Il ruolo dell’Intelligence per le sfide dell’Italia

Il ruolo dell’Intelligence per le sfide dell’Italia
Il discorso del presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, alla cerimonia per il decennale della riforma dell'Intelligence

Un contesto temporale particolare, quello dei dieci anni dal varo di una legge che ha ridisegnato e razionalizzato in profondità l’assetto ed il funzionamento dei “Servizi Segreti” nazionali, offre l’opportunità di tracciare un bilancio su come e sino a che punto sia stato possibile avvalersi di uno strumento che è strategico per sua natura. Se non vi è dubbio che la componente informativa rappresenta sempre, insieme con il monopolio legittimo della forza, un elemento essenziale per salvaguardare l’indipendenza, l’integrità e la sicurezza dello Stato e la connotazione democratica delle nostre Istituzioni, al contempo l’ambiente globale nel quale ci si trova ad operare rende questa azione di presidio senza dubbio delicata e complessa.

Oggi quanto mai la sicurezza è una conquista quotidiana, non può in nessun momento essere data per scontata. La riflessione sul percorso compiuto in questi anni è pertanto molto opportuna per consolidare i risultati raggiunti e per attrezzarsi, allo stesso tempo, ad affrontare le incognite del futuro. Può essere svolta utilmente attorno a due concetti: i valori e le scelte.

Dalla prospettiva che la nostra stessa identità nazionale ci detta, la nozione di “valore” si articola in tre dimensioni.

Vi è, prima d’ogni altro, il valore supremo della democrazia che, nel nostro caso, comporta doveri che travalicano il compito, pur imprescindibile, della difesa delle istituzioni che la incarnano da possibili azioni ostili. Occorre continuare a mantenere l’Italia nella posizione, che la caratterizza, di grande equilibrio nel garantire assieme, come armoniose endiadi, sicurezza e libertà, sicurezza e privacy, riservatezza e trasparenza, senza mai cadere nella tentazione di scorciatoie illusorie e pericolose. Non è comprimendo la libertà dei cittadini che si contrasta efficacemente il terrorismo, non è sacrificando la protezione dei dati personali che si può perseguire la sicurezza cibernetica, non è con la segretezza fine a se stessa che gli Organismi informativi possono preservare gli interessi nazionali nel perimetro stabilito dall’ordinamento ed in sintonico confronto con l’organismo parlamentare di controllo.

I “valori” vanno, inoltre, riaffermati nella proiezione internazionale del nostro Paese. La costruzione di società democratiche, pluraliste, inclusive, aperte alla diversità, rappresenta, oltre che un imperativo etico, anche la migliore garanzia di pace e stabilità e, in quanto tale, un tassello basilare di un più ampio esercizio di responsabilità volto a promuovere e ad assicurare una tutela efficace dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Questa è l’architrave della nostra politica estera, alla quale siamo determinati a continuare a riferirci, anzitutto grazie ad un forte, costante ancoraggio alla cornice ed al sistema di rapporti delle Nazioni Unite, dell’Unione Europea e della Nato. Che non va messo in discussione, ma non è in sé sufficiente, e non solo a causa della necessità di perseguire obiettivi divenuti oramai impellenti: riavvicinare il progetto comunitario alle menti ed ai cuori degli europei, tornare a rendere cruciale il ruolo dell’UE nel mondo, corroborare la centralità dell’Alleanza Atlantica anche sul terreno del contrasto alle nuove sfide ibride.

La priorità italiana è infatti anche un’altra, in ragione della nostra geografia e della nostra storia: quella della stabilizzazione, sviluppo sostenibile e crescita dell’area del Mediterraneo e del continente africano. È una priorità da perseguire con una accorta combinazione di obiettivi immediati e strategie di più lungo periodo. L’Italia è, in questo, facilitata dalle politiche di dialogo e cooperazione con tutti gli attori regionali attuate e maturate nei decenni senza che mai rinunciasse alla sua fisionomia euro-atlantica. Nondimeno la stabilità dell’area Broader Middle East and Northern Africa (BMENA) rimane il più ambizioso fra i traguardi della politica estera nazionale, il cui raggiungimento postula anche un concorso informativo dell’intelligence continuo, di elevatissima qualità operativa ed analitica.

Questo aspetto è peraltro essenziale per potere imbastire, con i nostri partner, rapporti di collaborazione leali e produttivi anche fra le rispettive agenzie di informazione e sicurezza, che è auspicabile siano sempre più intensi sul versante dell’info sharing.

Vi è, infine, il “valore aggiunto” che il Sistema Paese è in grado di esprimere per fronteggiare l’attuale forte competizione fra Stati sul terreno economico, che rammenta il dovere di proteggere la nostra comunità produttiva, di difendere gli assetti strategici ed il patrimonio scientifico e tecnologico dai quali dipendono, oggi, il rafforzamento del ciclo di crescita economica e, in un domani tutt’altro che lontano, la capacità nazionale di muoversi lungo le frontiere più avanzate dell’innovazione industriale.

