Salvini sfida il Papa. I cattolici lavorino a un disegno unitario. Parla Melloni

Salvini sfida il Papa. I cattolici lavorino a un disegno unitario. Parla Melloni
Conversazione con lo storico del cristianesimo Alberto Melloni, rettore della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, sulla polemica politica che divampa, e sulla situazione interna della Chiesa stessa che non sembra navigare in acque tranquille

Il presidente della Conferenza episcopale italiana, il cardinale Gualtiero Bassetti, intervistato dal quotidiano La Repubblica sul tema delle aggressioni a sfondo razziale in Italia, di cui danno atto le cronache in questi giorni, ha affermato che “gli episodi di violenza che hanno di mira lo straniero in quanto tale, non possono essere in alcun modo giustificati”. In parallelo, la polemica politica divampa, e anche attorno e all’interno della Chiesa le acque non sembrano delle più tranquille. Formiche.net di tutto questo ne ha parlato con lo storico del cristianesimo Alberto Melloni, rettore della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII di Bologna, esperto del Concilio Vaticano II ed editorialista di Repubblica.

Al centro del dibattito, la questione degli episodi di violenza razziale di cui le cronache danno conto e l’intervista di Bassetti a Repubblica. Secondo lei come influiscono questi episodi sul clima politico italiano, e la Chiesa, da parte sua, come sta reagendo?

La Chiesa è rimasta immobile e incerta per moltissimo tempo, durante tutta la campagna elettorale dal dicembre 2016 al marzo 2018. Il Papa rispetto alla vicenda italiana si è tirato indietro, immaginando un protagonismo dei vescovi che si sarebbero dovuti fare avanti. Invece ha dovuto constatare che se lui si fa indietro, lo stesso fanno anche i vescovi. Così non si sono resi conto che nella sua logica Salvini, che non è semplicemente elettoralistica ma è una forma di avvicinamento e autorizzazione di una possibilità contiguità, aveva e ha una politica ecclesiastica. Quando ha tirato fuori rosari e Vangelo, in piazza Duomo a Milano, l’unica reazione di monsignor Delpini è stata la frase: i politici si occupino di politica. Il meno che si potesse dire, per di più senza fare percepire quello del ministro come un gesto blasfemo.

Poi però ci sono stati altri interventi.

Si è dovuti arrivare al 15 aprile perché il cardinale Bassetti dicesse in pubblico, ricordando De Gasperi, che non si possono agitare simboli cristiani come amuleti religiosi, ma anche lì si è andati molto piano. Sembra che il punto di svolta sia arrivato con l’omelia di monsignor Lorefice a Palermo per Santa Rosalia, che è stata molto forte e audace, in cui si è posto il problema non di una risposta alle effervescenze propagandistiche di chi gestisce i tweet di Salvini, ma di una posizione della Chiesa davanti alla grande ingiustizia e al grande mercato della guerra di cui le migrazioni sono frutto. Adesso mi sembra che con sei mesi di ritardo ci sia, da parte della Chiesa, la consapevolezza principalmente di tre grandi sfide sul panorama politico italiano.

Quali sono, professore?

Innanzitutto quella di una predicazione razzista e di una sollecitazione continua della violenza, che minaccia la Chiesa da due lati. I parroci sono molto consapevoli che nella Chiesa ci sono molti cattolici che con questo voto hanno reagito a politiche che hanno trascurato le esigenze del ceto medio, però capiscono anche che questa predicazione razzista attecchisce come qualcosa di dottrinale all’interno della Chiesa. E capiscono anche il fatto di essere stata una delle poche voci con una presa sul territorio di carattere nazionale e in grado di esprimere non la disintermediazione del messaggio politico ma la sua mediazione. Ma si rende anche conto che rischia di diventare bersaglio lei stessa di un antagonismo. Sono infatti passati ormai una serie di stereotipi denigratori, in quanto sembra che uno dei mestieri del potere sia di parlare male di chi non condivide le proprie linee, per cui si è andati dai gufi e rosiconi ai buonisti e vice-scafisti: un salto che dal punto di vista della Chiesa è molto rilevante, perché se il buonismo diventa reato l’episcopato si deve costituire.

C’è però una questione di rappresentanza politica.

La seconda sfida riguarda infatti la rappresentanza politica. Nel governo di Salvini il presidente del Consiglio è un personaggio che viene da una fabbrica di classe dirigente non banale come Villa Nazareth, che ha una sua personale forma di devozione religiosa, e Salvini ha giocato molto abilmente, col repulisti che ha fatto all’interno della Lega con l’esclusione di tutte le minoranze, come l’allontanamento di Calderoli, la scomparsa di Maroni, l’irrilevanza assoluta di Zaia, facendo sì però che anche le voci cattoliche del governo risultino voci imbarazzanti. Il ministro Fontana sostiene posizioni che non sono condivise dall’episcopato e non esprimono minimamente quello che è il registro del cattolicesimo romano. Sono delle punte di estremismo religioso che Salvini poteva tranquillamente sottoutilizzare e che invece ha messo in grande rilievo proprio per lanciare una sfida al Papa e alla Chiesa. Poteva mettere qualsiasi altra figura della Lega a fare il ministro della Famiglia, senza il bisogno di prendere uno che usasse l’argomento religioso contro i diritti delle persone e le loro condizioni.

Manca la terza sfida.

