Trump, Macron, l’impegno in Siria, l’Iran e gli alleati

Trump, Macron, l’impegno in Siria, l’Iran e gli alleati
Il presidente americano smentisce quello francese sull'impegno in Siria: ma Stati Uniti e Francia vogliono restare per combattere l'IS e contenere l'Iran

Domenica, durante un’intervista televisiva, il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva detto di essere riuscito a convincere l’omologo alleato americano, Donald Trump, a mantenere un contingente in Siria per “lungo tempo”. Dopo poche ora Trump lo ha smentito, e il francese è stato costretto a tornare sulla sua dichiarazione dicendo comunque lui non ha “mai affermato” che Stati Uniti e Francia avrebbero mantenuto in Siria una presenza militare stabile.

Il contesto: la Francia è stato il primo paese ad aderire all’iniziativa “one shot” con cui gli Stati Uniti hanno pianificato di colpire la Siria in rappresaglia per l’attacco chimico di Douma – poi si è unita anche la Gran Bretagna, che non aveva possibilità di tirarsi dietro visto l’appoggio che gli americani hanno dato a Londra sul caso Skripal.

Macron ha giocato un ruolo centrale nel raid e nel contorno diplomatico. Per esempio, giovedì 12 aprile, era stato lui a dire che l’intelligence francese “aveva le prove” che l’attacco chimico di Douma era stato eseguito per ordine del presidente Bashar el Assad: “Ciò che è accaduto e la responsabilità del regime siriano non sono in dubbio. La linea rossa stabilita dalla Francia nel maggio 2017 è stata superata”.

E ancora, era stato sempre lui a spiegare al mondo – anche con un tweet in arabo – che l’intervento militare s’era reso indispensabile, perché altrimenti se ci si fosse girati dall’altra parte, l’uso delle armi chimiche all’interno del conflitto siriano sarebbe diventato “una normalità”.

Ed è forse perché troppo sicuro delle sue posizioni e dell’allineamento con il presidente Trump, che ha provato a calcare la mano sul futuro – c’è un interesse interno: Parigi deve giustificare agli occhi dei suoi cittadini il corposo impegno militare nel Sahel, e dunque cercava una paria, ma una contro-dichiarazione l’ha bloccato.

Ancora con il contesto: nel nord della Siria ci sono circa duemila soldati americani, quasi tutti delle forze speciali (solo pochi sono Marines con compiti di addestramento) che hanno accompagnato i curdo-arabi delle Forze democratiche siriane nella loro campagna di liberazione di quel territorio dal Califfato.

Ora la loro presenza è diventata problematica, perché sebbene sia stata fondamentale, è scomoda per il regime siriano (e dunque per la Russia e per l’Iran), ma soprattutto è detestata dalla Turchia, che in quella zona ha condotto operazioni militari contro i curdi che gli Stati Uniti sostengono – perché alleati del Pkk e soprattutto perché Ankara pensa che le loro ambizioni statuali sul Rojava possano essere un precedente insostenibile per le richieste interne.

Trump, durante un rally politico in Ohio due settimane fa, ha annunciato che quelle truppe americane partiranno presto dal nord della Siria. È una politica di disingaggio delicatissima, perché mette innanzitutto il presidente contro i suoi generali: il Pentagono infatti ritiene quella presenza cruciale. Il motivo è semplice: adesso che è finita la guerra ufficiale contro l’IS, che ha perso quasi tutto il territorio che controllava, è iniziata la campagna contro i superstiti e contro il futuro del gruppo.

L’organizzazione baghdadista s’è dispersa, ma ha soltanto momentaneamente congelato le proprie capacità. Mantenere una certa quantità di forze speciali sul terreno permette, dicono i generali, di raccogliere informazioni di intelligence e di poter agire rapidamente quando si pesca qualcosa di grosso – in più di un’occasione gli specialisti americani hanno provato a catturare alti comandati dello Stato islamico anche in Iraq.

In Siria ci sono pure i francesi, convivono con i curdi come gli americani e seguono un interesse analogo a quello avanzato dal Pentagono: sono lì per osservare le mosse dei baghdadisti e hanno in mano una killing list. Sono nomi di concittadini che si sono uniti al Califfato negli anni in cui il jihad siro-iracheno magnetizzava interessi da ogni parte del globo, e il compito degli uomini mandati da Parigi è ucciderli prima che possano rientrare in patria e compiere altri attentati.

Sotto quest’ottica, è comprensibile come i francesi – e con loro altri governi impegnati in operazioni simili, per esempio gli inglesi – abbiano un interesse a mantenere le postazioni riconquistate sul nord siriano e a tenerci lì anche gli americani: sono un importantissimo appoggio logistico e gli americani sono una sicurezza.

