L’Europa (e Italia) e lo stress test di Trump secondo l’ambasciatore Nelli Feroci

L’Europa (e Italia) e lo stress test di Trump secondo l’ambasciatore Nelli Feroci
L'Europa deve tenere separati i vari dossier di frizione con gli Stati Uniti, mentre Conte dovrà sintetizzare le diverse voci dei membri del proprio esecutivo sul fronte continentale. Conversazione con il presidente dello Iai, già rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea e commissario europeo

Mentre Donald Trump ha fatto il suo veemente ingresso al Summit Nato, rimbrottando nuovamente gli alleati (Germania in primis) sulle spese per la difesa, gli europei dovrebbero badare a tenere separati i diversi dossier di frizione, iniziando da subito a pensare a un deal commerciale con gli Usa. Intanto, il governo italiano ha confermato la propria collocazione atlantica, ma sul fronte europeo qualche dubbio resta, viste le voci differenti dei ministri Tria e Savona, posizioni a cui il premier Giuseppe Conte dovrà trovare una sintesi. Parola dell’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), diplomatico di carriera e già rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea e commissario europeo. Con lui abbia parlato del vertice di Bruxelles, della posizione italiana e di come stanno evolvendo i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.

Ambasciatore, il Summit di Bruxelles è iniziato, come prevedibile, con i nuovi pungenti inviti di Trump agli alleati a spendere di più. Che effetto avrà sul vertice la veemenza del presidente Usa?

Si tratta di un vertice molto delicato e a rischio. Le pressioni americane agli alleati europei affinché aumenti le spese per la difesa non sono una novità, né per l’amministrazione Trump, né per gli Stati Uniti in generale, visto che già le presidenze Bush e Obama avevano chiesto lo stesso. Sono però cambiati il tono e l’insistenza, con una pressione maggiore e un atteggiamento non particolarmente amichevole sugli alleati europei. Tale pressione va comunque letta nel contesto generale di un rapporto un po’ complicato, in particolare dalle misure protezionistiche Usa che hanno come bersagli, tra gli altri, i Paesi europei, Germania in primis.

In tal senso, è chiaro che il tema del 2% si inserisce in una frattura più profonda tra Europa e Stati Uniti, dal commercio al clima, passando per Iran e Gerusalemme capitale. Come recuperare i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico?

Credo che occorra tenere separati i vari tavoli. Se mettiamo insieme i diversi dossier, si rischia l’emersione di un saldo pesante per gli alleati europei. Per quanto riguarda le questioni commerciali, noi europei dovremmo proporre agli americani un accordo, evitando di lasciarci travolgere dalla spirale di misure restrittive che rispondono ad altre misure. Sarebbe devastante. D’altra parte, l’accordo potrebbe essere proposto comunque da posizioni di forza, e potremmo decidere di adottare misure di retaliation su alcuni specifici settori dell’export Usa nei mercati europei. Eppure, in parallelo, andrebbe messa sul piatto della bilancia anche un’intesa sul livellamento delle tariffe nel settore automotive, che sembra stare molto a cuore agli americani. Poi, bisognerebbe proporre agli Stati Uniti un’azione concertata nei confronti della Cina, poiché in tale contesto americani ed europei presentano interessi convergenti, per lo più finalizzati a una maggiore apertura del mercato interno cinese. Inoltre, si dovrebbe coinvolgere l’amministrazione americana nella riforma e nella modernizzazione delle regole del Wto, affinché queste tengano conto delle nuove realtà e delle nuove sfide del mercato globale.

E per quanto riguarda la Russia, soprattutto in vista del bilaterale tra Trump e Putin il prossimo lunedì?

Sulla Russia dovremmo essere particolarmente chiari con la presidenza americana. In questi giorni, si profila il rischio di una possibile iniziativa di apertura a Mosca da parte di Trump che passi sulla testa degli europei. Non so cosa emergerà dal Summit in corso a Bruxelles, ma spero che gli europei parlino chiaro: va bene un maggior dialogo, ma questo deve avvenire in un quadro di concertazione e allineamento con gli alleati.

Per l’Italia, il Summit rappresenta il debutto del premier Conte tra i colleghi dell’Alleanza. Che posizione si aspetta dal presidente del Consiglio? L’euro-atlantismo del governo giallo-verde è pienamente confermato?

Distinguerei i due contesti. Per quanto riguarda il fronte atlantico, non vedo grossi rischi, anche perché l’attenzione speciale che si era registrata in campagna elettorale e nel contratto di governo sul rapporto con la Russia e sull’eventuale rimozione delle sanzioni è stata messa (fortunatamente) un po’ in sordina. Probabilmente, chi ha assunto responsabilità di governo si è reso conto che una simile iniziativa sarebbe stata velleitaria e poco produttiva di effetti. Per quanto riguarda il fronte europeo, invece, restano i dubbi su un governo che parla con più voci. Nella stessa giornata, mentre il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, esprimeva parole di straordinaria correttezza istituzionale e consapevolezza della complessità del quadro europeo, il ministro gli Affari europei, Paolo Savona, diceva in Parlamento cose diverse, alcune delle quali francamente preoccupanti. Mi auguro che il presidente del Consiglio sappia fare una sintesi delle numerosi voci del proprio governo.

Tra le altre voci, anche quella del ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, che ieri ha presentando alle Camere l’obiettivo di essere partner privilegiati degli Stati Uniti nell’Unione europea. È un operazione credibile vista l’imprevedibilità della presidenza americana?

Non è una novità, né Moavero è il primo a sostenere questa tesi. Personalmente, ci credo poco. Ritengo infatti che l’Italia debba preferire un altro interesse: creare in Europa e con i partner continentali le condizioni per la ripresa di un rapporto collaborativo con gli Stati Uniti. Pensare di isolare gli Usa dal resto del Vecchio continente pare velleitario.

Il primo obiettivo dell’Italia in sede atlantica resta l’ottenimento di una maggiore attenzione al fianco sud?

Negli ultimi vertici abbiamo registrato un impegno maggiore nel fianco sud, che fino a qualche anno fa era un po’ una novità per l’Alleanza. La stabilizzazione della regione del Mediterraneo resta per noi di interesse vitale e mi auguro che in questo vertice l’impegno venga confermato, così come quello nel fianco orientale. La postura della Nato nel Mediterraneo e Medio Oriente è di natura diversa, ma è importante che proceda a stabilizzare una situazione caratterizzata da fin troppi fattori di insicurezza.

Il Summit si è aperto ieri con la comunicazione congiunta Nato-Ue. Con la difesa europea in accelerazione, ci sono ancora i timori di alcuni alleati su sovrapposizioni e duplicazioni?

Non credo che sia questo il vero rischio. Piuttosto, il rischio è che, al di là delle buone intenzioni manifestate sul tema della difesa e degli impegni assunti al livello politico più alto, non si riesca ad arrivare a fatti concreti. La cooperazione strutturata permanente (Pesco) è per ora un contenitore vuoto, o quasi. In parallelo, in un quadro esterno all’Unione europea è stata annunciata un’iniziativa simile su iniziativa francese (l’European intervention initiative, ndr). Dunque, la concorrenza tra la difesa europea e l’impegno nell’Alleanza Atlantica non sembra rappresentare un rischio, anche perché la complementarietà tra le due organizzazioni è stata riaffermata un numero infinito di volte. Ciò che è importante è che l’impegno preso si concretizzi in capacità comuni e in una base industriale autenticamente europea.

ultima modifica: 2018-07-12T09:50:13+00:00 da Stefano Pioppi

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