Papa Wojtyla era amato perché era un tutt’uno con il messaggio che portava. Tutti lo capivano (anche i detrattori) perché parlava di ciò che credeva e viveva, con un coinvolgimento esistenziale totale.
Quando sei anni fa morì Karol Wojtyla l’argomento principale di discussione (dentro e fuori la Chiesa) era quello della successione: chi avrebbe avuto la capacità di raccogliere un’eredità così grande? Il resto della storia lo conosciamo: l’elezione di Joseph Ratzinger, l’esultanza di coloro che lo conoscevano bene, il pregiudizio di altri. La beatificazione di Giovanni Paolo II del 1° maggio ci dà l’occasione di tornare su questo argomento.
Qualche tempo fa Joaquín Navarro-Valls, in un incontro alla Pontificia Università della Santa Croce, ha parlato dell’ermeneutica della comunicazione di Giovanni Paolo II. Contrariamente a quanto molti pensano, l’ex portavoce del papa ha spiegato che l’idea di un papa Wojtyla “campione mediatico” è fuorviante. Egli – sostiene Navarro – non bucava gli schermi perché ci sapeva fare ma perché era il miglior testimone di ciò che diceva. “They love the singer not the song” scrisse un giornalista all’indomani del viaggio in Messico; Navarro sostiene che fosse il contrario: papa Wojtyla era amato perché era un tutt’uno con il messaggio che portava. Tutti lo capivano (anche i detrattori) perché parlava di ciò che credeva e viveva, con un coinvolgimento esistenziale totale. Il “cantante” era importante proprio perché totalmente identificato con la “canzone”.
 
Ora, se si vuole affrontare il tema della sua eredità spirituale è da qui che si deve partire. Come accade spesso con i grandi personaggi anche con papa Wojtyla ciascuno tende a prendere un pezzo della sua personalità e ad assolutizzarlo. Non è strano perciò sentire discorsi su Giovanni Paolo II “il grande innovatore”, “il papa mediatico”, “quello simpatico” e via dicendo. Tutte cose vere ma, con buona pace dei commentatori postumi, occorre ricordare che papa Wojtyla fu soprattutto un uomo vero che parlava di fede vera, senza esitazioni e senza imbellettature piacione. Per questo bucava gli schermi.
Se si vuol parlare seriamente di eredità, c’è allora da capire bene su quale terreno si debba raccogliere quanto seminato. La beatificazione
di Wojtyla non è l’esaltazione di un papa di successo. Ci parla piuttosto di un uomo capace di porre la priorità della “questione di Dio” di fronte al mondo contemporaneo. Intanto Benedetto XVI ricapitolando l’abc della fede, ricominciando da Gesù e facendo leva sulle capacità razionali dell’uomo sta ridando tono e fiato all´intelligenza della fede della Chiesa. Punta a formare una generazione di veri cristiani, uomini veri.
È qualcosa che andrà ben oltre la schiera di schermi bucati che qualcuno ancora confonde con l´eredità del suo predecessore.
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