Come, dove e perché crescono spinte separatiste in Europa. Non solo per la recessione. Il rapporto di Stratfor, le prossime consultazioni e un’inchiesta del New York Times.
Si dibatte molto sul futuro dell’Europa (e dell’euro) ma analisti internazionali si chiedono cosa comporterebbe (soprattutto in termini economici) la radicalizzazione di piccoli e grandi movimenti secessionisti in Europa.
 
Ad agosto del 2012 Wikileaks ha fatto trapellare un rapporto dell’agenzia Stratfor sui movimenti secessionisti in Europa occidentale. Nello studio, la tensione separatista viene concepita come una pericolosa fonte di conflitto come attacchi terroristici e guerra civile. Sono stati intercettati da un incrocio di email tra due analisti della sezione Eurasia di Stratfor e il capo George Friedman a luglio del 2010.
 
L’elenco indicava in 35 le regioni “calde” in Europa ed è stato classificato per gradi di divisione. Nel primo e secondo livello, ci sono i movimenti minoritari che hanno poco appoggio interno e sono ancora tolleranti. Nel terzo livello, invece, il secessionismo è un’opzione politica maggioritaria, ma non sono presi in considerazione ancora metodi violenti per raggiungere l’indipendenza. A seguito, il quarto livello, dove è presente la violenza con attacchi terroristici e di intimidazione. Il quinto livello è quello dove ci sono conflitti bellici. Nel sesto la regione non è ancora pacificata anche se si è raggiunta l’indipendenza.
 
In questo quadro la Catalogna è nel livello tre e registra un aumento del sentimento secessionista nel tempo. Assieme alla regione spagnola, Stratfor raggrupa in questo livello anche la Scozia. Nel primo livello invece ci sono Galizia, Lombardia e Laponia, dove il secessionismo “è un’idea ma la regione non ha interesse di separarsi in questo momento”. Nel livello due sono presenti i Paesi baschi: “Il secessionismo è qualcosa di più di un’idea ma la regione non ha mezzi per riuscirci”. Più tensione che in Catalogna c’è in Kosovo del Nord e Cecenia e ancora di più (livello 5) in Osetia del Sud e Abjasia, che sono indipendenti ma non hanno un riconoscimento internazionale.
 
Mentre il presidente della Catalogna, Artur Mas, chiama a un referendum per l’indipendenza, in mezzo al crollo dei mercati spagnoli, la Scozia ha già in programma una consultazione per l’autunno del 2014. I fiamminghi nelle Fiandre hanno raggiunto la quasi totale autonomia amministrativa e linguistica ma tutte le rivendicazioni mancanti verranno a galla nelle elezioni provinciali e comunali a metà ottobre.
 
“Ci sono innumerevoli cose che tengono i paesi infelici, come i matrimoni: storia comune, le guerre in comune, i bambini comuni, nemici comuni. Ma la crisi economica dell’Unione europea sta evidenziando anche vecchie ruggini”, scrive Steven Erlanger, giornalista del New York Times, a proposito dei venti secessionisti del Vecchio continente.
 
Per il direttore dell´Open Society Institute di Bruxelles, Heather Grabbe, intervistato dal New York Times, “se sei un piccolo paese nella Ue, come Malta o del Lussemburgo, è molto probabile essere sovra rappresentati rispetto alle dimensioni dell’Europa, ma la variabile chiave del separatismo non sono tanto i soldi come il risentimento storico e linguistico”.
 
La Catalogna, come le Fiandre, contribuisce enormemente più al tesoro nazionale rispetto a quanto riceve dal centro. In più, adesso devono patire anche i tagli alla spesa pubblica a causa della crisi e sono in mezzo a una diatriba dove i paesi ricchi (Germania, Finlandia e Austria) si lamentano di dovere mantenere con la loro ricchezza i Paesi indebitati (Grecia, Portogallo e Spagna).
 
I riflettori sono sulla Catalogna, come ricorda Erlanger sul New York Times, perché la sua lotta può essere il catalizzatore per una nuova ondata di separatismo nell’Unione europea. Una ricerca di indipendenza da parte di piccole regioni per avere un controllo più centralizzato degli incassi e le spese rispetto ai bilanci nazionali ma che può creare squilibri in tutta l’euro-zona.
 
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