Tre poli e due Italie davanti al Quirinale

Tre poli e due Italie davanti al Quirinale
Sergio Mattarella dovrà affrontare con tutta la saggezza ed esperienza che ha, uno dei quadri politici più complessi, ma anche più definiti, dell’intera storia repubblicana. L'opinione di Benedetto Ippolito

I risultati delle elezioni politiche del 4 marzo sono oramai definitivi. Si presenta un quadro la cui complessità reale supera addirittura quella prevista alla vigilia. Il centrodestra è la coalizione vincente, sebbene sia lontana da avere la maggioranza numerica per formare da sola un governo politico. Il M5S è il partito di maggioranza relativa, nonostante secondo in termini di seggi: Il Pd è calato sotto il limite di tolleranza del 20 %, rappresentando il vero sconfitto.

Matteo Renzi è emblema di questa apocalisse, presentandosi oggi come il segretario dimissionario di un partito la cui dinamica resta congelata in attesa che si materializzi il passo indietro del suo leader, rimandato a dopo la formazione di un nuovo esecutivo.

Quello che appare non è però soltanto un assetto tripolare, ma una dualità territoriale, nella quale il centrodestra è dominus incontrastato al nord e i grillini lo sono al sud.

Qui viene il primo segnale importante di questa consultazione elettorale. Ci sono tre poli, ma soprattutto due Italie. La vittoria dei pentastellati è derivata soprattutto dalla depressione meridionale, e dal giocoforza che ha avuto la promessa assistenzialistica del reddito di cittadinanza. A questo si aggiunga la sconfitta dello sfondamento al sud di Matteo Salvini e soprattutto di Giorgia Meloni.

Se, infatti, Fratelli d’Italia avesse convinto il meridione, oggi il Paese avrebbe una maggioranza numerica di centrodestra, cosa chiaramente non avvenuta.

Il fatto positivo più interessante, conseguenza del sorpasso della Lega su Forza Italia, è la nascita di un centrodestra di carattere nuovo, non soltanto cioè dotato di una trazione diversa.

La Lega è di fatto diventato un partito conservatore, e la sua presenza maggioritaria ha trasformato l’intero centrodestra in un polo di questo genere.

Sergio Mattarella dovrà affrontare, dunque, con tutta la saggezza ed esperienza che ha, uno dei quadri politici più complessi, ma anche più definiti, dell’intera storia repubblicana.

Per ora, conseguenza anche degli strascichi della campagna elettorale, nessuno è pronto a collaborare con nessuno. E, cosa degna di nota, entrambi i vincitori reclamano un mandato quirinalizio per se stesso, malgrado nessuno, come si diceva, abbia i numeri per adempierlo.

Un’alleanza Lega-M5S è da escludere per due ragioni di fondo: la prima è l’incompatibilità programmatica; la seconda la natura controproducente che avrebbe per ambedue avvicinarsi. Salvini ha un suo bacino politico più ampio rispetto all’attuale, che lo porta a tenere unito, e giustamente, il centrodestra, vedendo un futuro assorbimento di Forza Italia come possibile e la conquista del sud come aspirazione. Luigi Di Maio sa, invece, che ha vinto le elezioni con una ratio che lo lancia ad essere un sostituto al sud della sinistra, non avendo spazio nella società produttiva settentrionale.

Il pallino è nelle mani, almeno in queste ore, del Pd. Renzi, avendo eliminato già la parte più drammaticamente incompatibile della concorrenza, finita nel fallito progetto di Liberi ed Uguali, adesso vede nascere malcontenti al suo interno.

Fin dalle prime battute televisive nella notte si è capito che vi è nel Pd chi vorrebbe utilizzare il 19 % per ristabilire quel dialogo con i grillini interrotto all’inizio della scorsa legislatura. Tra sinistra e M5S vi è un’affinità debole e nascosta, ma reale, basti ricordare la candidatura di Stefano Rodotà e i tentativi mimetici mai riusciti di Pippo Civati per essere il loro interlocutore ufficiale. Certamente Renzi è un’altra cosa da Pierluigi Bersani. Lo è tuttavia pure Di Maio rispetto a Beppe Grillo. Il politico fiorentino è parso livoroso e affranto, non in grado di avere ancora la lucidità richiesta dalla situazione: le sue dichiarazioni hanno, infatti, provocato reazioni negative al suo interno, sia negli ambienti governativi e sia nei suoi più stretti alleati.

Un Pd senza Renzi potrebbe giocare una partita parlamentare. Ma un Pd senza Renzi sarebbe l’eutanasia di questo Pd che reca in sé il marchio renziano in tutte le sue fibre.

Queste ore sono di maturazione, attesa, frenetico lavoro negoziale, ma anche metabolizzazione degli shock. Perciò sono anche tempi cruciali per tutti.

In fin dei conti, un coniglio dovrà venire fuori dal cilindro, anche perché Mattarella ha fatto sapere di non voler imporre una soluzione trascendente ai giochi politici reali delle forze in campo. Avallerà insomma una formula che già c’è, evitando, finché gli sarà possibile, di giocare all’alchimista di laboratorio.

Bisogna tenere presente, infine, che né la Lega e né i 5 Stelle hanno realmente bisogno di governare. Hanno semmai, soprattutto Salvini, la priorità di non perdere il credito di consenso acquisito, evitando mosse deludenti che sperperino il bonus di consensi riscosso. Per il Pd, all’opposto, è indispensabile stare in partita e non perdere la ragione. Se Renzi, superato il trauma ci riuscirà, bene; altrimenti sarà la volta di qualcun altro già pronto a subentrargli. Anche perché chi fa un passo indietro può sempre ritornare. Chi invece viene mandato via è rottamato per sempre.

ultima modifica: 2018-03-06T10:20:58+00:00 da Benedetto Ippolito

 

 

 

 

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