Lo scandalo che ha travolto l’ex alto dirigente comunista  Bo Xilai e la nomina di Xi Jinping al vertice del potere in Cina hanno fatto in modo che il termine principini, diventasse di uso comune per parlare della politica cinese. Adesso, replicando l’inchiesta che lo scorso giugno svelò le fortune della famiglia Xi, Bloomberg piazza un altro pezzo di grande giornalismo ricostruendo i legami, gli affari e le connessioni dei discendenti dei cosiddetti otto immortali, i veterani del Partito comunista cinese, i cui figli sembrano tuttavia essersi discostati dagli ideali di famiglia.

Non è un caso se Pechino stia cercando di rendere sempre più problematico l’accesso ai siti stranieri, nota Bill Bishop, curatore della newsletter Sinocism, che candida l’agenzia finanziaria a migliore organo d’informazione straniero per la copertura della Cina. Non è neanche un caso che il sito di Bloomberg continui a essere bloccato oltre Muraglia e tale potrebbe rimanere dopo quest’ultima inchiesta.

Si va dalle credenziali rivoluzionarie dei capostipiti alla dirigenza dei gruppi industriali dei figli fino ad arrivare al lusso sfoggiato dai nipoti. “Non li riconosco come miei figli”, pare abbia detto il generale Wang Zhen ricoverato in ospedale nel 1990, parlando degli affari della prole. Bloomberg prosegue ricordando il piano dei figli di trasformare una valle dove il padre salvò l’Esercito di liberazione popolare di Mao dalla sconfitta in un’attrazione turistica da 1,6 miliardi di dollari e parla delle due grandi società statali -Citic Group e China Poly Group- costruite dal 71enne Wang Jun, considerato il padre del golf nella Repubblica popolare.

Ma se oltre ad arricchire i principini le riforme in Cina negli ultimi 30 anni hanno tratto fuori dalla povertà milioni di persone, allo stesso tempo hanno contribuito ad ampliare le disparità tra ricchi e poveri. Uno studio del think tank governativo Survey and Research Center for China Household Finance,  calcola in 0,61 il coefficiente di Gini cinese. Se zero indica l’uguaglianza assoluta e uno la disuguaglianza massima, il risultato cinese supera la percentuale oltre cui si corre il rischio di rivolte sociali, con turbamento per l’armonia tanto agognata dalla dirigenza cinese. Se non bastasse, dal rapporto è emerso anche un altro dato: il tasso di disoccupazione nelle città è dell’8,1 per cento, ossia il doppio di quanto dichiarato nelle statistiche ufficiali.

A questo si aggiunge la crescente rabbia contro la corruzione soprattutto di alti funzionari che traggono vantaggio dal proprio rango e dalle proprie conoscenze. Nell’ultimo mese sono almeno 10 i funzionari locali caduti a causa degli scandali.

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