Cosa c’è dietro la scelta dell’ambasciatore di Trump in Vaticano

Cosa c’è dietro la scelta dell’ambasciatore di Trump in Vaticano
Fatti, nomi, ricostruzioni e indiscrezioni

Se a fine maggio Donald Trump, in occasione del viaggio a Taormina per il G7, vorrà volare a Roma per incontrare Papa Francesco (e l’obiettivo è noto in Vaticano), deve accelerare la nomina del suo ambasciatore presso la Santa Sede. Certo: non è un prerequisito necessario, ma una mancata nomina apparirebbe una gaffe. Se non uno sgarbo, in un rapporto da sempre conflittuale con Bergoglio. Barack Obama, la cui amministrazione ebbe momenti di tensione con il pontificato di Benedetto XVI, in una occasione analoga – il G8 dell’Aquila – trovò il modo di fargli visita. Era il luglio 2009. Sette mesi dopo il giuramento per il suo primo mandato presidenziale. Nel seguito non c’era l’ambasciatore, indicato da Obama ma la cui nomina non era ancora stata ratificata dal Congresso. Per Trump i tempi sono ancora più stretti.

CHI CONSIGLIA THE DONALD?

Non è chiaro chi stia lavorando per aiutare Trump a scegliere il suo ambasciatore. Un ruolo che nella giovane storia dei rapporti diplomatici tra i due Stati – di fatto completi solo dal 1984 – è sempre stato occupato da un cattolico. The Donald potrebbe fare di testa sua, con una scelta più politica, o affidarsi al suo primo consigliere, Steve Bannon, cattolico di famiglia irlandese. E c’è chi scommette che in questo caso la scelta cadrebbe su un personaggio più battagliero, da “guerra culturale”. Nelle scorse settimane molto si è discusso di un interesse di Bannon a inserirsi nella politica vaticana, coltivando rapporti con il cardinale conservatore Raymond Burke. Ma i rapporti tra i due sono meno consueti di quanto si vuole pretendere. C’è un altro cardinale che potrebbe giocare un ruolo significativo: è l’arcivescovo di New York, Timothy Dolan. Ancora da candidato, in ottobre, Trump aveva chiesto e ottenuto un incontro privato col porporato. A gennaio, Dolan ha partecipato al giuramento del nuovo presidente, come esponente cattolico della preghiera inserita nella cerimonia a Capitol Hill. Dopo la vittoria di Trump, il cardinale Dolan ha scritto un editoriale per il Catholic News Service, sottolineando come la Chiesa e la nuova amministrazione potrebbero lavorare insieme sulle questioni pro-vita, ed esprimendo “un cauto ottimismo”. Ma non ha mancato di evidenziare le distanze sul tema dell’immigrazione.

FELUCHE IN CORSA

La stampa statunitense si sbizzarrisce nelle ipotesi sull’uomo che Trump intende mettere a Roma. Al netto del divertissement del toto-nomi, almeno una suggestione merita attenzione. La possibilità di una “scelta a sorpresa” – come la definisce Michael O’Loughlin per il magazine dei gesuiti Usa, America – quella di Carl Anderson, presidente dei Cavalieri di Colombo. Sotto la sua presidenza, i Cavalieri hanno donato milioni per sostenere la campagna contro il matrimonio omosessuale. Tre mesi prima delle elezioni Anderson è intervenuto pubblicamente, sostenendo l‘impossibilità per un cattolico di votare per chi sostiene il diritto all’aborto. Chiaro colpo alla rivale di Trump, Hillary Clinton. Anderson conosce i meccanismi della Casa Bianca, dove ha lavorato in diversi ruoli per l’amministrazione Reagan. E conosce bene Roma. È stato nel Consiglio di sovrintendenza dello Ior. Nel 2012 fu lui a notificare la sfiducia al presidente Ettore Gotti Tedeschi. Oggi i Cavalieri di Colombo sono soprattutto impegnati in iniziative a favore dei cristiani perseguitati in Medio Oriente. Il 16 febbraio Anderson è stato ricevuto dal Papa al quale ha consegnato una somma milionaria per le sue opere di beneficenza personali.

