Un economista, Ruggero Paladini, dopo aver studiato il Redditest, giunge a una conclusione spassionata: forse l’impiego di mezzi e di tempo per il redditometro potrebbero essere più utilmente impiegato nei controlli sui flussi finanziari e sulle variazioni di proprietà immobiliari dei contribuenti, ponendoli a confronto con il flusso dei redditi dichiarati.

Mosso da curiosità, ho dato un’occhiata al Redditest dell’Agenzia delle Entrate. E’
notevolmente complicato, e a volerlo compilare occorrerebbe radunare dati provenienti da
fonti diverse, con una cospicua perdita di tempo. Ovviamente non mi ci sono dedicato;
perché avrei dovuto? In famiglia abbiamo solo redditi sottoposti ai sostituti d’imposta,
versiamo l’Imu, insomma non siamo nelle condizioni di evadere, anche volendolo.

E’ probabile invece che nel mondo delle piccole imprese, delle professioni, di chi affitta in
nero (a proposito, la cedolare secca sugli affitti è stata un flop, nel senso che non ha fatto
emergere nulla), anche se il test è destinato esclusivamente ad uso personale del
contribuente, qualche preoccupazione possa nascere, e vorranno chiedere aiuto al
commercialista.

Dall’insieme di dati si ricava un reddito virtuale, sulla base di relazioni statistiche relative a undici profili familiari per cinque zone geografiche, quindi per cinquantacinque famiglie tipo.

La relazione tra le 100 voci di spesa ed il vero reddito della famiglia è sicuramente valida,
da un punto di vista statistico. D’altra parte, come ogni relazione statistica, anche questa è
soggetta a una certa variabilità, tanto che l’Agenzia delle Entrate parla di un 20% di
tolleranza; quindi se dai dati emerge un reddito presunto di 50mila euro, il segnale di
allarme si attiverebbe solo sotto i 40mila, anzi Befera indica ancora maggiore prudenza
nella futura fase di avvio.

Il forte dubbio è che questa complessa macchina informatica produca risultati simili a quelli
degli studi di settore. Come è noto, la maggioranza degli operatori economici sottoposti a
questo strumento (simile nella logica al redditometro) adeguano i ricavi al livello sufficiente
per essere dichiarati congrui e coerenti.

Il risultato è un appiattimento sui valori di soglia che ha ridotto il grado di evasione di alcuni soggetti ma probabilmente aumentato quello di altri. Ci si può chiedere cosa succederà se un artigiano o commerciante si ritrovi a essere congruo e coerente per gli studi di settore ma non per il redditometro.

I casi che in concreto si possono incontrare sono poi molto più complessi di quanto le 100
voci possano prevedere, dati i forti legami familiari e la compenetrazione tra piccole unità
produttive e famiglie. Molto tempo fa i giornali segnalarono il caso di un contribuente che
si era costruito pezzo a pezzo un piccolo aereo, ed era stato individuato dal redditometro
nel momento in cui lo aveva regolarmente iscritto nell’apposito registro. In letteratura
economica vi sono studi che mostrano una robusta relazione statistica tra l’altezza delle
persone ed il loro reddito. Per quanto il lettore possa essere sorpreso da questa
affermazione, assicuro che gli studi sono accurati e sicuramente validi, anche se si discute
sulle ragioni di questa relazione. Tuttavia nessuna agenzia fiscale ricorrerebbe ad un
“altimetro” per individuare un reddito virtuale.

Forse l’impiego di mezzi e di tempo per il redditometro potrebbero essere più utilmente
impiegato nei controlli sui flussi finanziari e sulle variazioni di proprietà immobiliari dei
contribuenti, ponendoli a confronto con il flusso dei redditi dichiarati.

(sintesi di un’analisi più ampia che si può leggere qui)

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