Se amici e partner sono anche concorrenti, ciò non vuol dire che si debba abdicare alla promozione del libero scambio ed a politiche di convinta apertura a quegli investimenti esteri che generano occupazione e sviluppo. Né comporta che si debba essere partecipi di forme di nazionalismo aggressivo, nelle quali non ci riconosciamo e che non ci appartengono. Significa, piuttosto, che non possiamo farci trovare indifesi, che dobbiamo essere forti della nostra coesione sistemica, sia sul piano informativo, che nell’integrità delle nostre reti e nella imprescindibile collaborazione fra istituzioni.

Nessuno di questi tre valori è nuovo per noi. Nel loro insieme, essi compongono quelle grandi scelte di fondo che disegnano il volto più autentico della nostra storia repubblicana. Eppure è l’idea di “scelta” ad assumere oggi un significato duplice, poiché del tutto nuovi sono i termini nei quali si è indotti a declinare quei valori da un ambiente planetario che si contraddistingue per il suo essere sempre più imprevedibile e sempre più interconnesso.

Per rimanere fedeli alle nostre scelte fondamentali, dobbiamo ogni giorno assumere decisioni contingenti, che molte volte sono ardue, ma sono sempre ineludibili per adeguarci alla continua mutevolezza degli scenari ed a minacce globali per provenienza, trasversali per settori interessati, ed asimmetriche per attori ostili.

La sfera nazionale e quella internazionale si intrecciano in nodi sovente intricati ed interdipendenti. Le minacce possono colpirci a casa nostra pur avendo origini lontane, possono essere interne ma riferirsi a fenomeni globali, assumono talvolta le fattezze apparenti di vulnerabilità circoscritte pur potendo comportare pericoli gravi per la tenuta dell’intero Sistema Paese.

C’è un solo modo per rispondere alla grammatica della complessità: ragionare con la sintassi della conoscenza, essere informati a sufficienza per essere sicuri il più possibile. Ed è precisamente questa la funzione dell’intelligence.

La forte instabilità del quadro geopolitico e le conseguenze sociali ed economiche della globalizzazione non impediscono di contribuire in maniera virtuosa ai processi di governance globale, ma a condizione che si disponga di strumenti analitici che permettano di individuare in tempo utile, prima che sia troppo tardi, le insidie, anche quelle invisibili ad occhio nudo.

La frammentazione delle catene globali del valore, la mobilità estrema del mercato dei capitali, la condivisione transnazionale delle infrastrutture strategiche non precludono la possibilità di puntare sull’innovazione e di ampliare le prospettive occupazionali per i nostri giovani, ma a patto di discernere con avvedutezza rischi ed opportunità.

Non siamo affatto condannati a combattere il terrorismo al prezzo di somigliargli. Va tenuto presente che, di fronte al suo manifestarsi in maniera inedita, al suo essere imprevedibile, l’esperienza che noi abbiamo accumulato nei decenni è un bagaglio, sì, assolutamente prezioso, ma da sola non basta.

Occorre, in particolare dopo la sconfitta militare del Daesh, un costante supporto informativo, che permetta di agire su tutti i necessari livelli di contrasto, a cominciare dai canali di propagazione della propaganda jihadista, dai processi di radicalizzazione, addestramento ed emulazione in internet, dalle fonti di finanziamento delle varie organizzazioni terroristiche. Devono essere incoraggiate forti sinergie fra intelligence e forze di polizia, che nel caso italiano sono già consolidate e virtuose, ma che dovrebbero stabilirsi anche su scala più ampia. La cornice dovrebbe essere quella di una grande alleanza strategica, che coinvolga i Governi, le agenzie di intelligence e di law enforcement, le autorità giudiziarie, l’industria del web e la società civile. È la direzione verso cui l’Italia si è adoperata in questo anno di Presidenza del G7.

E, infine, ci si può comunque adoperare per cercare di governare grandi fenomeni epocali destinati a protrarsi nei decenni, come le migrazioni, purché essi siano conosciuti e compresi nelle cause prime e nei loro contorni reali.

Serve, di conseguenza, che si lavori tutti assieme. Ed a tale scopo è necessario che, nel groviglio odierno di interessi e di insidie, ci si riesca ad accordare su quale sia l’interesse nazionale, ossia su ciò che non può non essere difeso e promosso senza arrecare danno all’intera collettività. Questo è il compito supremo della politica. Ma sarebbe illusorio pensare che il Governo – a fronte della novità e complessità dei problemi – possa da solo circoscrivere l’interesse nazionale, oltre che proteggerlo e sostenerlo. È agli Organismi informativi che spetta segnalare le criticità, fornire informazioni sostanziali, stimolare un continuo raffronto di prospettive e di idee, scandagliare senza sosta tutto quel che può mettere a repentaglio la nostra sicurezza.