Il terzo livello della sfida sta nel fatto che in prospettiva, nella Chiesa italiana, ci si trova davanti a un bivio, in cui o si tenta di diventare ancora una volta la facilitatrice di un cattolicesimo politico, che è però difficile immaginare oggi possa avere un futuro, o ci si interroga a fondo su quelle che sono le sue responsabilità di questo disastro culturale, dove succede che la gente miri i bambini zingari come si faceva ai tempi della Uno Bianca. La Chiesa può mettere in gioco la sua ecclesialità, oppure un sistema di organizzazioni e associazioni, una specie di Opera dei Congressi 2.0, che come nell’800 cominci a lavorare a un disegno politico cattolico, anche se in questo contempo mi sembra difficile che possa avere spazio. Sullo sfondo c’è poi ovviamente Steve Bannon e tutto il tentativo, che in America è riuscito a portare a fondo, della nascita di un cattolicesimo reazionario contiguo al mondo evangelicale, e non mi meraviglierei se una predicazione più intensa di tipo evangelicale in Italia trovasse corda addirittura politica.

Secondo lei questa predicazione della Lega ha un seguito consistente all’interno del mondo cattolico, per cui si rischia di creare una vera spaccatura? Visto che l’elettorato cattolico oggi è ripartito come quello non cattolico e il partito cattolico, almeno finora, non esiste più.

Il mondo cattolico per definizione non è mai unito, l’idea che esista una compattezza cattolica è un mito politologico che funzionava un pochino negli anni ’50. Ma non lo è mai stato e non lo è neanche adesso. È evidente che non c’è nessuna sensibilità che riguarda l’elettorato che non viene rappresentata anche all’interno della Chiesa, per cui noi abbiamo di sicuro una adesione elettorale o di simpatia ideologica per Forza Italia, per la Lega, per i Cinque Stelle e per tutto lo schieramento politico. Il problema di quella che è l’operazione di Salvini è che lui non vuole solo i voti dei cattolici. Certe volte sembra quasi che lui voglia le anime. E questo è diverso, perché si tratta di un tipo di fenomeno che non c’era. I grillini invece, che avrebbero molte possibilità di imporsi anche su questo piano, essendo i due terzi di questo governo, imponendo un registro diverso, mi sembra siano molto lenti e incerti, e addirittura si lasciano portare dietro a queste parole d’ordine xenofobe che porteranno male a tutti, perché sembrano fare pensare che la sicurezza nazionale sia in mano a persone che se avviene il peggio sono più contente.

Lei ha parlato del rischio che la Chiesa diventi un bersaglio antagonistico. Che segnale è stato a suo giudizio quello della copertina di Famiglia Cristiana? C’è stata forse un’esasperazione dei toni oppure si è trattato di una presa di posizione dovuta?

È arrivata semplicemente sei mesi dopo, mentre andava fatta subito dopo l’esibizione del rosario e il Vangelo. Si era allora in campagna elettorale e bisognava rendersi conto che questa idea di potersi appropriare di simboli cristiani per farli diventare diventare l’ingrediente di una specie di polenta del risentimento sociale e della xenofobia era estremamente pericolosa, perché tutto sommato forniva una legittimazione che non andava accettata. Quella che c’è stata adesso di Famiglia Cristiana è stata una reazione di tipo giornalistico con una forte caricatura dei toni, e credo che l’unico che non se ne può lamentare è Matteo Salvini.

Dice perché in un certo senso tira acqua al suo mulino?

No, nel senso che lui è uno che teorizza e pratica l’esasperazione propagandistica. O meglio, lui no, perché il ministro degli Interni non può fare ciò che fa il suo account su Twitter, ma chi usa il suo account ha usato questa esasperazione dei toni, questa esacerbazione e questa speranza che si appicchi l’incendio del risentimento. Che è una cosa pericolosissima. Basta pensare a cosa sarebbe accaduto in uno dei Paesi che ha subito attentati se ci fosse stato un clima di questo genere.

Lei ha poi accennato al fatto che Salvini in un certo senso ha lanciato una sfida al Papa, oltre che alla Chiesa. Mi può spiegare meglio?

Il Papa è primate d’Italia ma è molto esitante nel ricoprire questo ruolo, ha un suo stile nel fare il primate d’Italia perché non vuole essere il comandante in capo ma vuole che i vescovi, che in un quarto di secolo si sono molto disabituati a prendere responsabilità pastorali, intellettuali, spirituali e politiche, le prendano. Però quello che si fa alla Chiesa italiana lo si fa al Papa e quello che si fa al Papa lo si fa alla Chiesa italiana. Non c’è una distinzione istituzionale.

Infine professore, lei tempo fa sulla questione dei Rom aveva scritto una lettera aperta a Liliana Segre. Rispetto alla vicenda per esempio degli sgomberi romani, pensa che ci sia un pericolo?

Io per l’esperienza che ho fatto con gli zingari so che quando un sindaco non sa affrontare i problemi di una manciata di poveri cristi come lo sono loro, è difficile che sappia affrontare i problemi di una città. Per cui l’uso dello zingaro come valvola di distrazione rispetto ai grandi problemi mi sembra sia una cosa che si è sempre verificata. I sindaci bravi sono stati in grado di gestire anche le criticità più complicate. Ma gli zingari che sono stati nei campi di concentramento sanno che le soluzioni temporanee sono sempre meglio di quella definitiva.

ultima modifica: 2018-08-01T13:10:39+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

 

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