La politica di assistenza al sud ha generato un intreccio economico difficilmente districabile. L’economia italiana non è in declino, ma presenta “fratture”, ossia c’è chi va veramente bene e chi molto male.
Anche se improbabile, è possibile che il nord e il sud prendano strade diverse rendendo vani gli sforzi di unificazione, divenuti intensi fin dall’immediato Dopoguerra. Il “federalismo” in corso di attuazione, anche se può rappresentare la goccia che fa traboccare l’acqua dal vaso, non sarà la causa di questo triste evento. SaraÌ piuttosto la crisi dell’euroarea, a cui seguirebbe quella dell’Unione europea, a determinarlo, inducendo il nord a dichiararsi disposto a seguire il nuovo “nocciolo duro” composto dai Paesi che riterranno di poter accettare la leadership tedesca e, soprattutto, il rigore fiscale e monetario necessario per la sopravvivenza dell’euro.
Se la radice prossima di questo ipotetico evento di una secessione è esterna, quella remota è però interna e va individuata nelle scelte di politica economica effettuate dal centrosinistra in poi – peraltro in nuce nel meridionalismo – che hanno generato un’insoddisfacente integrazione economica. Mi riferisco in particolare ai crescenti interventi compensativi e non correttivi dei divari di reddito e di occupazione tra il nord e il sud; alle decisioni di livellamento salariale (abolizione delle cosiddette “gabbie salariali”); alle riduzioni degli investimenti in infrastrutture e all’ampliamento di quelli a basso valore aggiunto (le “cattedrali nel deserto”). Nel 1960, dopo un importante dibattito sull’opportunitaÌ di muovere i capitali e non le persone, si diede vita alla Cassa del Mezzogiorno per dare al sud infrastrutture adeguate alle sue ambizioni di sviluppo. Una prima deviazione dalla missione si è avuta utilizzando i fondi della Cassa per affiancare gli investimenti delle partecipazioni statali in industrie “di base”, notoriamente a basso valore aggiunto. Il rovesciamento del compito si è avuto quando si decise di destinare la gran parte dei fondi della Cassa per fiscalizzare gli oneri sociali al fine di ripristinare un costo del lavoro coerente con i divari di produttivitaÌ nord-sud dopo l’abolizione delle gabbie salariali.
 
Gli sbocchi di queste politiche sono noti: il reddito pro-capite della popolazione meridionale è mediamente cresciuto come quello del nord, senza però colmare il divario ereditato dal passato (nell’ordine del 40%). L’elevazione dei redditi e la riduzione dei prezzi dei beni industriali hanno consentito di far accedere nei bilanci familiari del sud beni prima esclusi, come gli elettrodomestici, l’auto e la casa di proprietà. CioÌ ha causato un grave e persistente deficit delle bilance commerciali con l’esterno del Mezzogiorno, rendendo lo sviluppo delle regioni italiane reciprocamente dipendenti, oltre che legato ai trasferimenti pubblici e all’andamento delle esportazioni. Un certo sollievo proveniva in passato dalle svalutazioni della lira, ma questa possibilità è venuta meno con la confluenza della lira nell’euro. La politica di assistenza allo sviluppo meridionale, nata come espressione di solidarietà nazionale, ha generato un intreccio economico difficilmente districabile; infatti i 45 mld di euro annualmente trasferiti dal centro-nord al sud hanno finanziato importazioni nette di quest’area pari a 62 mld dall’interno e a 13 mld dall’estero. In molte regioni le esportazioni verso le altre regioni italiane hanno un peso elevato; in Lombardia hanno raggiunto mediamente nel periodo 1995-2005 il 53,7% del suo Pil annuale. Su questi dati si assiste a una vera congiura del silenzio, che il presidente della Repubblica ha tentato di rompere nel suo recente discorso a Salerno. Né si vuole discutere sul come sciogliere questo intreccio, la cui soluzione richiede molta cautela per non aggravare le condizioni di sviluppo delle stesse aree più avvantaggiate. Il problema non può essere affrontato secondo un’ottica di puro parassitismo da combattere, pur esistente, ma con politiche tendenti a ridurre la dipendenza dai trasferimenti pubblici, attraverso la valorizzazione dei punti di forza e la riduzione di quelli di debolezza nell’interscambio interno e in quello estero.
 
Vi sono fondati motivi per ritenere che l’Italia non sia in declino. Le ricerche di Fulvio Coltorti di R&S/Mediobanca confermano che esistono almeno 400 medie imprese che hanno capacità competitive elevate, tanto da indurre a definire quest’area produttiva come un’espressione del “quarto capitalismo”, dopo quello commerciale, industriale e del welfare. Marco Fortis, della Fondazione Edison, rafforza questa conclusione indicando che esistono un migliaio di prodotti che sono tra i primi nelle statistiche delle esportazioni mondiali. Sappiamo inoltre che tra le 6 milioni di piccole e piccolissime imprese ve ne sono molte che sanno stare sui mercati esteri e, ovviamente su quello interno, contribuendo alla creazione di reddito e di occupazione su basi regionali. I sondaggi Ambrosetti effettuati tra imprenditori sugli andamenti delle loro aziende sono sempre improntate ad attese altamente favorevoli che trovano riscontro pratico ex post, mentre le loro aspettative sugli andamenti dell’economia italiana sono improntate in senso negativo. I dati per le regioni italiane evidenziano notevoli diversità.
L’economia italiana non è in declino, ma presenta “fratture”; ossia c’è chi va veramente bene e chi molto male. read original Rhino Gold Gel review Di conseguenza, la medie di crescita del Pil o di altre variabili economiche non rappresentano piuÌ l’universo e, pertanto, il giudizio puoÌ essere dato solo guardando dentro di esse. Lo stesso vale per le scelte di politica economica: esse richiedono d’essere “mirate” con precisione su singoli settori, se non proprio su singoli territori e su singole imprese. L’epoca delle manovre macroeconomiche o “di quadro generale” è finita e i provvedimenti sono inefficaci se non espellono dal mercato le unità inefficienti.
 
La stessa “frattura” si è determinata nell’Unione europea inducendo a parlare di declino del Vecchio continente. L’intreccio tra i 27 Paesi dell’Unione è crescente e presenta tutte la caratteristiche esaminate per le regioni italiane. Le politiche della Thatcher dell’I want my money back non possono più riportare l’Unione sulla strada dello sviluppo. Come pure non possono quelle monetariste di una Bce a forte influenza tedesca. La rifondazione dell’Europa non può prescindere dalla nascita di un’Unione anche politica, con la quale i Paesi membri mettono in comune le proprie sorti. Vi sono dei dubbi sulla possibilità che cioÌ si realizzi, ma questo non impedisce di alzare la voce e avanzare argomenti per richiederlo. Mettiamola così: il mondo è governato dai saggi, ma va avanti per le idee dei pazzi.
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