Riletto oggi in questa luce, il provvedimento legislativo che dieci anni fa riformò l’intelligence nazionale può vantare a buon diritto una straordinaria modernità. E in effetti, pur in un panorama di minacce frattanto molto mutato per pervasività, novero, e sofisticazione, il Paese può fare affidamento su uno strumento pienamente in grado di rispondere alle avversità del mondo in cui viviamo.

È una conquista preziosa, frutto del concorso di tre fattori.

Lo si deve, anzitutto, all’abnegazione ed alla professionalità straordinarie, di assoluta eccellenza, di tutto il personale del DIS, dell’AISE e dell’AISE, dedito al suo servizio coltivando – attitudine non facile e non scontata in questa temperie – il valore della riservatezza.

Lo si deve, certamente, alle decisioni legislative e regolamentari intervenute in questi anni, anche grazie all’impulso fruttuoso del Comitato parlamentare di controllo, che hanno aggiornato e migliorato la legge e hanno altresì ampliato progressivamente il perimetro giuridico dell’azione dell’intelligence.

Lo si deve, prima ancora, alla validità perdurante dell’intuizione del Legislatore, che intervenne in profondità sul quadro giuridico e sull’architettura organizzativa affinché i “Servizi Segreti” potessero svolgere al meglio i compiti che sono loro peculiari, e che si articolano su due piani fra loro strettamente connessi.

L’uno prende corpo nell’abilità di anticipare le tendenze evolutive e le correlate minacce a tutti gli ambiti in cui si realizza la sicurezza nazionale – dunque non solo quelli tradizionali, politico e militare, ma anche quelli economici, scientifici ed industriali – analizzandoli e contestualizzandoli, allo scopo di consentire al Governo di agire in chiave preventiva. Va evitato che le sfide attuali si avvitino su se stesse e che in avvenire se ne configurino di ulteriori e più ardue. Devono essere gestiti i diversi frangenti di crisi e di conflitto. Si deve stimolare, là dove necessario, la coesione della comunità internazionale. Va riservata l’attenzione necessaria anche ai fenomeni di radicalizzazione interna, latenti ma che possono, tuttavia, essere spinti a riaffiorare da fattori di tensione sociale.

L’altro si sostanzia nell’azione sul campo, nel risolvere, con gli strumenti non convenzionali che dell’intelligence sono propri, specifiche situazioni critiche, in stretto raccordo con le forze dell’ordine nel nostro territorio e, nei teatri di crisi, con le Forze Armate, là dove sono presenti contingenti nazionali.

Centrale per l’assolvimento di queste funzioni, nell’assetto concepito dieci anni orsono, è il ruolo del Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR). Ha lavorato molto bene, anche in forza dell’attività svolta nel formato tecnico con il valoroso apporto del DIS, dell’AISE e dell’AISI. È stato possibile avvalersi in maniera straordinariamente feconda della visione olistica dei problemi di cui il Comitato è naturale detentore per la messa a punto delle priorità e delle linee di indirizzo, e per innescare sui dossier di sicurezza una logica di sistema e di convergenze.

Peraltro, in virtù di una modifica della legge 124 che ha individuato, per l’appunto, nel CISR l’organismo deputato alla gestione delle emergenze di sicurezza nazionale, nonché delle importanti novità intervenute nella normativa comunitaria, si è operato per rimodulare in maniera radicale ed innovativa l’architettura per la protezione cibernetica e la sicurezza informatica nazionali, che costituiscono precondizioni fondamentali per lo sviluppo del nostro Paese. Il provvedimento del febbraio scorso è da considerarsi esito, sin qui culminante, di un processo riformatore snodatosi nel decennio, ed improntato a principi di coordinamento, raccordo, sinergia e collaborazione internazionale.

È stato per di più costante, nel contesto complessivo, lo sforzo di affinamento delle attività di formazione della comunità intelligence. Non si è trattato di un impegno fine a se stesso, piuttosto di una componente assai qualificante per la costruzione di collaborazioni strutturate con il mondo dell’Università e della ricerca, utili per l’arricchimento reciproco sul terreno della conoscenza.

Va quindi reso pieno merito ai Vertici della nostra intelligence ed a tutte le donne e gli uomini che con loro collaborano, ai professionisti di lungo corso ed ai talenti più giovani reclutati in questi anni, di avere svolto sino in fondo il mandato loro affidato: non soltanto negli ambiti della raccolta informativa e della sua valorizzazione analitica, ma pure nella politica di apertura verso la società civile e nei partenariati con gli attori privati.

L’istituzione si è così guadagnata la fiducia dell’opinione pubblica, facendo della trasparenza un obiettivo concreto, e della promozione della cultura della sicurezza uno strumento importante per indurre nei cittadini e nelle imprese la percezione corretta della portata delle sfide che bisogna affrontare.

Il modello di intelligence sul quale l’Italia può contare è esattamente quello di cui ha bisogno.

(testo pubblicato sul sito www.sicurezzanazionale.gov.it

ultima modifica: 2017-12-04T17:21:11+00:00 da Paolo Gentiloni

 

 

 

 

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