Le cronache portano alla luce quotidianamente notizie di corruzione ovvero della infedeltà di uomini della pubblica amministrazione, sia centrale che periferica, siano essi politici o appartenenti all’apparato della pubblica amministrazione.

Questo antico fenomeno (lo richiama persino Seneca, in alcune delle sue opere) è molto più complesso di quanto ancora possa apparire, e richiede uno sforzo nel contrastarlo almeno pari se non – addirittura – maggiore allo sforzo fino ad oggi profuso, esigendo una rinnovata “intelligenza” e cultura. D’altro canto, l’attività investigativa e giudiziaria ha influenzato l’evoluzione normativa (internazionale e non solo italiana), in favore di una modifica del significato originale di contrasto alla infedeltà del pubblico ufficiale nonché della corruzione.

Alcune analisi empiriche dimostrano che il numero delle denunce e condanne non è direttamente correlato con la “corruzione percepita”: purtroppo, viviamo una assuefazione che affonda le radici, da un lato nel terreno di una diffusa cultura della rassegnazione di un sistema Paese che raramente punisce e dall’altro della necessità “individuale” di sopravvivere nel mercato.

Ovviamente, quando si parla di percezione, bisogna fare attenzione a non generalizzare eccessivamente, e soprattutto a non distorcere la visione di un fenomeno delicato e complesso, alla luce dell’effetto mediatico di specifici casi tanto significativi, esemplificativi e clamorosi.

Insomma, la lotta alla corruzione deve prendere la strada del suo contenimento (tendendo ad una “utopico”, ma per questo non impossibile, annullamento) senza però sfociare in eccessi che rischiano di generare effetti boomerang.

È necessario, pertanto, individuare il “collo di bottiglia”, e costruire un sistema snello ed efficace.

Sembra quasi naturale, in tal senso, evidenziare come vi sia uno strettissimo legame tra corruzione e riciclaggio “di denaro” (evidenziato peraltro anche dal FATF-GAFI, l’organismo che a livello internazionale studia ed elabora le linee guida in materia antiriciclaggio), sia dal punto di vista della concatenazione dei reati, sia nella azione di contrasto, sebbene con alcune evidenti differenze.

Più in generale, il riciclaggio rappresenta l’imbuto finanziario attraverso il quale passano tutti quei fenomeni che generano significativi effetti distorsivi sulla società e sull’economia (creando disparità di mercato e indebolendone la sua stabilità).

Lo stretto legame si può sintetizzare immaginando la sequenza logica nella commissione dei reati: la corruzione (intesa più generalmente anche come concussione) punta ad ottenere un beneficio bilaterale attraverso un comportamento illecito; il riciclaggio è quel processo che “riguarda” la gestione dei flussi finanziari, dei beni e delle utilità che ne derivano.

Un parallelismo utile se osserviamo anche l’impianto normativo: così come nell’antiriciclaggio, il sistema di contrasto alla corruzione, dovrebbe accentuare e consolidare la propria duplice struttura normativa fondata su un pilastro di “prevenzione” ed un altro di “repressione”.

Il primo basato, in primis, sulla cultura della legalità, e sull’etica comportamentale che ha per principio fondante il rispetto reciproco della persona e della comunità; solo successivamente su quella regolamentare, poiché un processo culturale di legalità esercitata su codici deontologici, certificazioni etiche, regolamentazione e normazione (a volte quasi schizofrenica) rischia di ridursi esclusivamente in un inutile appesantimento burocratico. In antiriciclaggio, si richiama l’attenzione degli operatori proprio ad un approccio basato sul rischio, un mix tra aspetti tecnici e sensibilità personale.

A questi, però, devono essere accoppiati anche degli strumenti che possano agevolare (meglio se in tempo reale, ed in tal senso l’innovazione tecnologica ci supporta) non tanto un effettivo controllo ma un effetto dissuasivo: esattamente come il tutor in autostrada, la sempre maggiore diffusa richiesta di tracciabilità dei movimenti finanziari nonché dei soggetti coinvolti (tanto in ambito di appalti pubblici quanto al contrasto della corruzione e della concussione) può divenire un semplice ma efficace strumento.

L’efficace funzionamento del primo pilastro, rafforzerebbe l’azione di repressione, sia nei metodi che nei tempi: se le Autorità deputate (sia quella giudiziaria quanto quelle istituzionali, come fu per la già nota Autorità Anticorruzione) sono messe in condizioni di poter intervenire tempestivamente nell’azione di contenimento, si otterrebbe sia l’aumento della fiducia dei cittadini, che la riduzione della corruzione percepita, così come un aumento della produttività della singola azione della macchina pubblica (con un impatto positivo sugli sprechi economici). In ultimo, ma non certamente per importanza, si contribuirebbe alla lotta all’evasione fiscale che, nei casi di corruzione e concussione, è spesso ipotizzabile per gli attori coinvolti, visto che i proventi (essendo illeciti) non vengono portati in dichiarazione.

La corruzione è un male che caratterizza la nostra società sin dai tempi dell’Impero Romano, e potrebbe apparire impossibile poterla debellare: ma è proprio puntando all’utopia – una perfezione che è spesso un obiettivo irraggiungibile – che si possono ottenere risultati minori, ma certamente significativi, che ci avvicinano alla soluzione dello specifico problema o di altri correlati.

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