Perché Bannon è preoccupato per Bob Mercer

Perché Bannon è preoccupato per Bob Mercer
Passioni informatiche, intuizioni finanziarie, convinzioni politiche e balli in maschera del finanziatore dei conservatori americani anti establishment che a sorpresa fa un passo indietro

Steve Bannon, (in foto), è l’ideologo naturale – oltre che già capo della campagna elettorale e chief strategist – del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Oggi, come noto, l’eclettico giornalista classe 1953 è tornato a dirigere il sito corsaro di informazione Breitbart News, e da lì sta conducendo una battaglia per sfidare l’establishment repubblicano che lui accusa di remare contro l’agenda patriottica e protezionista di Trump.

Ma in queste ore a preoccupare Bannon, più del Russiagate o di qualche tweet poco presidenziale del suo ex datore di lavoro, c’è una e-mail che uno dei principali guru della finanza americana ha inviato ai suoi dipendenti e colleghi. Robert Mercer, 71 anni, ha infatti deciso di dimettersi dal ruolo di “co-ceo” dalla società che ha guidato fin dal 2010 insieme a Peter Brown, Renaissance Technologies. Parliamo dello stesso Mercer che nel 2012 donò 10 milioni di dollari a Breitbart, proprio nel momento in cui Bannon ne prendeva le redini sostituendo il fondatore prematuramente scomparso (Andrew Breitbart), contribuendo così al boom del sito di destra. È lo stesso Mercer che secondo alcuni commentatori è stato il finanziatore decisivo – anche se non il più munifico in assoluto – della lunga campagna elettorale che l’anno scorso ha portato Trump alla Casa Bianca. Ecco dunque spiegata la probabile ansia di Bannon nell’apprendere la notizia. Mercer infatti non solo abbandona la guida della sua società finanziaria, ma nella stessa lettera prende le distanze da Milo Yannopoulos (penna controversa del già controverso Breitbart) e annuncia la cessione alle figlie delle sue quote di Breitbart.

L’IDENTIKIT DI MERCER. SI COMINCIA DAI SOLDI

Mercer oggi è un ricco finanziere, noto agli specialisti soprattutto per una delle società del gruppo Renaissance che si chiama Medallion Fund e che l’agenzia finanziaria Bloomberg definisce “forse la più imponente macchina da soldi del pianeta”; si tratta di un fondo d’investimento in versione boutique, aperto essenzialmente ai soli 300 dipendenti di Renaissance, che negli ultimi 28 anni ha prodotto 55 miliardi di dollari di profitti. Mercer entra nel gruppo Renaissance nel 1993, quando vi è chiamato dal fondatore Jim Simons, matematico teorico che nei rampanti anni 80 si era convertito alla speculazione a fin di profitto. Mercer al tempo lavorava al centro di ricerca dell’Ibm e si era distinto – insieme all’inseparabile collega Peter Brown – per aver rivoluzionato il modo in cui i computer svolgono le traduzioni da una lingua all’altra; invece di intestardirsi a insegnare sintassi e grammatica alle macchine, Mercer pensò che fosse meglio procedere attraverso il riconoscimento di costanti da far imparare ai processori. Così pose le basi di prodotti di successo come Google Translate. Nel comparto finanziario, replicò lo stesso modus operandi: una ricerca spasmodica di correlazioni nascoste. Esempio? Nelle mattine di bel tempo, la Borsa tende (statisticamente) a muoversi al rialzo; ergo, bisogna investire all’ora di colazione e poi vendere prima di pranzo, ecco cosa faceva – fra le altre cose – Medallion. Con discreto successo, si direbbe. Anche grazie all’uso di algoritmi e computer in grado di spostare minuscole quantità di soldi su tantissimi asset.

