L’ex primo ministro britannico difende il progetto europeo e spiega perché per Londra l’orizzonte comunitario è difficilmente accettabile. Ma necessario. Anche Churchill avrebbe dovuto prevederlo…

L’Europa è stata un elemento di attrito e divisione nella politica britannica per anni. Oggi politici non marginali del partito al governo dicono apertamente che la Gran Bretagna può lasciare l’Unione europea, o cambiare radicalmente il suo rapporto con la Ue – il che è lo stesso – ottenendo assensi da alcuni leader nazionali ed un consenso ancora più vasto nell’opinione pubblica. La ragione per questo rigurgito di scetticismo e ostilità verso la Ue non è difficile da comprendere: l’Europa è in crisi. I difetti di costruzione del progetto “euro” – un’unione economica fondata su basi politiche ma espressa in termini economici – sono diventati evidenti. Si tratta ora di riformare strutturalmente economie che hanno conosciuto una brusca riduzione dei tassi di interesse nel momento in cui hanno aderito ad un blocco monetario a guida tedesca, e queste riforme vanno fatte rapidamente, in tempi di crisi, e senza i margini consentiti dalla svalutazione.

Con un’Europa in crisi, essere anti-europei è popolare. Ma la leadership non si dimostra nel cedere alle pressioni di breve periodo. Essa richiede capacità di gestire queste pressioni traguardando alle giuste politiche di lungo periodo. Nei fatti il progetto europeo è oggi più fondato di quanto non lo fosse al suo avvio 66 anni fa. Ma la situazione diversa. Allora, il suo obiettivo era la pace, oggi è la potenza. La Cina ha una popolazione tre volte superiore a quella della Ue, e un’economia destinata a diventare la più grande del mondo. L’India ha oltre un miliardo di abitanti. La popolazione in Indonesia è tre volte maggiore di quella del più popoloso Paese europeo, e un gruppo di altri Paesi – tra cui Russia, Brasile, Messico, Vietnam, Filippine ed Egitto – hanno oggi una popolazione superiore a quella di qualsiasi Stato membro della Ue. È un fatto fondamentale, perché con l’aumento della mobilità di tecnologie e capitali, avverrà un riallineamento economico e demografico: maggiore la popolazione, più grande l’economia di un Paese. Gli Stati Uniti restano straordinariamente vitali, con una forza militare chiaramente superiore a quella di qualsiasi altro Paese, ma il loro status di unica superpotenza mondiale non sarà più sostenibile.

Questo è lo scenario “macro”. La giustificazione dell’Unione europea oggi è che i suoi Stati membri, inclusa la Gran Bretagna, hanno bisogno della sua stazza per veicolare influenza in campo economico, commerciale, militare e diplomatico, nonché per affrontare le sfide globali come il cambiamento climatico. La Ue offre alla Gran Bretagna un peso collettivo che alla singola nazione, in quanto tale, manca. È una questione davvero semplice: in un mondo in cui Cina ed India hanno entrambe 20 volte la popolazione della Gran Bretagna, Londra ha bisogno dell’Unione europea per perseguire in modo efficace il proprio interesse nazionale. Con la Ue, contiamo di più: senza la Ue, contiamo meno. E se vogliamo partecipare all’Europa, lo dobbiamo fare da europei, il che dipende dalla nostra capacità di riconoscere non solo le fondate ragioni strategiche del progetto europeo, ma anche l’interesse strategico britannico a parteciparvi.

Ora, non è sufficiente per noi pro-europei sostenere che solo un nazionalismo inglese provinciale può volere l’uscita dalla Ue, o far finta che, senza la Ue, la Gran Bretagna collasserebbe o si disintegrerebbe. La Gran Bretagna può sicuramente avere un futuro al di fuori dell’Europa. Il punto è se debba averlo – se cioè l’uscita abbia senso dal punto di vista degli interessi nazionali di lungo periodo. Cominciamo col dire che è illusorio fare il parallelo con la Norvegia o la Svizzera. La prima ha una popolazione di circa 4,9 milioni di abitanti e un Pil di 458,8 miliardi di dollari. Ha anche un fondo sovrano attualmente valutato a 600 miliardi di dollari e destinato ad arrivare a 1 trilione di dollari nel 2020, grazie alle vaste riserve di petrolio e di gas. Se il Regno Unito, con un Pil di 2,4 trilioni di dollari, avesse un fondo sovrano da circa 3 trilioni, cambierebbe tutto. Ma non è questa la realtà. Né si può seriamente pensare che la Gran Bretagna possa diventare come la Svizzera, un caso unico in termini sia politici sia economici.

Una Gran Bretagna fuori dall’Unione europea si troverebbe di fronte tre grandi problemi. Primo, perderebbe il suo ruolo di leadership globale. Non ci si può illudere al riguardo. L’idea che potrebbe a quel punto sviluppare nuove relazioni, per esempio con Cina o India, è bizzarra. Né l’una né l’altra subordinerebbero il suo rapporto con l’Europa a quello con una Gran Bretagna fuori dalla Ue. Secondo, lasciare la Ue la escluderebbe dal processo decisionale che impatta sulle regole del mercato unico. Le imprese britanniche lo sanno; e lo sanno anche le multinazionali che usano il Regno Unito come loro base europea. Infine, Londra perderebbe l’opportunità di cooperare con maggiore incisività su questioni che la interessano da vicino, per esempio il cambiamento climatico, le negoziazioni commerciali, la politica estera e le dispute bilaterali – in un momento tra l’altro in cui le altre potenze colgono le opportunità offerte dall’integrazione regionale. Dall’Asean (oggi costituita da circa 600 milioni di persone e in procinto di diventare un mercato unico) all’Unione africana, al Mercosur e Unasur in America meridionale, ovunque gli Stati si uniscono in blocchi regionali. La Gran Bretagna si staccherà da quello che è alle sue porte?

Bisogna essere anche chiari sulla discussione circa le condizioni per la nostra appartenenza alla Ue. Se la Gran Bretagna nei prossimi anni dovesse pensare più a se stessa e a cambiare le proprie relazioni con l’Europa piuttosto che ad aiutare la ripresa e la prosperità del Vecchio continente, i nostri partner avrebbero un altro stato d’animo al tavolo dei negoziati. Londra non deve intraprendere questo percorso senza essere pronta a seguirne le conseguenze ultime, ovvero l’uscita dalla Ue.

Nel 1946, quando l’Europa stava dibattendo sui primi passi verso l’integrazione, Winston Churchill fece il famoso discorso a favore degli Stati Uniti d’Europa, da lui considerati la migliore garanzia di pace dopo gli orrori della guerra. La sua era una buona intenzione, che però non contemplava la presenza britannica. E dunque Londra non vi fece parte all’inizio, ma passò i successivi vent’anni ed oltre a cercare di aderirvi; e quando alla fine vi riuscì, le regole e gli assetti istituzionali erano già in gran parte definiti. Non dubito che se avessimo potuto prevedere il futuro nel 1946, avremmo scelto deciso di far parte dell’Europa fin da subito.

L’Europa è un destino che la Gran Bretagna non accetterà mai facilmente. Ma è assolutamente fondamentale che lo faccia, se vuole rimanere una potenza politica ed economica mondiale. Sarebbe un monumentale errore, dal punto di vista degli interessi nazionali, voltare le spalle all’Europa e abbandonare così una posizione cruciale di potere ed influenza nel ventunesimo secolo.

(Traduzione a cura di Marco Andrea Ciaccia)

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