L'analisi dell'economista Fabio Panetta, vicedirettore della Banca d'Italia, sulla perdita di competitività italiana rispetto a Francia e Germania dall'ingresso nell'Unione monetaria e il focus su crescita e riforme

2013 anno della svolta? Così sembra secondo quanto quanto emerge dalle slide “Le prospettive economiche e finanziarie” di Fabio Panetta, Vice Direttore Generale della Banca d’Italia, illustrate di recente nel corso di un seminario. Ma il percorso di risanamento per il nostro Paese è lungo e investe molti fronti. E il tempo sprecato è già troppo.

La debolezza economica nell’area euro dovrebbe proseguire nel 2013. Le ultime proiezioni per l’area euro stimano una crescita reale del Pil compresa tra il -0,9% e il +0,3% nel 2013 e tra il +0,2% e +2,2% nel 2014, ma resta il rischio di dover rivedere i dati al ribasso.

“Per l’Italia – spiega Panetta – i dati mostrano un rallentamento della contrazione dell’economia e un miglioramento nella fiducia degli imprenditori. Gli indicatori di breve periodo sono in linea con uno scenario di ripresa nella seconda metà del 2013 (stima condivisa dalla maggior parte delle organizzazioni internazionali). L’incertezza è insolitamente diffusa (i rischi dipendono dalla situazione politica, alla domanda mondiale, ad un ulteriore peggioramento della fiducia)”.

La competitività italiana a confronto con quella francese e tedesca
Com’è variato il livello di competitività negli ultimi anni? E quali parametri prendere in considerazione? L’indicatore di competitività basato sul Producer Price Index (Ppi – misura la variazione media nel tempo dei prezzi di vendita ricevuti dai produttori per il loro output) “è più affidabile di quello basato sullo Unit Labour Cost (Ulc – misura la media del costo del lavoro per unità prodotta ed è calcolato come rapporto tra il costo totale del lavoro ed il relativo output) perché tiene conto della variazione dei margini di profitto (inclusi nel primo indicatore ma non nell’Ulc). Secondo l’indicatore basato sul Ppi, non ci sarebbero perdite di competitività per l’Italia dall’inizio dell’Unione monetaria, contrariamente a quanto suggerito dall’indice Ulc. Ma Francia e Germania mostrano un miglioramento rispettivamente del 5 e dell’11%”.

La curva relativa all’indice Ppi dei Paesi in crisi (Italia, Spagna, Irlanda, Grecia e Portogallo) mostra un livello di competitività inferiore rispetto a quanto registrato per le economie più “stabili” (Francia e Germania, Paese infatti con un calo più deciso del valore rappresentato dall’indice Ppi dal 2004 ad oggi). Se è vero che il livello di competitività italiano in assoluto non è variato dall’ingresso nell’euro, d’altro canto non si è saputa sfruttare l’occasione per acquistare forza, così come è stato fatto dalle economie più solide. E l’Italia è rimasta indietro a guardare.

L’andamento dell’export
Da inizio 2012 le esportazioni sono aumentate, trainate dalla domanda al di fuori dell’Europa. “La crescita delle esportazioni e la riduzione delle importazioni hanno determinato un significativo miglioramento nella bilancia commerciale. A questo stage è davvero difficile distinguere i fattori congiunturali (crollo delle importazioni dovuto ad una bassa crescita) da quelli strutturali (crescita dell’export causata dal miglioramento della concorrenza). I due aspetti sono legati”.

Le riforme mai attuate negli ultimi trent’anni
Il rinvio è durato troppo a lungo. “Per 30 anni l’Italia è stata in ritardo sulle riforme strutturali da attuare, ciò ha implicato una graduale perdita di competitività, una bassa crescita economica e alti livelli di debito pubblico. Costrette dalla grave perdita di fiducia nei titoli di Stato italiani nella seconda metà del 2011, le revisioni al ribasso dei livelli di consumo pubblici e privati sono arrivate molto in fretta”.

L’Italia può affrontare questo aggiustamento? “Il problema principale – sottolinea Panetta – non riguarda le finanze pubbliche. C’è stato un aumento del rapporto tra avanzo primario e Pil (rispetto al 2011), necessario per portare il debito pubblico sotto controllo. Le agenzie di rating sembrano ignorare i progressi fatti sin qui. Ad esempio, siamo l’unico Paese dell’area dell’euro che secondo la Commissione nei prossimi decenni non subirà aggravi di spesa (in rapporto al Pil) a causa del previsto invecchiamento demografico”.

L’obiettivo numero uno? La crescita sostenibile
Il problema dell’Italia è “raggiungere un livello di crescita sostenibile (il modo attraverso cui gli investitori percepiscono l’affidabilità delle nostre finanze pubbliche ha effetti importanti sulla crescita: +100 punti base sui tassi a lungo termine riducono la crescita del Pil di un punto percentuale cumulativamente in tre anni). Questo obiettivo richiede ulteriori aggiustamenti che comportano riforme laboriose e di vasta portata nella maggio parte dei settori”, si legge.

Il percorso di riforma deve essere condotto assicurando l’implementazione e la relativa tempistica per le misure adottate, liberalizzando ulteriormente l’economia, rafforzando l’efficienza della Pubblica Amministrazione a tutti i livelli, semplificando le norme e sveltendo le procedure che riguardano il mondo delle imprese. “Mentre i primi segnali di crescita probabilmente arriveranno nella seconda metà del 2013, la creazione di un nuovo ambiente economico sostenibile sarà frutto di anni di riforme coerenti”, conclude il vicedirettore della Banca d’Italia.

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