CAVALIERI PER TRUMP

Anderson non sarebbe il primo cavaliere di Colombo a ricoprire un ruolo chiave nella diplomazia Usa presso la Santa Sede. In quota alla stessa organizzazione è Mary Ann Glendon, ambasciatrice in Vaticano per George W. Bush tra il 2008 e il 2009. Attualmente Glendon siede nel board laico dello Ior, nominata da Francesco. Docente di legge all’università di Harvard, Glendon è la madre di Elizabeth Lev, moglie di Thomas D. Williams, l’ex prete dei Legionari di Cristo, attuale corrispondente da Roma per Breitbart News, il network di Steve Bannon, l’uomo alla Casa Bianca più vicino a The Donald.

DIPLOMAZIA COMPLESSA

Ben lontano da un ruolo cerimoniale, l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede gioca un ruolo prezioso in relazioni cruciali. Il piccolo stato Vaticano e la grande potenza mondiale sono attori globali e le loro sfere di influenza operano in tutto il mondo. La collaborazione tra gli Stati Uniti e la Santa Sede negli anni di Obama è stata instabile. Con Francesco si è condiviso l’impegno per rallentare il cambiamento climatico e la lotta contro il traffico di esseri umani. Ma c’è stata una certa animosità verso insegnamenti cattolici chiave, in particolare per quanto riguarda l’aborto, il matrimonio e la libertà religiosa. Molti cattolici, soprattutto a destra, furono turbati quando, nel 2013, l’amministrazione Obama ha chiuso la sua Ambasciata nella Villa Domiziana sull’Aventino, traslocandola in un edificio più piccolo, vicino all’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia.

BERGOGLIO CONTRO L’AGENDA TRUMPIANA

Lo stump speech trumpiano dell’identitario Make America Great Again mal si acconcia alla preferenza di Francesco per le periferie e all’idea di una Chiesa in uscita, di un cattolicesimo vissuto da uomini dal “pensiero incompleto, dal pensiero aperto”. Da buon latinoamericano, poi – come sottolinea il teologo Massimo Faggioli – Bergoglio “ha una visione molto poco romantica del ruolo degli americani nella politica, nell’economia e nella cultura mondiale”. Non è solo la questione del muro col Messico che separa i due leader, con la scomunica papale a Trump in piena campagna presidenziale – “chi costruisce muri non è cristiano” – e il candidato che definiva “vergognoso” chi mette in discussione la fede altrui. Immigrazione, ma anche cura dell’ambiente, e il netto rifiuto dell’idea di un terrorismo religioso, sono i temi principali che dividono Bergoglio da The Donald.

“ABITARE PONTI E PERIFERIE”

Recentemente Francesco a El País ha dedicato parole di prudenza per The Donald: “Vedremo che farà e allora si valuterà”. Ma l’inconciliabilità tra Bergoglio, Trump e l’identitario conservatorismo cattolico americano, sono riemerse subito. Alcuni riferimenti freschi di cronaca. Parlando agli scrittori di Civiltà Cattolica (9 febbraio), Bergoglio ha insistito sulla necessità di “navigare in mare aperto”, di “abitare ponti e frontiere”. Insistendo sul “dramma delle migrazioni, vero nodo politico globale dei nostri giorni”, ha esortato i gesuiti a far conoscere qual è il significato “di civiltà cattolica” ma anche a far conoscere ai cattolici “che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera civiltà, col soffio dello Spirito”.

FRANCIS’S BANS

Francesco di muri ha parlato nell’udienza generale del 8 febbraio. Con un appello “a non creare muri ma ponti”. Velato riferimento anche al muslim ban, l’ordine esecutivo di Trump che vuole – vorrebbe, visti i veti dei giudici federali – sospendere l’ingresso negli Usa ai cittadini di sette paesi a maggioranza musulmani, rifugiati siriani compresi. Ha detto Francesco: “Il cristiano mai può dire: me la pagherai!, mai; questo non è un gesto cristiano”. Venerdì 17, all’Università Roma Tre, ha ribadito che i migranti non sono pericolosi ma una risorsa: “L’Europa è stata fatta artigianalmente da invasioni. Le migrazioni non sono un pericolo, sono una sfida per crescere”.

