Dalle cento città del filosofo Cacciari, la sinistra è passata alle cento vetrine del cooperatore Bersani, che si considera la lepre da inseguire nella campagna elettorale appena cominciata. Sappiamo tutti che queste, e altre, formule sorgono a seconda dei momenti più favorevoli per formazioni che non sanno più a quali santi votarsi per accreditarsi su posizioni meno rigide dell’ideologismo di cui menavano una volta vanto mentre ora si autorappresentano come «forze tranquille», un «usato sicuro» per non allarmare settori moderati della società senza del cui aiutino non possono aspirare a essere  classe esclusiva di potere, essendo sempre parti minoritarie, non prive di faziosità.

Le cento città avevano un senso: spostare l’attenzione dagli ideologismi sconfitti nella storia del Novecento; concentrare nel territorio le proprie proposte programmatiche; e proporsi come forze capaci di trainare dalla parte propria anche la riottosa lega del nord, considerandola una costola della sinistra. La sinistra non era strutturalmente cambiata, restava (come resta) fondata su nuclei di comando derivanti da Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer e Occhetto. Ma, allargando il proprio orizzonte politico a qualche sindaco liberalrepubblicano in grave crisi di identità, dava a intendere d’essere pronta a intraprendere  una politica più pluralista, almeno parzialmente svincolata da un centralismo accentratore, corruttore e dilapidatore di finanze pubbliche.

Col partito delle cento vetrine, il Pd – che nel frattempo ha consumato molte sigle più o meno coerenti col proprio sostanziale passato ideologico – ha cominciato a liberarsi proprio di quegli esponenti nazionali che davano un senso alle cento città. Rimanendo così sempre una Cosa non molto definita, ma rigorosamente controllata dalla casta antica di comando: che non ammette deroghe al suo procedere vago e zigzagante e, grazie allo sposalizio col porcellum decisamente perseguito negli ultimi mesi, pretendendo solo personale che giuri fedeltà ai capi che non accettano discussioni ma solo genuflessioni.

Con le sue cento vetrine il Pd non ha proposto alcunché di nuovo all’elettorato d’opinione; mentre quello strutturato, tradizionale, è stato già abbondan­temente garantito con l’ordine di lista e di elezione: persino svuotando in non rari casi i risultati delle parlamentarie, ridottesi a finzione mediatica. In tal modo ha fatto salire le quotazioni della sinistra (unita e disunita) nei sondaggi preelettorali, influenzando  forse taluni settori di indecisi e di astensionisti. Ha loro mostrato non persone pensanti tendenzialmente indotte a fare uscire le sinistre dalle loro  complesse incertezze, bensì manichini rappresentativi di alcune gestioni economico-culturali più o meno nobili, inserendoli in lista dopo avere fatto uscirne altri incantati dal centro confederato polifonico  di Monti che, a sua volta, ha trovato  un  sistema che regola i modi di formazione delle istituzioni, demolendo il centro e trasformandolo in un ennesimo polo d’attrazione in concorrenza col Pd e col Pdl.

Sinistra e centro così alterato, entrambi molto sicuri di avere già in tasca le chiavi di Palazzo Chigi, hanno concorso a complicare ulteriormente il ruolo della società civile: dalla quale peraltro provengono tutti i movimenti elettorali che si vanno infilando o intrigando in tutte le democrazie contemporanee. Le quali vengono sociologicamente definite «liquide» perché nessuna di esse è più somigliante, per esempio, alle condizioni in cui versava nel 1945, nel 1989 o nel 2011, prima della grande speculazione finanziaria che sta travolgendo le economie mondiali, particolarmente le europee.

Questa società civile, in verità madre  di tutte le degenerazioni e gli opportunismi che si addossano agli avversari, è la fonte di tutti i soggetti in campo,  il cui numero, in Italia, è moltiplicato. La sinistra, un tempo più sensibile ai mutamenti sociali, oggi non sa più come ingabbiare quanti vivono esclusivamente di protesta e di impro­positività: anzi, se ne fa trascinare. La Cgil, con in testa la Fiom, per decenni considerata come la cinghia di trasmissione del Pci e derivati, oggi è diventata la forza trainante che costringe il Pd ad esserle  intimamente collegato, invertendo l’antico vassallaggio.

Del resto la struttura portante della sinistra è ancora operaista; non si cura delle nuove professioni, né individuali né collettive; usa la forza enorme dei pensionati come area di nuova povertà e la istiga sui suoi  giusti  diritti continuando, però, a tenere in piedi, implacabile,  un meccanismo di spesa pubblica decisamente superiore alle possibilità di sostegno del paese.

Il centralismo della spesa è intimamente connesso ad un indirizzo economico insorto nell’ultimo ventennio dell’Ottocento: il corporativismo; da principio dovuto al cattolico Giuseppe Toniolo e, poco dopo, al socialista sindacalista Rinaldo Rigola, dei cui buoni propositi si avvalse, sul finire degli anni Venti, il furbo Mussolini. Per liberarsi dei partiti democratici e popolari, demolire la democrazia liberale assorbendola nel proprio regime, e dando vita ad una camera dei fasci e delle corporazioni da cui, in fondo, derivano attualmente la mentalità proterva e il conservatorismo di vecchi sindacati operaisti e di nuovi partiti statalisti.

Pensare di equilibrare gli opposti interessi di proprietari e maestranze non in una normale  contrattazione ma nella concertazione guidata dallo Stato ed estesa anche al privato, significa ripristinare il corporativismo. Che non costituisce certo la fase più avanzata dell’operaismo, del movimento sindacale  e del governo di una società complessa e plurale che il lassismo spendaccione di ieri – e di tutto il 2012, l’annus horribilis per eccellenza a far data dalla fine della seconda guerra mondiale – hanno portato a livelli insostenibili.

La sinistra, inoltre, cambia continuamente modello di riferimento internazionale. Dal Comintern è passata alle vie nazionali per il socialismo, da Mitterand è passata a Blair (e persino a Clinton), per poi assumere Brandt come proprio profeta, ripiegare su Ségolène e Holland, e ritrovarsi a bombardare la Serbia e la Libia senza provvedere ad una minima rilettura della propria identità, pur essendo dotata di nuovi e più recenti istituti storici che sembrano occuparsi di moneta spartita fra corporativisti più che di ideali umanistici e democratici.

 

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