Vi racconto la deriva politica del ministro Andrea Orlando

Vi racconto la deriva politica del ministro Andrea Orlando
I Graffi di Damato

E pensare che Andrea Orlando (in foto) all’indomani della scissione del Pd sembrava avere davanti a sé un buon avvenire nel suo ruolo di unico e serio oppositore interno al segretario uscente e rientrante Matteo Renzi: più solido del troppo imprevedibile e simil-grillino governatore pugliese Michele Emiliano.

A favore di Orlando si erano schierati abbastanza esplicitamente i più autorevoli esponenti della vecchia guardia comunista rimasti nel partito prodotto nel 2007 dalla fusione fredda fra i resti del Pci e della sinistra democristiana. Scommetteva su di lui, fra gli altri, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, che quand’era al Quirinale lo aveva personalmente scelto come ministro della Giustizia, preferendolo ad un magistrato in carriera -Nicola Gratteri- incautamente propostogli dal presidente del Consiglio Renzi. Al quale Napolitano spiegò come non fosse opportuno fare direttamente di una toga il guardasigilli, anche se qualche precedente -cercò di interromperlo Renzi- si poteva trovare con un po’ di buona volontà nella storia della Repubblica.

Su Andrea Orlando la vecchia guardia comunista rimasta nel Pd scommise non perché si illudesse di poterlo portare alla segreteria del partito, essendo scontata ormai la conferma di Renzi, ma perché convinta che egli potesse funzionare da raccordo con la sinistra esterna al Pd per collaborarvi dopo le elezioni, nella logica delle coalizioni imposte dalla prospettiva di un sistema elettorale ormai proporzionale.

Uno scenario del genere presupponeva però non solo la capacità di Orlando di raccordarsi con gli scissionisti ma anche quella di non sentirsi e tanto meno di essere alternativo al segretario e alla maggioranza del proprio partito. Invece il guardasigilli ha finito per subire da allora una deriva di estremizzazione che ne ha compromesso l’agibilità come possibile presidente del Consiglio, per esempio, di un centrosinistra largo. La sua deriva ha avvantaggiato prima Giuliano Pisapia e poi, quando anche l’ex sindaco di Milano ha cominciato a perdere colpi come uomo di raccordo, il buon Paolo Gentiloni. Al quale sarà molto più facile che Renzi accetti di cedere la destinazione di Palazzo Chigi se non gli dovesse riuscire di tornarvi personalmente.

L’ultimo passo della deriva estremizzante di Orlando, che ne ha fatto la copia sbiadita del fuoriuscito ed ex capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza, è stato quello di polemizzare col compagno di partito e collega di governo Marco Minniti sul fenomeno dell’immigrazione, secondo lui drammatizzato dal ministro dell’Interno come un rischio di destabilizzazione della democrazia se non gestito con una certa fermezza.

La sottovalutazione dell’incidenza elettorale del fenomeno migratorio, contestatagli tempestivamente da Renzi con un elogio di Minniti tanto più significativo dopo le voci che davano anche lui insofferente della crescita del ruolo e del credito del ministro dell’Interno, allontana decisamente Orlando dall’idea che se ne erano fatti politici navigati della sua parte politica, spintisi nei mesi scorsi a condividere un mio personale, e temo affrettato, paragone degli esordi governativi del guardasigilli piddino a quelli di Aldo Moro, ministro di prima nomina proprio alla Giustizia nel lontano, anzi lontanissimo 1955.

La deriva politica di Orlando nella diaspora ormai della sinistra, che si sta avvicinando alle elezioni siciliane di novembre con ben tre candidati alla presidenza della regione, si riflette purtroppo anche sulla sua azione di governo, distraendolo per esempio dal dibattito che si è aperto all’interno della magistratura sulla natura della giurisdizione dopo gli eccessi giustizialisti, riconosciuti anche dalla sua maggiore o più storica componente di sinistra, e sulla necessità sempre più avvertita di sottrarre le nomine direttive ad un combinato disposto devastante come il carrierismo e il correntismo.

Esplosiva, a quest’ultimo proposito, è la salutare proposta appena fatta da uno dei migliori magistrati italiani, il giudice Guido Salvini, in servizio al tribunale di Milano, di tagliare finalmente la testa al toro e di sorteggiare i vincitori dei concorsi alle cariche direttive fra i quattro o i cinque candidati prescelti nella sede del Consiglio Superiore della Magistratura. Le nomine così non sarebbero più “percepite”- ha detto Salvini- come “scelte politiche” o di corrente. Non ha nulla da dire il guardasigilli? O è troppo preso da altri problemi?

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ultima modifica: 2017-09-01T13:46:08+00:00 da Francesco Damato

 

 

 

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