Il governo dell’immigrazione è difficile, ma possibile. I miei consigli al ministro Salvini

Il governo dell’immigrazione è difficile, ma possibile. I miei consigli al ministro Salvini
I​ntervento del prefetto Mario Morcone, ​già ​capo di gabinetto del minist​e​ro dell'Interno e ​precedentemente ​alla guida del dipartimento immigrazione del Viminale

Governare il fenomeno migratorio perché sia compatibile con la nostra storia, con i nostri valori e con il nostro complesso quadro sociale, presuppone quattro pilastri fondamentali che solo tutti assieme riusciranno a sostenere la complessa impalcatura.

1) È essenziale proseguire e rafforzare la rete di rapporti e di intese con i Paesi del nord e del centro Africa. Mantenere la percentuale di diminuzione degli sbarchi sulle nostre coste è un obiettivo strategico che non può venir meno. Questo rende necessario ridare protagonismo al Gruppo di contatto del Mediterraneo centrale con Germania, Francia, Austria, Svizzera, Slovenia e Malta che si è riunito a Roma lo scorso anno e poi ancora a Tunisi e a Berna.

Rafforzare la cooperazione bilaterale per una strategia che contempli rapporti privilegiati con alcuni Paesi anche in termini di capacity building di forze di polizia per la gestione delle frontiere. Sostenere anche i progetti di sviluppo dei Paesi nord-africani è parte non scindibile di questa programmazione.

2) Pretendere dalle Nazioni Unite un impegno sempre più robusto delle grandi organizzazioni internazionali come Unhcr e Oim, assieme alle altre Ong per una presenza nei Paesi con maggiore difficoltà e in primo luogo in Libia, perché cresca il rispetto dei diritti umani e si realizzino condizioni di accoglienza sempre più vicine agli standards europei.

L’Unhcr sta già visitando numerose strutture presenti in quei Paesi e individuando coloro che hanno diritto alla protezione internazionale.
L’Oim da mesi sta reinsediando migliaia di persone attraverso i rimpatri volontari assistiti. Tutto questo va potenziato assieme all’impegno per dare continuità ai canali umanitari verso i Paesi europei di chi è in condizione di ottenere la protezione internazionale (l’Italia è stata la prima nazione a svilupparli e ad accoglierli).

3) Il terzo pilastro è la revisione della normativa che va sotto il nome di “Legge Bossi-Fini” per consentire a chi può dimostrare di aver conquistato un contratto di lavoro regolare, di ottenere almeno un permesso provvisorio di soggiorno nel nostro Paese, emergendo così dalla irregolarità.
Non si tratta di una cosiddetta “sanatoria” che sarebbe anti-storica e non potrebbe essere autorizzata dalla Commissione Ue.

Si tratta di un esame, caso per caso, dove datore di lavoro e lavoratore che chiedessero di rendere legale un rapporto di lavoro subordinato potrebbero farlo presso lo Sportello Unico della Prefettura. E, d’altra parte, una revisione a distanza di 20 anni dell’attuale normativa non sembra, obiettivamente, più rinviabile.

4) Una politica vera dell’integrazione e della coesione per coloro che hanno diritto a vivere con noi non può più limitarsi ad interventi spot o a pianificazioni ben fatte che però rimangono solo sulla carta.

Una scelta di coraggio politico nel pretendere misure reali di integrazione finanziate con le risorse europee (fondi Fami, Pon Legalità) sono la sola strada possibile per migliorare i livelli di sicurezza e realizzare quel volano economico che, effettivamente, queste persone possono garantire al nostro Paese.

Questo, al tempo stesso, contrasta forme non più accettabili di sfruttamento in settori oggi profondamente dipendenti dai lavoratori immigrati (edilizia, agricoltura, aiuto alle persone, ecc).

Certo, non è tutto, ma può essere l’intelaiatura stabile di un governo dei flussi che non sfugga nuovamente di mano mentre ci distraiamo in confronti ideologici sterili e senza traguardo.

ultima modifica: 2018-06-07T10:50:27+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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