PARTY IN MASCHERA, URINE SALVIFICHE E ALTRE STRANEZZE

Nonostante il robusto conto corrente, Mercer non è però il solito Gordon Gekko che a questo punto starete forse immaginando. Fa collezione di pistole e armi da fuoco varie, per esempio, e vanta di avere nella propria collezione uno dei celebri fucili a pompa che Arnold Schwarzenegger brandiva nel film “Terminator”. Né la sua eccentricità intellettuale si applica solo agli indici finanziari e alla polvere da sparo. Nel 2010, Mercer decise di finanziare un oscuro ricercatore, Arthur Robinson, che aveva trasformato la sua casa in un laboratorio per campioni di urina che si faceva spedire da tutto il Paese in modo da scoprire la ricetta segreta che allontanasse il più possibile l’appuntamento con la morte. Mercer lesse una newsletter inviata da questo signor Robinson e decise di pagargli alcuni strumenti per il suo laboratorio personale; non solo, scelse di foraggiare la folle campagna del chimico autodidatta contro il candidato locale dei Democratici per il Congresso, creando dal nulla una gara combattuta fino all’ultimo voto. Infine l’informatico trasformatosi in finanziere ha una passione per le feste in maschera. Party faraonici che ospita ogni anno, a ridosso di Natale, nella sua villa di Long Island. Tutti i partecipanti sono obbligati a vestirsi in base al tema scelto dall’ospite. Nel 2015, era il turno de “La fine della Seconda Guerra mondiale”. Con Ted Cruz, che in quel momento era ancora il candidato repubblicano più plausibile per la Casa Bianca, vestito da Winston Churchill. Accanto a un Bannon conciato da ufficiale dell’artiglieria. Una scena indimenticabile, raccontata dal reporter Joshua Green nel suo libro “Devil’s Bargain”.

LA PASSIONE ARDENTE PER LA POLITICA (ANTI ESTABLISHMENT)

Mercer è dunque uno, nessuno e centomila. Qualche anno fa si è preso pure una infatuazione per la politica. Purché essa sia programmaticamente anti statalista e tendenzialmente di nicchia. Da qui nasce la liaison con Andrew Breitbart e con Bannon che poi ne raccoglie il testimone. La svolta a destra di Mercer avviene soprattutto dopo le ripetute sconfitte dei Repubblicani negli anni della dominazione obamiana. L’informatico milionario non si è mai tirato indietro dal sostenere il GOP, e alle cause conservatrici ha donato almeno 77 milioni di dollari tra il 2008 e il 2015. Poi però le delusioni sono diventate troppe. Così, a un certo punto, Mercer riconosce nell’operato politico di Bannon il metodo che lui stesso – da giovane – aveva applicato all’informatica e alla finanza: tirare le fila di una serie di modelli diversi per farli funzionare in tandem e arrivare al risultato sperato. È proprio la “rete” bannoniana che Mercer sceglie di sostenere con i suoi risparmi: il sito e la radio online di Breitbart, certo, ma poi anche il Government Accountability Institute (che si concentra nell’assalto alla dinastia Clinton, dati e numeri alla mano), la casa di produzione cinematografica conservatrice Glittering Steel e infine la società di demoscopia e comunicazione Strategic Communication Laboratories. Una rete di contenuti e mezzi per disseminarli che dal 2015 in poi – sempre secondo lo scrupoloso giornalista Joshua Green – si è rivelata decisiva nell’affossare la candidata democratica alla Casa Bianca, Hillary Clinton, prim’ancora che nell’elevare Trump su un piedistallo. Bannon ci deve aver preso gusto a farsi spalleggiare da Mercer, ed è forse contando sulla generosità e sulla faccia tosta di questo finanziere-finanziatore – che lui chiama amichevolmente “il Padrino” – che il guru trumpiano ha persino pensato di poter rinunciare a ogni ruolo ufficiale nell’Amministrazione Trump. Adesso, col passo indietro di Mercer – che da buon libertario si dice stanco dei riflettori mediatici sempre puntati sulla sua attività privata per colpa della politica – si apre una fase ancora più incerta e corsara per la galassia bannoniana. A meno di non fare affidamento sull’estro e sulla generosità di un’altra Mercer, cioè la figlia di Bob, Rebekah. A Breitbart staranno incrociando le dita.

ultima modifica: 2017-11-03T08:37:47+00:00 da Cristoforo Lascio

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