Vi racconto cosa c’è dietro al processo sulla Trattativa. Parla Claudio Martelli

Vi racconto cosa c’è dietro al processo sulla Trattativa. Parla Claudio Martelli
L'ex ministro di Grazia e Giustizia racconta a Formiche.net la sua versione dei fatti su cui hanno indagato i pm di Palermo nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia

La sentenza di primo grado della Corte d’Assise di Palermo sulla “Trattativa Stato-mafia” irrompe nello scenario politico e lascia aperte molte domande. Alcune di queste troveranno forse una risposta quando i giudici leggeranno le motivazioni. Nel frattempo Formiche.net ha chiesto a Claudio Martelli, ministro di Grazia e Giustizia dal febbraio del 1991 all’inizio del 1993, protagonista assoluto di quella stagione politica, la sua ricostruzione dei fatti. Strenuo difensore della linea dura con Cosa Nostra, che perseguì nella veste di Guardiasigilli con provvedimenti come il 41-bis e l’ interpretazione autentica nel calcolo della decorrenza dei termini di prescrizione, Martelli, al pari dell’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti, non è stato sfiorato dall’inchiesta dei pm palermitani, che anzi nella rogatoria hanno fatto ampio riferimento al suo operato politico, definendo l’asse Martelli-Scotti-Falcone “l’immagine del cambiamento dell’azione politica”.

Claudio Martelli, lei è stato un protagonista di quegli anni. Concorda con Di Maio e i Cinque Stelle, quando dicono che con questa sentenza “muore la Seconda Repubblica”?

Tutte queste repubbliche che vanno e vengono mi sembrano le oche del Campidoglio. Perché ci sia una nuova Repubblica ci vuole innanzitutto una nuova Costituzione. Il tentativo di passare alla seconda, o alla terza, è fallito il 4 dicembre del 2016. Come al solito ci stiamo aggirando tra le macerie della Prima Repubblica, un esercizio sportivo che dura da 25 anni.

La sentenza di primo grado dei giudici di Palermo prevede condanne molto dure anche per i vertici del Ros. Che idea si è fatto?

Sono molto curioso di leggere le motivazioni, che dovranno contenere qualche elemento di prova di questo “tradimento”. Perché di questo si tratterebbe, se un’Arma che ha per motto “Nei secoli fedele” avesse davvero perpetrato un “attentato al corpo politico dello Stato”. Solo dalle motivazioni capiremo cosa abbia fatto scattare nei giudici questa convinzione: addentrarsi nei meandri dei tribunali palermitani è facile, uscirne fuori è difficilissimo. C’è l’impressione che siamo di fronte a una contesa storica, quasi atavica, tra i Ros e la procura di Palermo. Cominciò nel momento stesso dell’arresto di Totò Riina, quando Giancarlo Caselli, che all’epoca era ancora giudice a Torino e dunque non c’entrava nulla, si precipitò a Palermo a prendersi il merito dell’operazione. In quel momento ha avuto inizio questa partita senza esclusioni di colpi.

Quando era ministro della Giustizia percepiva un’eccessiva autonomia da parte del Ros nella conduzione delle indagini?

C’erano effettivamente degli atteggiamenti anomali. Il capitano De Donno si presentava al ministero e parlava direttamente con Liliana Ferraro a nome del colonnello Mori. Chiedeva una copertura politica per un’indagine sui generis. Il cui scopo, non lo metto in dubbio, era la prevenzione di nuove stragi, un compito non sottoposto alle autorità giudiziarie. Questa è la linea difensiva dell’avvocato di Mori Basilio Milio, persona che stimo e rispetto. Ad ogni modo trovai anomalo che il Ros chiedesse una copertura politica per stabilire un contatto con Vito Ciancimino.

L’istituzione della Dia, fortemente voluta da Giovanni Falcone, rischiava di limitare l’autonomia del Ros?

Cercherei di rinunciare al vezzo di citare Falcone. La Dia è opera dell’allora ministro degli Interni Vincenzo Scotti, così come la Dna fu opera mia. Quando Falcone venne al ministero non aveva una particolare competenza di questi strumenti giudiziari, perché non se ne era mai occupato. La stessa Superprocura nacque da una vecchia idea di Leo Valiani che io ripescai: Falcone rimase molto colpito, ma aveva il timore che non potesse essere realizzata. È importante non trasformare Falcone in un santino: lo hanno fatto in molti dopo la sua morte, soprattutto chi in vita lo ha avversato.

