I servitori di Mosca più illuminati riconoscono che senza abbassare la corruzione, lo sviluppo del Paese resterà un miraggio, ma a rimetterci potrebbe essere proprio il premier Medvedev.

Alieni ma non solo. Visto che sa, bene fa Dimitry Medvedev a preoccuparsi degli extraterrestri. Se però si guardasse attorno il premier russo scoprirebbe problemi forse più banali delle presunte presenze cosmiche ma sicuramente ma più vicini a lui. E al suo governo. Come per esempio il calo del livello della fiducia tra i suoi concittadini.

Dai dati riportati dal centro di statistiche Levada, a dicembre il tasso di gradimento di Medvedev era infatti pari al 35%, 3 punti in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Il trend, più o meno identico, riguarda anche Vladimir Putin. Alla base del passo indietro dei due uomini forti del Paese, Kommersant mette il vortice di corruzione che percorre la Federazione. Il fenomeno che non riguarda però solo la Russia, non è una novità. A stupire questa volta è la reazione delle massime autorità dello Stato. In precedenza i funzionari colti con le mani nel sacco venivano silenziosamente spinti verso l’anonimato. Ora al contrario i corrotti sono esposti alla gogna mediatica. Un metodo che non risparmia nemmeno i guadagni illeciti. Le cifre astronomiche delle mazzette vengono sbandierate alla riprovazione pubblica. Il comitato investigativo alle dirette dipendenze del capo dello Stato regolarmente informa dei casi riguardanti i potenti, le perquisizioni i sequestri.

Ora paradossalmente, proprio l’uomo che ha dato al paese la prima cornice giuridica per definire e combattere la corruzione potrebbe essere la vittima più illustre della lotta ai furti pubblici. Perché se è vero quello che dice il direttore dell’Istituto problemi della globalizzazione, Mikhail Deljagin, a primavera l’esecutivo di Mosca potrebbe avere un altro leader. In una relazione dal titolo, 2013 la cacciata del clan liberale, l’analista descrive la battaglia anti mazzetta in Russia come una forma mascherata per dare cornici legali alla vera battaglia in corso in Russia. Quella tra i maggiori clan economici e politici.  E come si sa una pecora nera c’è un ogni buona famiglia. E in quella di Medvedev si chiama Elena Skrynnik. All’inizio di dicembre l’ex ministro dell’agricoltura è stato sbattuto in copertina da Profil, settimanale russo gemellato col tedesco Spiegel.

Partita delicata quella in corso tra le stanze del potere moscovita. I servitori dello stato più illuminati riconoscono che senza abbassare la corruzione, lo sviluppo del Paese resterà un miraggio. D’altronde questa è una partita che le autorità federali farebbero volentieri a meno di giocare. Il vero salto di qualità nella battaglia anti bustarella lo vogliono quei segmenti sociali, urbani ed europeizzati, frutto della crescita economica della Russia post sovietica. Gli stessi che 12 mesi fa hanno dato vita a lampi di opposizione. un sussulto rimasto senza seguito per mancanza di leadership politica e culturale. Pretese di trasparenza che ovviamente non sono scomparse ma continuano a marciare sotto traccia. Da qui il susseguirsi di tatticismi ai vertici dello Stato, dove consenso elettorale e gestione delle risorse pubbliche fanno parte della stessa bilancia di potere. Una lotta anticorruzione condotta a valanga potrebbe alla fine portare alla guida di strutture economiche fondamentali, gas più banche come Veb, Vtb e Sberbank, quadri non proprio fedeli alle attuali autorità.

Da qui la tentazione di sacrificare il primo ministro. Medvedev non ha mai fatto parte organica dei clan del potere federale. Nemmeno durante i suoi quattro anni di presidenza è riuscito a crearsi una propria base sociale. Unico suo scoglio nel mare in tempesta della politica russa è Vladimir Putin. A lui si è rivolto il premier durante la sua conferenza stampa di venerdi scorso. Lo fanno notare le Izvestja. L’ex presidente per evitare di  diventare il capro espiatorio della mani pulite in salsa russa, tornerebbe volentieri al vecchio tandem. Medvedev alla strette dunque? Forse si ma non bisogna sottovalutare la resistenza dell’uomo. Dato spesso politicamente morto, il premier è tuttora la seconda carica dello Stato. Certo il tandem ha aiutato. Ma come la storia insegna, nei momenti di crisi i duumvirati si evolvono in altre forme di governo.

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