in fretta: ‘mi vuoi? ti voglio’. È fatto”. Oggi si scambierebbero numeri di cellulari; allora, lo rimorchia in una sala da ballo. Però “imperversa una moda nel gran mondo elegante: l’amor sentimentale”. L’avventura (come quella di Franco e Claudia ne L’Avventura di Antonioni) non dura una notte sola: i due finiscono in Costa Azzurra sino a quando Magda si accorge che Ruggero è un gran bravo ragazzo che fa sul serio (come Claudia rispetto a Franco). Tanto sul serio da considerarla “non l’amante ma l’amore”, e di scrivere al padre per chiedere il “consenso” (alle nozze) e alla madre “la santa protezione”. Di fronte a qualcosa di molto di più di un “fidanzamento stagionale”, nonché a confronto con il proprio passato, Magda se ne va. Non sappiamo dove, lasciando tra i singhiozzi un Ruggero che, prima o poi, tornerà a Montauban, dove “le ragazze son molto belle e semplici e modeste” (ed impalmerà una di loro). A questa avventura quasi contemporanea, Puccini affida una partitura anch’essa modernissima: l’orchestra richiede un grande organico (altro che operetta!) e le voci devono avere incorporato la lezione del “chiacchierar cantando” di quel Der Rosenkavalier che solo da poco più di un lustro prima aveva riformato, quasi senza volerlo, il modo di fare teatro in musica.

Puccini, dopo la tiepida accoglienza che l’opera ottenne a Bologna, in occasione della prima italiana pochi mesi dopo il trionfo monegasco, disse della Rondine: “Vedranno i posteri che bijou!”. Fu forse a causa del soggetto che il pubblico bolognese e la critica si mostrarono disorientati e scettici: si attendevano un’operetta o un’opera di passioni ardenti come Puccini – l’operista italiano par excellence dell’epoca – li aveva abituati con titoli come Manon Lescaut, Bohème, Tosca, Butterfly e La fanciulla del West e si trovarono di fronte una commedia borghese che si concludeva con la rinuncia da parte della protagonista Magda al grande amore per il giovane Ruggero.

L’opera quindi, salvo poche occasioni, uscì dai cartelloni dei teatri e divenne una delle sue meno rappresentate in assoluto considerata addirittura un’opera minore. Tuttavia Puccini aveva ragione: La rondine è un vero gioiello, un lavoro di primo piano della maturità artistica di Puccini. È un’opera di grande valore e bellezza in cui vi è tutto il compositore: dal canto di conversazione già sperimentato fin da Bohème in cui si aprono squarci lirici affascinanti, alla sottigliezza psicologica con cui sono tratteggiati musicalmente i vari personaggi, dall’uso di motivi ricorrenti che accompagnano i protagonisti ad una strumentazione raffinata. Ed ancora una pittura d’ambiente parigino perfetta, stavolta non di poveri, affamati e infreddoliti bohémiennes ma di una gioventù dorata che passa il tempo fra feste, locali alla moda e puntate in Costa Azzurra e un uso sapiente e originale dei ritmi di danza, dal preminente valzer a balli più moderni come l’one step o lo slow fox.

Vale un viaggio a Firenze.

(Foto: prove di scena dell’Opera di Firenze)

 

ultima modifica: 2017-10-11T10:33:36+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

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