Cosa divide Italia e Germania? Una diversa visione dell'Europa. L'eurodeputata Pdl Lara Comi risponde al collega tedesco del Ppe Andreas Schwab.

In merito alla controversa questione dei rapporti tra Italia e Germania ho letto con attenzione l’intervento del collega Andreas Schwab, che stimo molto e con il quale collaboro essendo entrambi nella commissione Imco del Parlamento europeo. Mi permetto al riguardo di fare alcune osservazioni che mi auguro siano utili al dibattito.

Punto primo. Andreas Schwab, come la sottoscritta, fa parte dello stesso partito, il Ppe, che è la prima formazione politica transnazionale a essere istituita a livello europeo. Ovvero quel gruppo che è l’erede della tradizione di Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide de Gasperi. E che crede in valori come l’economia sociale di mercato, la sussidiarietà, un’Europa più forte, la difesa dei valori non negoziabili, la necessità di avere più società e meno Stato. Appartiene al Ppe tanto il partito di Angela Merkel (Cdu), quanto quello di Silvio Berluscioni (Pdl). E il Ppe è un partito alternativo alle sinistre, come ha ribadito giustamente il segretario Angelino Alfano.

Punto secondo. Che ci sia un’amicizia tra Italia e Germania è assolutamente pacifico e lo impone, tra l’altro, la realtà di fatto. Basti dire che la Germania è oggi il primo partner commerciale straniero dell’Italia. L’interscambio delle sole merci tra Italia e Germania ammonta a oltre 102 miliardi di euro (dato del 2010). Non va dimenticato, poi, che con 627 miliardi di euro, su circa mille miliardi totali, la Ue rimane il mercato principale delle stesse esportazioni tedesche. Dunque un mercato unico, forte, fa bene a tutti e porterebbe maggiore crescita e più occupazione. Ha ragione pertanto Schwab a scrivere che “il benessere dei tedeschi potrà esser assicurato solo quando i nostri vicini europei staranno bene”. Lo scorso febbraio, però, Mario Monti e i leader di altri undici Paesi dell’Unione europea hanno inviato una lettera al Consiglio europeo e alla Commissione chiedendo un piano per la crescita in tempi rapidi e un rilancio del mercato interno. Tra le dodici firme c’era quella di Cameron ma mancavano quelle di Sarkozy e di Angela Merkel. Ora, dell’uno sappiamo poi quale è stata la sorte. Non voglio augurare alla cancelliera tedesca uguale destino, ma anche questo episodio rappresenta bene le problematiche e le difficoltà che abbiamo avuto a condividere una politica economica comune.

Che cosa divide l’Italia dalla Germania? A mio giudizio ci divide una diversa visione dell’Europa, da non confondere con l’euroscetticismo che è lontanissimo dal Ppe e dunque è più argomento polemico che reale. Noi vogliamo un’Europa più solidale e non vincolata alla ricetta esclusiva del rigore dei bilanci che, i dati di crescita zero in Europa lo confermano, porta solo a effetti pericolosamente recessivi. Al centro dell’Agenda europea ci devono essere prospettive comuni di sviluppo e soluzioni mutualistiche, come gli eurobond, possibili strumenti da adottare per i debiti sovrani. E mi fa piacere che il Parlamento europeo abbia approvato nell’ultima plenaria una risoluzione che chiede alla Commissione di esplorare tutte le vie verso questa opzione. La Germania si è avvantaggiata molto sull’onda della speculazione finanziaria che ha colpito l’Italia nell’autunno del 2011 e ha pagato interessi sul proprio debito bassissimi. Con una Banca centrale che avesse potuto operare come la Fed, stampando cioè moneta, avremmo probabilmente arginato più velocemente la speculazione. Capisco le perplessità sul rischio di innescare processi inflazionistici, assai temuti dalla Germania anche per certi ricordi storici, ma credo che la sola possibilità teorica di un intervento avrebbe tenuto lontano gli attacchi. Basti dire che è stato sufficiente un “Whatever it takes” pronunciato dal governatore Draghi con il fermo proposito di preservare l’euro a tutti i costi, a permettere il raffreddamento degli spread.

Sono convinta che per rispondere alla crisi serva più Europa e non meno Europa. Personalmente ritengo che la direzione intrapresa dall’Ue sia quella giusta. Dobbiamo e vogliamo andare verso un’unione monetaria, economica e politica. Mi auguro che in futuro ci possa essere una sola politica estera, una sola politica di difesa e l’elezione diretta del presidente della Commissione europea. Alcune di queste idee sono state messe nero su bianco nel programma elettorale del Pdl, a cominciare dall’attribuzione del ruolo di prestatore di ultima istanza alla Bce, sul modello della Federal Reserve. (Qualcuno si è mai chiesto perché la speculazione finanziaria non abbia attaccato il Giappone che ha un indebitamento al 236% del Pil e un rapporto deficit/Pil al 10%?). E ancora, accelerazione delle quattro unioni: politica, economica, bancaria, fiscale; eurobond e project bond per una rete europea di sicurezza e di sviluppo; esclusione delle spese di investimento dai limiti del patto di stabilità europeo; elezione popolare diretta del presidente della Commissione europea; ampliamento della potestà legislativa del Parlamento europeo, costituzione di una agenzia di rating europea.

Devo rilevare che la Germania sia tentata un po’ troppo spesso dalla difesa della propria sovranità e tenda a creare un asse con la Francia su molti dossier al vaglio del Parlamento europeo al fine di non armonizzarsi. Recentemente è stato aggiunto un altro importante tassello, la vigilanza bancaria affidata alla Bce, che significa una difesa maggiore contro i pericoli di futuri incendi causati da crisi finanziarie e migliori garanzie per i cittadini dell’Ue. Dal primo marzo 2014 la Bce avrà il potere di monitorare tutte le banche della zona euro – e dei Paesi fuori dalla moneta unica che aderiranno all’Unione – con asset per almeno 30 miliardi di euro o che rappresentano il 20% del Pil del Paese. Dunque la Bce avrà una supervisione diretta solo sulle grandi banche. Si tratta di un compromesso perché Angela Merkel ha puntato i piedi ottenendo di escludere dal controllo le piccole banche, che restano pertanto sotto la supervisione delle autorità nazionali. Il suo occhio di riguardo era rivolto alle casse regionali tedesche: l’eccezione, insomma, conferma la regola.

L’Europa ha bisogno di “un’Italia forte”, come dice Schwab, e mi trovo d’accordo che il nostro Paese debba andare avanti con le riforme strutturali e migliorare la situazione debitoria. Ma di rigore si può anche morire. Io dico allora che serve anche una Germania più solidale e meno egoista se vogliamo insieme costruire gli Stati Uniti d’Europa.

Lara Comi, eurodeputato del Pdl

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