Chi l’avrebbe detto che il Corriere della Sera, dopo aver perorato, o semplicemente assecondato, l’enfasi nuovista e rottamatrice sulla fine dei professionisti dei partiti e della politica, si sarebbe fatto promotore di una sorta di manifesto-appello a difesa proprio del professionismo politico?

Eppure, dopo gli editoriali urticanti di Gian Antonio Stella, le inchieste ficcanti di Sergio Rizzo e i retroscena ipermontiani su come e perché era benvenuto lo screening bondiano – con un implicito vade retro per i politici della Prima, della Seconda e fors’anche della Terza Repubblica – adesso il quotidiano diretto da Ferruccio de Bortoli stimmatizza “gli equivoci dell’antipolitica”. Così è intitolato infatti l’editoriale di prima pagina firmato dallo storico e politologo Ernesto Galli Della Loggia.

Dopo un breve excursus storico che parte da Mani Pulite e passa per il primo Silvio Berlusconi, l’editorialista del quotidiano di via Solferino giunge al dunque. Ovvero a Mario Monti: “Monti e i suoi collaboratori hanno aderito all’idea – questa sì tipica di ogni populismo – che la politica non ha bisogno di persone esperte dei suoi meccanismi, persone pratiche del funzionamento delle amministrazioni, conoscitrici dei regolamenti delle assemblee parlamentari”.

La critica di Galli Della Loggia è poi diretta esplicitamente al premier: “Il nostro presidente del Consiglio – parlano per lui le procedure con cui ha voluto formare le liste dei candidati – sembra aver fatto proprio, invece, il pregiudizio volgare secondo cui il professionismo politico sarebbe il peggiore dei mali”. Mentre, con le logiche della Scelta Civica, dice in sostanza il Corriere, “un industriale, un economista, un professore universitario – loro sì, espressione della celebrata «società civile» – sarebbero invece per ciò stesso non solo onesti e disinteressati, e capaci di scelte giuste nonché di farle attuare presto e bene, ma anche in grado di soddisfare quella condizione non proprio tanto secondaria che è il consenso”.

Alla fine dell’editoriale, Galli Della Loggia critica anche il Pd (“tutta l’operazione della designazione dal basso delle candidature elettorali è stata condotta facendo leva sull’ostilità verso il professionismo politico”), ma resta Monti il bersaglio numero uno: “Affiora nell’insieme del montismo – scrive l’ediorialista del Corriere – quell’opzione irresistibilmente tecnocratica che, se ne sia consapevoli o no, rappresenta essa pure un esito classico dell’«antipolitica»”.

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