Però, per Trump quelle truppe sono una questione pruriginosa da spiegare al suo elettorato: perché, va bene la lotta al terrorismo, ma una presenza troppo lunga potrebbe sembrare un tradimento davanti al vanto isolazionista, che passa anche dal ritiro dai fronti di guerra globalisti, che lo ha fatto grande agli occhi dei suoi votanti.

Restare sarà pure una necessità, come sostengono gli ufficiali del Pentagono (e con loro le intelligence), ma occorre farlo con discrezione per gli Stati Uniti di Trump. Ecco perché l’affermazione pubblica di Macron è stata rapidamente smentita: oltretutto, come sarebbe stato possibile far passare ai fan più sfegatati l’idea che il presidente che ha vinto per nazionalismo s’è fatto convincere a una mossa internazionalista da un altro paese?

In più, secondo alcune ricostruzioni, prima dell’attacco franco-anglo-americano in Siria, i contatti con Mosca dei tre sarebbero girati attorno a un punto: la Russia accettava l’azione – al netto della disinformazione e delle posture anti-occidentali che il Cremlino deve per forza prendere per evitare smottamenti nel consenso – e si impegnava a ridurre il ruolo degli iraniani in Siria; in cambio gli americani acconsentivano a lasciare il nord siriano in tempi accelerati. Magari non del tutto, ma limitando notevolmente la propria presenza.

Smentite e posizioni politiche a parte, domenica l’ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, Nikki Haley, ha dato uno spaccato chiaro sull’impegno americano in Siria durante un’intervista televisiva alla rete più trumpiana su piazza, Fox News. Haley ha spiegato che gli americani non se ne andranno dalla Siria finché: primo, non sarà sconfitto del tutto lo Stato islamico; secondo non sarà garantito che non verranno più usate le armi chimiche; terzo, non ci saranno garanzie sul contenimento iraniano.

Quest’ultimo punto è centrale: Haley ammette che la presenza americana ha anche il compito di contenere il ruolo sempre più influente che gli iraniani stanno assumendo in Siria – almeno per il momento, poi si vedrà i frutti degli accordi di cui si parla con Mosca. Il contenimento è una missione che interessa gli americani, ma soprattutto è vista come esistenziale da due alleati fondamentali degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali: Israele e Arabia Saudita. E qui c’è un forte un interessamento francese, visto i contatti con i sauditi (per esempio, nei giorni dell’attacco chimico di Douma, l’erede al trono saudita Mohammed bin Salman era a Parigi insieme al premier libanese e al re marocchino, e forse anche a questa presenza si lega l’assertività di Macron).

I tre obiettivi colpiti dai volonterosi franco-anglo-americani erano già stati attaccati negli anni passati dai caccia israeliani: Tel Aviv da tempo sostiene che i siriani non hanno mai tenuto fede alla promessa di smantellare il loro arsenale chimico (fatta nel 2013 davanti all’Onu e con la Russia come garante), e anzi gli iraniani stanno usando la copertura offerta dal conflitto siriano per passare armi chimiche a Damasco e farle arrivare in Libano agli Hezbollah.

Domenica il fondista del New York Times Thomas Friedman, star del giornalismo internazionale, ha scritto che il prossimo conflitto all’interno del magma siriano sarà proprio tra Israele e Iran (non è una novitài più attenti osservatori lo sanno già, da tempo ma scritto da Friedman assume tutto un altro tono).

Tra l’altro, una fonte governativa israeliana ha ammesso che è stata l’aviazione di Tel Aviv a colpire la base T-4 in Siria qualche giorno fa (prima che la triade occidentale entrasse in azione): da lì, ha spiegato l’israeliano al Nyt, si era alzato qualche tempo fa il drone che abbiamo abbattuto – un Apache si era alzato nel giro di pochissimi minuti per tirarlo giù mentre cercava di svalicare il Golan. Quella, dice, è stata la prima volta che abbiamo visto l’Iran impegnato direttamente per colpirci (il drone sembra fosse armato), senza usare le forze proxy come le milizie sciite assadiste.

La Russia si è sempre limitata alle proteste verbali su queste vicende, e non ha mai usato la sofisticata contraerea piazzata in Siria: né contro gli israeliani, né contro la triade del 14 aprile. Da tempo si sa che a Mosca l’alleanza con l’Iran inizia a pesare – retorica a parte.

 

 

ultima modifica: 2018-04-17T11:30:57+00:00 da Emanuele Rossi

 

 

 

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