L’attacco in Siria fa litigare la Russia con Israele. Fine dell’intesa?

L’attacco in Siria fa litigare la Russia con Israele. Fine dell’intesa?
La Russia accusa Israele per l'uso eccessivo della forza contro le manifestazioni palestinesi, ma è evidente che pensi a quanto successo in Siria. Il punto di Emanuele Rossi

Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha dichiarato che l’uso della forza da parte dell’esercito israeliano visto contro i palestinesi in queste ultime due settimane è “inaccettabile”. Mosca l’ha definito “indiscriminato”, diretto contro la “popolazione civile”.

Dopo quelle di due settimane fa, venerdì scorso ci sono state nuove proteste al confine tra la Striscia di Gaza e Israele. Come già successo, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro alcuni manifestanti, che riteneva infiltrati dai gruppi jihadisti palestinesi (la Striscia, dal 2007, è in mano al regime di Hamas), ma la situazione è complicata e controversa. A questo si riferisce Lavrov, ma tutto va contestualizzato.

Poche ore prima della diffusione dello statement dagli Esteri, era stato un altro ministero del Cremlino, la Difesa, ad accusare Israele su un’altra, più cogente e cocente, faccenda: aerei israeliani, secondo Mosca, avrebbero attaccato la base aerea T-4 di Homs, in Siria, sparando missili dal territorio libanese. Si tratterebbe di una rappresaglia di Tel Aviv per l’attacco chimico che probabilmente i siriani, protetti da russi e iraniani, hanno condotto contro i civili di Douma pochi giorni fa, dicono i russi.

Non c’è nessun genere di conferma a quanto dichiarato, Israele non nega né conferma, ma è del tutto probabile che le cose siano andate effettivamente come dicono i russi – per altro, due funzionari americani hanno ammesso alla NBC  News che Washington era stata avvisata dagli alleati. Il raid aereo potrebbe essere questione distinta dall’attacco chimico, tuttavia, e seguire un pattern ormai notissimo.

Gli israeliani hanno più volte colpito in Siria, per tamponare i passaggi di armi iraniane al gruppo paramilitare libanese Hezbollah (i due sono, insieme alla Russia, i principali alleati del regime di Bashar el Assad) e la stessa base T-4 era stata in precedenza oggetto di alcuni bombardamenti. Israele ha sempre un occhio su quel che succede in Siria, e se ha scelto quella base potrebbe significare che da lì pottebbe essersi alzato l’areo siriano che avrebbe colpito a Douma (un anno fa esatto, una situazione simile l’avevamo vista collegata a un altro attacco chimico siriano: quello a Khan Shaykhoun, a cui seguì la rappresaglia americana).

In più c’è la metodologia: se i missili sono partiti dai cieli libanesi (come dicono i russi secondo la Interfax) allora è realmente probabile che si tratti degli Spice 100, ordigni a planata che permettono ai bombardieri israeliani di non dover accedere nello spazio aereo siriano (sono stati più volte usati in questi attacchi clandestini israeliani sulla Siria). La distanza di sicurezza garantisce l’azione ed evita ritorni tossici come quello che toccò a un F-16 israeliano abbattuto durante un altro raid, a febbraio (le batterie Sam-5 sono entrante in funzione anche stavolta, e i siriani dicono di aver tirato giù alcuni dei missili diretti alla T-4, altri invece hanno colpito la base procurando danni e morti).

Questa contestualizzazione è necessaria per capire l’impurezza dell’uscita di Lavrov sulla Palestina. Il Medio Oriente è un mondo intricato, fatto di articolazioni collegate: finora Israele e Russia avevano un accordo non scritto che consisteva in garanzie che Mosca dava a Tel Aviv. I russi hanno il controllo dei cieli siriani da quando nel settembre 2015 entrarono in guerra al fianco di Assad: furono giorni in cui i contatti tra le segreterie dello stato ebraico e della federazione russa furono intensi, concretizzati da una visita diretta a Mosca del premier israeliano.

Il sunto dell’accordo dice: voi russi potete far quel volete con Damasco, ma noi israeliani ci riserviamo il diritto di continuare a colpire ciò che riteniamo una questione di sicurezza nazionale – in concreto: i traffici di armi verso Hezbollah, che l’Iran usa come proxy per avvicinarsi al nemico comune Israele.

Tutto finora s’è retto in piedi, senza che Mosca parlasse quasi mai dei raid israeliani, al più – come successo a marzo – alzava qualche commento severo di circostanza (Israele non commentava, e Mosca lasciava passare: a febbraio Israele s’è trovato costretto ad ammettere l’abbattimento di quell’F-16, e Mosca ha preso una posizione severa ma più di facciata che di sostanza).

Ma stavolta la Russia invece ha anticipato tutti, dichiarando che erano stati i caccia di Tel Aviv a colpire la base T-4, e lo ha fatto contemporaneamente ad al Manar Tv, la televisione di Hezbollah (dettaglio che non va sottovalutato). Evidentemente in quell’accordo qualcosa s’è rotto in quell’equilibrio.

Altro indizio, allora: la dichiarazione di Lavrov sul comportamento israeliano durante le proteste palestinesi di queste due settimane. Va ricordato che Mosca non aveva preso posizione su quanto successo quindici giorni fa, quando – nella prima delle Marce del Ritorno organizzate per protestare contro l’apertura dell’ambasciata americana a Gerusalemme – l’Idf (l’esercito israeliano) aveva usato un metro simile. Venerdì scorso otto morti, uccisi sotto i colpi dei cecchini israeliani, la settimana precedente 18. Molti civili inermi, sia tra i morti che tra le dozzine di feriti.

Durante le proteste di quattro giorni fa, è rimasto ucciso per un colpo d’arma da fuoco anche Yaser Murtaja, giornalista palestinese colpito al petto in mezzo alla scritta “Press” (il segno internazionale per individuare i giornalisti) del suo gilet. Murtaja si trovava a oltre 300 metri dal confine, in territorio palestinese, dunque non stava cercando di passare il confine come coloro che l’Idf dichiara di aver colpito perché attentatori che cercano di sfruttare il caos di queste manifestazioni per piazzare bombe tra i primi kibbutz israeliani.

È evidente che quantomeno quel colpo contro il reporter sia certamente un uso eccessivo della forza (ed è facile che lo siano decine di altri casi visti nella repressione di queste manifestazioni), ma è altrettanto evidente quanto la tempistica scelta da Mosca per denunciare l’abuso israeliano sia difficilmente svincolabile dai fatti successi in Siria. Molti altri paesi hanno già apertamente criticato la reazione sproporzionata di Israele davanti alla proteste, ora la Russia tenta un passo per spingere su quelle sensibilità cercando un riflesso sui fatti siriani.

ultima modifica: 2018-04-09T18:26:25+00:00 da Emanuele Rossi

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