Il nostro Paese è pieno di persone che quotidianamente, con il loro lavoro, le loro famiglie e il loro contributo sociale, stanno mettendo al primo posto ciò che la mentalità dominante tende a lasciare in fondo.
Dateci un po’ di futuro per favore… è questa la richiesta che nel nostro Paese si sta innalzando verso i leader della cosa pubblica. Siamo pieni di attualità, di aggiornamenti su ogni più piccolo accadimento, siamo anche saturi del passato che torna con le sue conseguenze sul presente.
A mancarci invece è il futuro. Non il domani o il momento successivo, ma il futuro inteso nel senso più alto del termine (e di più lungo respiro). Come ha detto bene Andrea Riccardi sul Corriere della sera all’inizio del mese scorso: l’Italia è ferma «all’enfasi apocalittica dell’ultima notizia politica», manca «una visione».
Il sintomo lampante di questa mancanza è proprio la deriva che sta trapelando dal confronto in cui siamo impantanati da mesi.
La tendenza a soffermarsi sempre sulla questione più attuale, denota una miopia diffusa. Tutto sembra ridursi alla resa dei conti tra una mentalità per cui tutto è permesso e un moralismo pronto ora a condannare ora ad applaudire a seconda dei propri interessi. Due facce della stessa medaglia. È qualcosa che non riguarda solo l’Italia ma investe l’intera società occidentale. È ciò di cui Benedetto XVI ha parlato a fine anno nel suo discorso alla Curia stigmatizzando quella mentalità, dovuta all’assenza di una visione condivisa, secondo cui «non esisterebbero né il male in sé, né il bene in sé. Esisterebbe soltanto un “meglio di” e un “peggio di”».
 
Una mentalità strumentale, dedita al calcolo e alla valutazione del contingente, ormai tanto diffusa da aver relegato le questioni più importanti (cosa è bene e cosa è male, il senso della vita, del lavoro, della società) nello scaffale delle faccende non urgenti. Lo vediamo tutti i giorni dalle nostre parti. Ci si ferma a discutere di Seconda repubblica, di numeri e di leader. Ma di Repubblica ce ne potrà essere anche una terza o una quarta e i politici cambieranno; quello che rimarrà sempre lì, in sottofondo, a decidere per noi al di là della concreta situazione, sarà sempre e solo il senso che diamo alle cose. Ciò che sta accadendo a livello internazionale e persino la crisi economica dovrebbero insegnarci qualcosa: non è solo questione di numeri o equilibri, ma di visioni della vita e del mondo. «Credo che al mondo ci sia un posto per l’Italia» concludeva Riccardi. Ed ha ragione. Il nostro Paese è pieno di persone che quotidianamente, con il loro lavoro, le loro famiglie e il loro contributo sociale, stanno mettendo al primo posto ciò che la mentalità dominante tende a lasciare in fondo. È ora che questi esperti di futuro si facciano avanti. Hanno tutte le carte in regola per guidare il Paese.
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