Viaggio nel carcere (venezuelano) più pericoloso del mondo

Viaggio nel carcere (venezuelano) più pericoloso del mondo
Recensione del libro "I dannati. Reportage dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo" della giornalista Christiana Ruggeri (Infinito Edizioni)

Leggere I dannati. Reportage
 dal carcere venezuelano più pericoloso del mondo di Christiana Ruggeri (edito da Infinito Editore, con il patrocinio di Antigone) è come vedere una stagione completa di Narcos su Netflix, ma fatta di parole e più poesia. A differenza delle fiction, la lettura regala più stimoli alla fantasia e offre la possibilità di riflettere interiormente su quella realtà che racconta.

I dannati è un libro crudo che provoca una rabbia fortissima e un nodo in gola a ogni riga. Narrato in prima persona, il volume racconta la vita di Riccardo, un detenuto italiano condannato a 22 anni di carcere per spaccio di droga in Venezuela. Una triste storia vera.

NAPOLI E L’INIZIO DELL’INCUBO

La storia di Riccardo comincia a Napoli, dove è cresciuto con la madre, che lavorava al mercato e cucinava per le suore. Suo padre li aveva abbandonati quando la mamma, Rita, era ancora in gravidanza. Alla sua morte, Riccardo ha deciso di partire per il Sudamerica. “Sepolta lei, ho sepolto me stesso – si legge in I dannati -. Gli amici. La casa, che tanto era in affitto. Dovevo cambiare aria. Perché la brezza marina mi portava il suo ricordo e, invece d’infondermi energia, me la toglieva. Spingendomi nel dolore più nero. Nel vortice della mancanza, che risucchia e uccide silenziosa”.

Così Rico – com’è stato ribattezzato nel Paese sudamericano – parte e arriva in Venezuela, dove si rifà una vita nel “bianco mondo della neve”, cioè la cocaina: “Non sono rimasto a Caracas per sbaglio […] Ho sopravvalutato la mia sete di soldi e sottovalutato la mia totale assenza di anima, della gente con cui mi ero messo in affari”.

Ruggeri racconta con sensibilità i passaggi più importanti di una vita spezzata: affari, amori, sogni, paure e ferite dell’anima. E in quel racconto riesce ad addentrarsi nella complessità della natura umana. Inviata soprattutto nei Paesi africani, Ruggeri si occupa di esteri al Tg2. La giornalista, impegnata sul tema dei diritti umani, è molto coraggiosa: non solo è entrata in uno degli inferni più temuti del Venezuela, dove nemmeno i venezuelani hanno il coraggio di addentrarsi, ma lo racconta senza sconti.

LA CRISI PENITENZIARIA IN VENEZUELA

I dannati non è soltanto un libro che parla di un uomo caduto in disgrazia e, attraverso di lui, della vulnerabilità di tutti gli essere umani. Il libro di Ruggeri è anche una radiografia socio-politica del Venezuela. Rico è un detenuto della Penitenciaría General de Venezuela (Pgv), uno dei carceri più pericolosi del Venezuela, ubicato nella cittadina di San Juan de Los Morros, nel sud del Paese. In questo centro di reclusione, progettato per ospitare circa 700 detenuti, ne convivono 4.000. In alcuni degli anni trascorsi dietro quelle sbarre, ad accompagnare Rico c’erano quasi 6.000 carcerati. La realtà del Pgv non è un’eccezione comunque. Secondo l’Observatorio Venezolano de Prisiones, nella prima metà del 2017 il numero di prigionieri ospitati all’interno degli istituti di pena del Venezuela superava del 190 per cento la loro capacità massima.

LA VITA QUOTIDIANA DIETRO LE SBARRE 

Dalla mazzetta che è costretto a pagare per riuscire a fare pipì fino agli incubi che lo tengono sveglio la notte, che secondo lui è “il peggior momento di tutta la giornata”: la vita in carcere sembra trascorrere in attesa della morte, “sembra il set di un film sui narcos – racconta Rico – e io una comparsa che non aveva letto il copione”. “La mia parentesi sfortunata nel mondo dei tossici venezuelani mi aveva insegnato a non indugiare mai con gli sguardi – ricorda Rico -. Quello errato equivaleva a un colpo di pistola in fronte. Allora ho alzato la testa con cautela”. Ed è così che è riuscito a sopravvivere in carcere.

Ruggeri spiega attraverso la voce di Rico la crisi economica senza precedenti che sta vivendo il Venezuela. “Dalla morte di Hugo Chávez, nel 2013, il suo successore Nicolás Maduro non riesce ad arginare il tracollo del bolívar, la moneta venezuelana. Io ho vissuto tutto il peggio, fuori e dentro le sbarre: Chávez, Maduro e il declino del chavemadurismo. Un salario mensile vale circa dodici dollari. La gente fa la fame. Con la droga, guadagnavo 2.000 dollari al mese. Ero ricco, prima di finire al macero. E quella capezza d’oro al collo che nemmeno mi piaceva, mi rendeva tanto playboy. Che stronzo”. Secondo il detenuto, proprio perché il popolo è in ginocchio, “in Venezuela esiste un mercato nero per tutto. Persino per il cambio. Di fatto, con una banconota da 100 bolívar, il taglio più grande in circolazione, ti paghi a malapena un caffè. È folle, ma può arrivare a 15 dollari. Se, al contrario, fai un pieno di benzina, sganci una mancia”.

UN FIORE CHE SPUNTA DALL’ASFALTO

Non tutto però è oscurità e declino per I dannati. Ruggeri lascia spazio anche alla speranza, la compassione e la solidarietà. Rico capisce dal carcere l’importanza dei piccoli dettagli e degli oggetti che rendono la vita più facile, migliore. Uno dei personaggi che dà luce a queste pagine è suor Neyda, per Rico “un fiore di quelli che spuntano dall’asfalto, dove non c’è terra. E non si sa come facciano a vivere”. La “goccia bianca”, come è chiamata dai detenuti, visita il Pgv da 18 anni ed insegna i detenuti a leggere e scrivere. È lei che riceve queste pagine piene di dolore e paura scritte da Rico. “Ho sentito assassini di lungo corso pronunciare frasi inimmaginabili: ‘Lei ci dà lezioni di spiritualità, ci allarga il cuore’ […] E così si muove tra i gironi danteschi del PGV, dove ha visto crescere baby spacciatori che a sedici anni hanno già il peso della vita di un centenario […] Lei non molla. E guardarla agire m’infonde quel minimo di coraggio che mi permette di sopravvivere”.

ultima modifica: 2017-09-10T07:06:02+00:00 da Rossana Miranda

 

 

 

 

 

 

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