COI SIOUX CONTRO L’OLEODOTTO DAKOTA

Ma il Papa non parla solo di muri. E sfida Trump su un altro dei suoi cavalli di battaglia: il Dakota Acess, l’oleodotto che Mr President vuole costruire in fretta, nonostante il progetto lo faccia passare nei pressi di una riserva di nativi americani. Una costruzione vista dai Sioux come un’offesa a luoghi considerati sacri. Bergoglio è sembrato rivolgersi a loro quando, il 15 febbraio, in Vaticano ha ricevuto i rappresentanti dei popoli indigeni. Ha parlato di “attività economiche che possono interferire con le culture indigene e la loro relazione ancestrale con la terra”, richiamando la necessità che prevalga sempre il diritto al consenso previo e informato”: “Solo così è possibile assicurare una collaborazione pacifica tra autorità governative e popoli indigeni”. Il Papa non ha menzionato l’oleodotto Dakota, e il Vaticano ha insistito che non stava alludendo a quella controversia. Ma il richiamo indiretto c’è tutto: i governi – ha detto Francesco – devono riconoscere che le Comunità autoctone sono una componente della popolazione che va valorizzata e consultata.

NO AL POPULISMO DELLA PAURA

Pur precisando di non riferirsi a nessun caso specifico, ma di un “processo sociale e politico che fiorisce in molte parti del mondo”, Bergoglio ha sfidato ancora Trump in una lettera inviata ai partecipanti all’incontro dei Movimenti popolari in corso in California. “Il grave pericolo è quello di rinnegare i nostri vicini. Quando lo facciamo neghiamo la loro e la nostra umanità e neghiamo i comandamenti più importanti di Gesù”. E ha condannato i leader politici che fanno leva “sulla paura e l’insicurezza della gente”.

“NON ESISTE IL TERRORISMO ISLAMICO”

Nello stesso messaggio, Bergoglio ha scritto nuovamente: “Nessuna religione è terrorista”. “Non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico”. Il muslim ban documenta il punto di vista differente di Trump.

UNA LAUDATO SI’ PER MR PRESIDENT

Francesco non ha infine mancato di tornare sui temi ambientali: “La crisi ecologica è reale – ha scritto – Le ferite causate dal sistema economico che mette al centro il dio denaro sono state criminalmente trascurate”. Trump, come noto, non crede ai cambiamenti climatici. Se si incontreranno, c’è da scommetterci: tra i doni di Francesco ci sarà la sua enciclica ambientale Laudato si’.

PUNTO DI CONTATTO: LA RUSSIA

Ma tra tante divisioni, c’è un punto che potrebbe unire Bergoglio e Trump. Su un terreno che è molto caro al Papa argentino: l’ecumenismo. E questo favorisce una politica comune o comunque contingente sulla Russia. Francesco è sempre stato molto prudente riguardo ai giudizi su Vladimir Putin. Non ha parlato di attacco russo in Ucraina, ma di “guerra fraticida”. La diplomazia vaticana ha sempre diffidato dei ribelli siriani, condividendo l’analisi di Putin – come scrive John Allen su Crux – secondo cui rimuovere Assad avrebbe precipitato il Paese nel caos, mettendo ancora più a rischio la sopravvivenza dei cristiani. Come dichiara al Foglio don Stefano Caprio, docente di Cultura russa al Pontificio istituto orientale di Roma: “È interesse di tutti che la situazione nel vicino e medio oriente si stabilizzi, a Mosca come a Washington. E la Santa Sede non può che vedere di buon occhio tale sistemazione”. Inoltre “lasciare alla Russia il controllo del medio oriente è sempre interessato alla chiesa cattolica, soprattutto per ragioni spirituali. Insomma, quella regione è ortodossa”. Appunto: l’ecumenismo, l’unità dei cristiani tanto cara a Francesco. A cominciare dagli ortodossi. Il rapporto col patriarcato di Mosca si è aperto in modo nuovo nel febbraio 2016 con l’incontro all’aeroporto dell’Avana di Francesco con Kirill. Lo stesso don Caprio, un anno fa, definiva Putin “figlio spirituale” del patriarca di tutte le Russie. Come osserva Allen: data la stretta relazione tra Stato e Chiesa in Russia, il Papa ha tutto l’interesse a non essere percepito come ostile agli interessi nazionali del Paese.

ultima modifica: 2017-02-19T15:08:54+00:00 da Andrea Mainardi

 

 

 

 

 

 

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