Le indagini dei pm hanno fatto ampio uso delle dichiarazioni dei pentiti. È stato opportuno? Anche lei fu accusato da un pentito, Francesco Onorato, di aver ricevuto fondi dalla mafia per la campagna elettorale.

Assolutamente no, non è serio procedere in questo modo. Anche perché, come si è visto, spesso sono pentimenti a singhiozzo, che si prolungano nel tempo dando luogo a esaltazioni, aggiustamenti e slittamenti graduali di significato. Mi sembra che il processo sia costruito non tanto sui fatti e le responsabilità dell’epoca, ma su come in un secondo momento, magari a distanza di vent’anni, quei fatti sono stati commentati e rivisti. Peraltro non dai protagonisti, ma da parte di qualcuno che ha sentito brandelli di conversazione da terze persone e si è fatto un’idea.

Nella rogatoria i pm hanno accreditato la tesi del “golpe bianco”: l’avvicendamento di Vincenzo Scotti al Viminale e poi il suo al ministero della Giustizia preludevano a un cambio di passo nella strategia di contrasto alla mafia, iniziato con l’omicidio di Salvo Lima.

Sono abbastanza convinto di questa ricostruzione. Ci sono però molte mistificazioni su quegli anni. Una su tutte: la leggenda di un “fronte unitario” contro la mafia dopo la strage di Capaci, quando il parlamento e le forze politiche avrebbero serrato le fila. Tutto falso. Quando Scotti ed io presentammo il “decreto Falcone” con le misure più severe contro Cosa Nostra, si riunì l’assemblea congiunta di deputati e senatori Dc che all’unanimità respinse il decreto, che fu poi dichiarato incostituzionale dalla Commissione problemi dello Stato di Cesare Salvi e Luciano Violante. Altro che unità. La verità è che se non ci fosse stato l’assassinio di Paolo Borsellino quel decreto probabilmente non sarebbe passato. E forse non bastò neanche quello: ai primi di agosto del 1992, due settimane dopo, il capogruppo del Pds al Senato Lucio Libertini chiedeva di rinviare il decreto.

Cosa cambiò con l’arrivo di Nicola Mancino agli Interni?

Mi trovai un po’ più solo di prima. Io e Scotti avevamo un ottimo rapporto, ma soprattutto una visione comune: bisognava passare a un atteggiamento più duro nel contrasto e nello smantellamento della Cupola. Io e Mancino avevamo due diverse visioni culturali, non c’era la corrispondenza che avevo con Scotti, ma non ci sono mai stati conflitti. Sono soddisfatto della sua assoluzione, credo che abbia subito sospetti assolutamente ingiustificati. C’è una tendenza generale, quando c’è una responsabilità di ordine politico, a farla divenire responsabilità penale. Sarebbe meglio evitare di intasare i tribunali con scemenze.

Lei ha spesso parlato di “cedimento” dello Stato davanti alla mafia e non di trattativa. Qual è la differenza?

La trattativa presuppone che due persone si incontrino e negozino un compromesso. Escluderei che questo sia successo. Anche se la fantasia di Ciancimino è senza limiti: prima ha parlato del papello 1, poi del papello 2 e 3, tutti scomparsi dal processo. È sorprendente che un tribunale ignori come si è sviluppata la tesi accusatoria nel corso di un’indagine lunghissima, che in realtà fin dalla cosiddetta “mancata perquisizione del covo”, dopo l’arresto di Riina, non è mai finita.

Nel dibattito di questi giorni la sentenza di primo grado è stata definita una “sentenza politica”. Crede che oggi più che in passato ci sia una indebita vicinanza di alcune procure al mondo politico?

È un fenomeno a macchia di leopardo. Le procure di punta, Palermo, Napoli, Milano, Roma, sono state accusate, a volte ingiustamente, di un’eccessiva vicinanza con ambienti politici. La verità è che i giustizialisti si ritrovano fra di loro, che siano giornalisti, politici o magistrati, perché c’è un idem sentire, e lo stesso si può dire dei garantisti.

ultima modifica: 2018-04-22T14:50:42+00:00 da Francesco Bechis

 

 

 

 

 

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